V Domenica di Avvento – Anno B - «Il Precursore»
Is 11, 1-10; Sal 97; Eb 7, 14-17. 22. 25; Gv 1, 19-27a. 15c. 27b-28
Il titolo rimanda alla grande figura di Giovanni Battista, al Precursore. È una figura che ci accompagna dall’inizio, perché è impensabile preparare il cammino verso il Natale di Gesù senza fare riferimento a Giovanni Battista che si definisce: «voce di uno che grida nel deserto» come dice il testo del Vangelo di oggi. Ma non è solo il Precursore a parlarci oggi, tutti i testi sembrano dirci “guarda che quello che stai preparando, è davvero un avvenimento grande, prova a guardarlo da vicino, perché se lo guardi da vicino il passo inevitabilmente si affretta e si fa più appassionato”. Già il profeta Isaia ci parla di qualcosa di grandioso che deve accadere, parla di un germoglio che nascerà e di un virgulto che crescerà, che fiorirà. La forza dell’immagine è davvero poderosa. Un germoglio è cosa assolutamente piccola, marginale, e il virgulto (che è un piccolo ramoscello tenerissimo), spesso rimane nascosto per tanto tempo. Quale rilevanza e quale sconvolgimento possono avere un germoglio e un virgulto che appaiono marginali e insignificanti, ma se si schiudono? Quel germoglio evoca l’amore di Dio e il suo piano di salvezza che viene da lontano. Parte dal piccolo, da ciò che è semplice, ci educa a capire che non è una sorpresa venuta chissà da dove, ma è qualcosa che Dio ha nascosto nell’umanità affinché germogli. L’immagine del profeta ha una forza dinamica che preannuncia azione.Il tempo di preparazione al Natale, è proprio preparato da lontano; è come se fosse stato seminato nella terra degli uomini affinché diventasse tempo che riesca a far fiorire la nostra vita. Se nella nostra vita intravvediamo che c’è un germoglio, sappiamo che qualcuno lo ha seminato, e a noi rimane il compito di lavorare quella terra affinché possano crescere via via sempre di più. Dalle tenebre e dal silenzio spunta la bellezza, e le immagini del profeta diventano sempre più belle; non sono solo hanno l’indicazione di una fioritura che non si immaginava, ma evocano molto bene, come Colui che sta all’origine di tutto questo, abbia voluto regalare questo alla terra degli uomini. Se noi ripercorriamo le parole di questa splendida profezia nei momenti di silenzio e di preghiera che possiamo ritagliarci nel corso della settimana, queste immagini che sono già belle, diventeranno bellissime a ognuno di noi perché ci fanno riscoprire i doni ricevuti nel corso del nostro vissuto. Ma vi è un di più in questa domenica, vi è l’invito ad avvicinarsi non solo perché si accorcia il numero di giorni che ci separa al Natale, ma perché è un avvicinarsi del cuore, un avvicinarsi per vedere più da vicino cosa Dio va preparando per noi.
L’emergere di immagini che vengono da lontano e prefigurate da Isaia, sono fatte proprie dal Nuovo Testamento. Il brano dell’Epistola con pennellate che hanno fascino, fa riferimento ad una alleanza nuova, un’alleanza migliore che diventa definitiva nel tempo: Gesù. Lui è il garante che «può salvare quelli che per mezzo di Lui si avvicinano a Dio». Può salvare. Noi siamo dentro qui, perché anche il nostro esserci ed essere qui oggi, è perché siamo persone che vogliono avvicinarsi o meglio, ri-avvicinarsi a Dio. Siamo persone che non vogliono tenersi ai margini, ma che avvertono di essere in una progressione di avvicinamento pur sperimentando le fatiche di questo cammino. Ma non solo ci si avvicina, qui si trova Colui che accoglie e che ci porta in casa, che ci festeggia e che ci fa parte di qualcosa di veramente grande. È Colui che dà compimento alle antiche promesse e alle antiche speranze, e dice l’autore, è Colui che ci ha aspettato perché non è fuori dal gioco della nostra vita: “Gesù è sempre vivo per intercedere a nostro favore”.
