IV DOMENICA DI AVVENTO – Anno B - «L’ingresso del Messia»
Isaia 16, 1-5; Salmo 149; 1 Tessalonicesi 3, 11 - 4, 2; Marco 11, 1-11
«Non attendere che Dio su te discenda/ e ti dica «Sono». / Senso alcuno non ha quel Dio che afferma/ l'onnipotenza sua. / Sentilo tu, nel soffio ond'ei ti ha colmo/ da che respiri e sei/. Quando non sai perché t'avvampa il cuore:/ è Lui che in te si esprime» (R. M. Rilke, Dio, Torino, Einaudi 1995).
I versi di Rainer Maria Rilke inquadrano bene il ritratto di un Dio "povero" che non ama il portamento solenne di un re e signore che proclama una presenza che umilia e impaurisce, e il Vangelo che oggi la liturgia ci offre, è davvero fondamentale. È un Vangelo preparato dal testo del profeta Isaia. Gli abitanti di Moab invocano la protezione del re di Israele che viene visto come un albero la cui ombra è «come la notte in pieno mezzogiorno» che nasconde pienamente e dà rifugio. La promessa è che l’oppressore spietato che sta schiacciando la terra di Moab sarà sicuramente sbaragliato e dovrà abbandonare la sua preda. Ma la debolezza e la miseria umana il profeta la ritrae nelle «figlie di Moab come una nidiata» spaventata che si disperde troppo in fretta, e richiama alla mente per certi versi, quella immagine per cui Gesù opera il tentativo di raccogliere i figli di Gerusalemme come una chioccia raccoglie i suoi pulcini, ma purtroppo non ha potuto perché non hanno capito Colui che veniva loro incontro. Furono lasciati alla mercé di loro stessi fino a che (ed è il tema odierno), qualcuno benedirà il Signore che fa l’ingresso tra loro (cfr Lc 13,34-35). L’esistenza di questo re è dunque speranza per loro e il tono positivo che porta il suo regno, crea la possibilità per i Moabiti di guardare con aspettativa Lui che li trae in salvo nella loro crisi. E per rafforzare questa speranza, Isaia ci parla di un regno nel segno della mansuetudine, della fedeltà, un giudice sollecito del diritto e pronto alla giustizia. Quanta strada il Signore ha fatto fare al suo popolo; immagini, icone, questioni che vengono da lontano, li ha via via purificati fino a quell’ingresso come re mite e non più un ingresso di un potente accompagnato dai segni di prestigio mondano. Per questo il testo dell’entrata di Gesù in Gerusalemme ascoltato nel cuore dell’Avvento assume una risonanza diversa da quella che provoca quando lo si ascolta nella immediata vigilia della Pasqua del Signore. È il segno di una umiltà disarmante (premessa alla sua umile nascita), che ci fa sentire vicino il Natale, e che ci fa sopportare le fatiche, il peso di ansietà, di problemi perché, come i Moabiti, guardare il venire del Signore che con umiltà si mette accanto, dà serenità.
Tuttavia, colpisce il finale del Vangelo: «Entrò a Gerusalemme, nel tempio. E dopo aver guardato ogni cosa attorno, essendo ormai l’ora tarda, uscì con i Dodici verso Betània». All’improvviso tutto si fa calmo e silenzioso; quanto è successo prima rimane isolato e sospeso, vi è qui come una anticipazione della centralità della vicenda della Pasqua di Gesù, per questo si ritira a Betania. La sua permanenza non sarà Gerusalemme all’insegna delle acclamazioni, esce dal Tempio (uno spazio sacro che sarà dichiarato finito) per trovare casa altrove. La sua dimora sarà Betania fino alla sua Passione, e proprio Betania (che letteralmente significa casa della povertà), s’identificherà con la povertà di coloro che non hanno diritto di entrare nel Tempio: i lebbrosi (Mc 14,3). La sua comunità sono i Dodici accolti con Lui nell’atmosfera calda della vera amicizia. Gesù si mostra come il Dio umano e fragile, quasi un mendicante d’amore che cerca amici e amiche su cui appoggiare il cuore e riprendere il fiato del coraggio per portare a termine il suo cammino; e Gesù ogni sera rientrerà in quegli affetti che rinnovano la forza del cuore e ri-disegnano il volto nuovo dell’uomo.
