VI Domenica di Avvento – Anno B «Domenica dell’Incarnazione»
Is 62, 10 - 63, 3b; Sal 71; Fil 4, 4-9; Lc 1, 26-38
Alla gente che si sentiva abbandonata per l’aver perso tutti i punti di riferimento della propria vita, della propria terra, della propria tradizione, il profeta dice “torna, guarda che Lui viene e tu non sei una dimenticata”. Invita a mettersi in cammino perché non è popolo abbandonato, ma popolo chiamato a sperare ancora per diventare fertile capace di frutti. L’invito è ad avvicinarsi e non tenere le distanze da Dio e onorare quella Parola con gioia. È Parola che è vera anche per noi; il Signore sa benissimo chi siamo e come ci chiamiamo, la fatica che viviamo, la speranza che abbiamo nel cuore, anche noi non siamo più popolo abbandonato, ma «Popolo santo, Redenti dal Signore», è il Vangelo a darci questa certezza. È proprio un Vangelo che chiede di essere pregato nel silenzio dell’emozione, perché in questa pagina scopriamo cosa vuole dire essere vita capace di attesa. Maria è in una aspettativa programmata, immagina il suo futuro, lo ha preparato, e tuttavia traspare una sorta di silenziosa riserva. È una pagina semplice quella del Vangelo, e nello stesso tempo trasuda di mistero. Un Vangelo che conosciamo anche con i sensi perché fissato nell’arte, udito nelle musiche e nei canti che rimandano alla ferialità di quanto descritto. È un giorno qualsiasi di un paese quasi insignificante e piccolissimo: Nazareth; non c’è nulla che abbia il tono della celebrità o dello sfarzo, eppure quelle dell’angelo Gabriele, sono parole che dovremmo riascoltare con calma, perché dicono l’affacciarsi di Dio nella storia dell’uomo. È un bussare ad una vita che mostra i segni concreti della vita che si apre ad un futuro e lo fa nei luoghi tra i più poveri di quella nazione; nessun atto che si imponga con la forza, ma è un affacciarsi che rimane discreto. Penso che più umile di così, l’avvio della redenzione di tutta l’umanità, non poteva essere e questo rende ancora più intenso il desiderio di un cammino ancora più fecondo verso il Natale.
«Rallegrati, piena di grazia, il Signore è con te». L’esordio è un invito alla gioia, un dire: “abbi gioia nel cuore perché il Signore è con te”. Un saluto inedito che immediatamente fa percepire che quello che sta accadendo sia il momento vero in cui le parole antiche che abbiamo ascoltato dal testo di Isaia, cominciano a prendere volto, a prendere forma, a diventare storia reale e concreta. Sono soli, l’angelo inviato di Dio che annuncia la redenzione secondo il piano di Dio, e lei, Maria, che invece il suo progetto lo aveva già programmato, immaginando il proprio futuro di «promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe». Dunque, un futuro già identificato come tempo, un futuro che ha un nome, ha un volto; un futuro come amore, come affetto, come speranza per le cose più belle della vita, ma qui c’è Lui che bussa ed è il Signore. È un Vangelo che mette in crisi: come si fa a dire prontamente di sì a quella richiesta che scombinava totalmente la sua vita già prefigurata. Lei però aveva imparato a sperare e attendere: «Ogni mattina fa attento il mio orecchio perché io ascolti come gli iniziati» (Is 50,4). Aveva assimilato, nei momenti vissuti in sinagoga con la propria famiglia, le antiche profezie e aveva compreso che se Dio bussa al cuore, non lo si lascia in lista di attesa, ma lo si fa entrare. Il Signore chiede a Maria di poter abitare la storia degli uomini, e Maria non fa aspettare il Signore. Il suo sì allora, è assenso ad una maternità che cambierà totalmente il futuro di tutti, non solo il suo. L’attesa può dirsi finita: la Parola si farà palpito e diventerà vita, primo vagito, diventerà Bambino grazie a Maria giovane fanciulla di Nazareth che l’ha accettata e ospitata nella propria carne.
Sarà il Bambino che crescendo in totale e piena libertà, compirà il cammino che darà volto alla profezia di Isaia: «Ecco, arriva il tuo salvatore» la cui veste è rossa, preludio del sangue che sarebbe stato versato non per una guerra di distruzione, ma per dedizione totale di amore. La partenza però avviene qui e avviene così. Questa è la parola del Natale, un entrare in casa per abitarla; il Signore comincia da lì, da una casa, bussa e chiede di essere ospitato. Gesù per ora è sempre nominato, atteso, ma se ne rivela la dignità di Figlio dell’Altissimo. Una casa povera accoglie un dono immenso; in quella casa di Nazareth prende corpo la chiamata di tutti alla famigliarità con Dio, e anche noi siamo chiamati a dire con gioia “Entra che ti abbiamo aspettato”. È bello pensare che il brano del Vangelo può essere letto come esperienza possibile anche per noi, una esperienza che è ripetibile proprio perché può essere quotidiano l’incontro tra due libertà, quella di Dio e la nostra. Il Vangelo ci dice che l’alleanza di Dio con l’uomo non è di pari livello, ma Dio incarnandosi si fa piccolo per fare grandi noi. E con la fede riceviamo anche noi un nome nuovo; Maria è stata definita «Piena di grazia» e anche noi lo siamo di fronte al Signore. Il Natale non si presenta come una momentanea apparizione di Dio, Lui viene per restare, è iscritto nell’anagrafe degli uomini, e tuttavia non è uno qualsiasi. Lui è il Salvatore, è l’Agnello che prende sulle spalle il peso degli uomini e li riporta a Dio. Il Natale celebra questo non un'altra cosa.
Allora si può capire l’invito alla gioia che è contenuto nella preghiera del salmo «Rallegrati, popolo santo; viene il tuo Salvatore», ma anche nel testo di Paolo: «Fratelli, siate sempre lieti nel Signore, ve lo ripeto: siate lieti», perché l’annuncio è questo. Gioia, che non è sentimento transitorio e fugace come quello che si può provare quando si ha la sorpresa di un incontro che non era stato previsto e che dal quale si trae piacere. No, questa è gioia che rimane, che contagia, diventa amore per tutto ciò che è prossimo, diventa amabilità e benevolenza. Dice Paolo, diventa capacità di rapporti sereni che costruiscono, che comunicano davvero il senso della vicinanza, dell'essere accanto, del percorrere insieme la strada aiutandosi nel percorrerla. E questa gioia non la si può comperare, la si può solo accettare come dono da Colui che ha azzerato la distanza. Questo è il dono clamoroso e umile accettato per noi da Maria nel silenzio, ed è dono che introduce nella storia una Presenza diversa, quella di Dio, del Figlio di Dio. Il nostro cammino di Avvento ci ha condotto alla soglia del Natale, e oggi siamo presi per mano e siamo aiutati dalla presenza di Maria, a celebrare il nascere del Bambino che rimarrà con noi: l’Emmanuele profetizzato dalle antiche Scritture (Is 7,14). E questa è la parola che il Signore ci regala per l’ultima domenica di Avvento, parola che ci dice come Dio in Gesù Cristo abbia scelto di annullare le distanze perché noi da soli, non l’avremmo mai raggiunto.