Dunque, non soltanto ci aspetta, ma non ci dimentica; mentre siamo immersi nella complicata avventura della nostra vita, mentre ancora siamo sul sentiero impegnativo del camino della fede, Lui, Gesù Cristo, è solidale e rimane solidale proprio perché, “svuotandosi della sua gloria”, ha posto la sua tenda nell’umanità. Solo così Cristo diventa veramente fratello di tutte le creature umane, non escludendo neanche quelle che sono nei bassifondi estremi della società, inserendo, però, con il suo passaggio nella nostra carne, la presenza salvifica e trasformatrice della sua divinità. Si è fatto come noi, ma proprio perché Vivente, continuamente parla di noi al Padre. È davvero bello che i nostri nomi, la nostra storia, i nostri cammini e le nostre fatiche, i nostri dolori e le nostre speranze, siano ininterrottamente consegnati al Padre. Questi è Colui che stiamo preparandoci ad accogliere, e questo è il dono e la grazia che il Natale cristiano, quello che non ha le luci ridondanti del natale consumistico, ci porta. Non sono pagine astratte sentite magari anche lontane, sono parole che ci dicono la bontà incontenibile di Dio per il cammino dei suoi figli, di tutti i suoi figli. Ma l'intensità di un'attesa che parta dal cuore, è alimentata anche dalla splendida pagina del vangelo nella quale si staglia per imponenza la figura di Giovanni il Battista. Il brano del Vangelo ci riporta al Precursore, a Giovanni Battista. È un profeta diventato cercatissimo; le folle accorrono a lui ascoltano la sua parola vibrante ed appassionata e chiedono il battesimo di conversione. Egli dice di sé di essere solo: «voce di uno che grida nel deserto: Rendete diritta la via del Signore», perché «Colui che viene dopo di me, ed era prima di me: a lui io non sono degno di slegare il laccio del sandalo». È voce che grida nel deserto, ma non si riconosce come il Cristo; è voce che è abitata e attraversata dalla Parola, ma si dice strumento di Qualcuno che viene prima di lui e che sarà ancora e per sempre dopo di lui. La sua preoccupazione non è tanto quella di difendersi, l’intento profondo è solo quello di indicare Gesù come Colui che deve venire è lì, è presente, e Giovanni non si ritiene nemmeno degno di sciogliergli i legacci dei sandali. È preoccupato affinché il consenso non sia su di lui, ma sia riservato ad un Altro che infinitamente più grande di lui. Chi è quell’uomo che nel suo massimo momento di prestigio, ha la forza di farsi da parte per indicare un Altro più grande di lui. È come se dichiarasse: io sono soltanto voce, ma la Parola è Cristo Gesù, per questo si mette in ombra e dice “Guardate a Lui e non me”; indica a tutti che il Signore ci sta regalando qualcosa di veramente grande. C’è una totale tensione in Giovanni Battista verso Gesù che la sua preoccupazione di dire “non sono io il Cristo” che fa sorgere il desiderio di andare più vicino per vederLo venire anche noi. È la quinta tappa di Avvento e sembra proprio chiederci cosa stiamo preparando e per chi, perché celebrare bene l’Avvento e il Natale chiede la libertà semplice e genuina di lasciarci coinvolgere e accogliere così il Dono per eccellenza. L’Avvento ha proprio bisogno di un desiderio che cresce sempre più, un desiderio che ci faccia avvicinare e allo stesso tempo lasciarci avvicinare il più possibile dal Signore. Davvero questa è una domenica di vigilia che rende più appassionanti le parole e più sollecito il passo di chi procede nel suo cammino di fede, per questo lasciamoci aiutare ancora da Giovanni Battista ad andare incontro a Gesù che viene.