Il suo è dunque un entrare nella storia dell’uomo, un dirci: “Voglio davvero abitare fino in fondo la vostra storia, la vostra casa, la vostra avventura di uomini”. Questa è la forza grande che ha il testo del racconto dell’ingresso di Gesù in Gerusalemme. Lo sguardo è proprio sulla scelta di Dio di prendere dimora tra noi nella storia che ci accomuna tutti e per la quale tutti siamo in cammino, ognuno con le proprie singolarità. Il suo è l’ingresso che ha lo stile di un re mite, umile, povero, che non ha nulla di fastoso e di solenne; un ingresso guidato solo dalla volontà di vicinanza, dal suo desiderio di condivisione, dal suo mettersi accanto che dà forza e convinzione affinché poi la nostra vita possa davvero compiere quella conversione che l’Avvento ci chiede di fare. È Parola fondamentale che racchiude in sé la chiamata rivolta a tutti di diventare gente di casa nella famigliarità con Lui che è Signore che si fa dono. E la preziosità di quel dono, sarà svelato solo alla fine ed in modo definitivo su uno sperone di roccia fuori le mura di quella città che lo ha accolto osannandolo, ma che poi lo ha trafitto. Da qui in poi la vera casa comune per tutti sarà questa; ci entra per questo nella città che è la nostra umanità e vi pone la sua dimora per abitarla fino in fondo, fino ad arrivare al cuore di ognuno. Non è tanto la città terrena che accoglie Gesù, ma è Lui che diventa per noi come una città da abitare perché accogliente.
E quando la si abita bene una storia, una terra, una comunità che ha cammini fatti insieme, si genera fraternità, si incrementa la comunione, fioriscono spazi e segni di attenzione di reciproca accoglienza. Il testo di Paolo ai Tessalonicesi chiede proprio questo. Dice ai suoi fratelli nella fede che ama tanto, e lo dice anche a noi oggi, come attendere e riconoscere il Signore. L’invito è a sovrabbondare nell’amore tra noi e verso i fratelli e sorelle che possono essere ancora lontani. Sovrabbondare esagerando nell’amore, è vigilanza più autentica, quella che Gesù sa riconoscere come il segno più bello tipico di chi impara a prepararsi così a quell’incontro. Ed essere sovrabbondanti nell’amore gli uni verso gli altri, sarà la forza che renderà i nostri cuori irreprensibili davanti a Dio e Padre nostro. Ecco il tema dell’ingresso di Gesù letto nel cuore dell’Avvento. Se si vive questa dimensione profonda dell’amore fraterno, siamo in grado di rinvigorire il nostro cuore. È lo stile del cammino di Avvento e questo sia fino in fondo il nostro vigilare. Dobbiamo tenere le lampade accese per non lasciarci trovare sorpresi dal ritorno del Signore.
Signore, continua ad essere l’aiuto che favorisca tutti nell’interpretare seriamente questa lunga vigilia al Natale del Signore. Poi i nostri giorni, le nostre settimane, saranno comunque attraversate da tante cose, da impegni, magari da fatiche, da preoccupazioni, da gioie, da segni belli o da altri che invece tentano di bloccarci, ma mentre tutto questo avviene, è importante che nessuno smarrisca il filo rosso prezioso per la propria vita ed il proprio cammino. Quanto più riusciamo a fare nostra la Parola, quanto più essa entra nella nostra vita, tanto più la riconosciamo come dono straordinariamente bello ed unico. Anche di questo Signore oggi, ti vogliamo rendere grazie.
