II Domenica dopo l’Epifania – Anno B
Is 25, 6-10°; Sal 71 (72); Col 2, 1-10°; Gv 2, 1-11
È un futuro identificato nella gioia quello raccontatoci dal testo del profeta: «preparerà per tutti i popoli, su questo monte, un banchetto di grasse vivande, di vini eccellenti e raffinati». È una festa nella quale né morte né dolore potranno essere presenti e questa è la promessa per tutti. Egli finalmente: «strapperà su questo monte il velo che copriva la faccia di tutti i popoli», e il velo è la rassegnazione nei riguardi della fine di tutte le cose. E ancora: «Il Signore asciugherà le lacrime su ogni volto», e facendolo assicurerà che la vita sia per sempre. Queste sono le parole che il profeta consegna al popolo di Dio che sta vivendo un momento di vita difficilissimo e turbolento per rinsaldarne la speranza. Sono parole che toccano aspetti profondi e veri della vita e fanno intravedere come il dono della mensa che rallegra non sia soltanto temporaneo, ma è dono che mette nel cuore la fierezza di poter dire questo «è il Signore in cui abbiamo sperato». E la rappresentazione di futuro aperta dal profeta trova nel Vangelo il suo punto più alto; la vicenda di quel convito di nozze ci dice che la fatica del nostro camminare attraverso la storia, non sarà in grado di rubare la speranza. Il testo del Vangelo è notissimo, e proprio per questo è davvero importante mettersi a tu per tu con la parola del Signore così da sentirci dentro un cammino con lo slancio giusto. Ritroviamo da subito Gesù presente a partecipare alla gioia degli altri. Forse esistevano legami di parentela o di conoscenza con i parenti degli sposi, Giovanni non ci dà nessun particolare, ma Lui Gesù, è presente assieme alla Madre a quella festa di nozze e non è senza significato questa presenza. L’apertura del dono di Dio si fa partecipazione ai momenti della vita di tutti, anche nelle circostanze di gioia e di festa che una vita nuova che da lì prende avvio, merita.
Per sé sarebbe sufficiente questo perché ci dice già tutto di questo Dio che in Gesù Cristo vuole stabilire un legame profondo con noi. È un testo dalle immagini che si possono cogliere con immediatezza perché tocca i nostri sensi, i nostri vissuti. Non c’è sempre allegria e gioia: viene a mancare il vino che è tra i doni della creazione «vino che rallegra il cuore degli uomini» (Sal 104,15). Ciò che fa muovere il racconto, è la segnalazione di Maria: «Non hanno vino», ed è una affermazione il cui accento è posto sulle persone. Maria presenta il bisogno al Figlio Gesù non fermandosi alla sua risposta; si muove, chiama e pronuncia quella frase che è centrale in questo Vangelo: «Qualsiasi cosa vi dica, fatela». È la frase da portare con sé tutta la vita; è parola che si fa premura, attenzione, è parola che viene dal suo sguardo materno che anticipa e che invita; e i servi nel seguire ciò che dice loro Gesù, si mutano in discepoli. Questa è la fede di Maria; una fede coraggiosa e di iniziativa che tuttavia si lascia svuotare radicalmente nel suo volere e rimanda alla parola di Gesù, alla sua ora, al suo tempo. La Madre che ha anticipato i tempi e i momenti nella generazione del tempo nuovo prefigurato dall'ora del Figlio, lo può fare perché è la Madre che ha capito il mistero che sta accompagnando la vita del proprio Figlio. E Gesù anticipa la sua ora; facendosi carico, prende a cuore e regala la gioia esuberante e chiassosa a quel banchetto di nozze, e le «sei anfore di pietra» contenenti l’acqua tramutata in vino a Cana di Galilea, sono le silenziose testimoni di quanto poi lo stesso Gesù dirà di sé: «Io sono venuto perché abbiano la vita e l'abbiano in abbondanza» (Gv 10,10). L'acqua tramutata in vino, noi lo chiamiamo miracolo, ma non è la definizione che ci dà l’evangelista Giovanni; lui lo definisce segno, e il segno compiuto da Gesù è come un segnale stradale, un’indicazione di percorso che fa arrivare alla croce. C’è come un ponte tra Cana ed il Calvario luogo della sua manifestazione per eccellenza: solo in quell’ora tutto si chiarirà, ma occorrerà affrontare un lungo viaggio per scoprirne la meta.
Dunque, non ci si deve fermare allo stupore di fronte al prodigio; la segnalazione di Maria ha permesso il miracolo che è la manifestazione della gloria di Cristo che si compie anche attraverso la Madre e le persone che compiono la sua volontà. Il Vangelo ci dice che sulla nostra strada, nel cammino della nostra vita, ci sono presenze così che ci guardano con questo occhio e sguardo affettuoso. È la prima manifestazione di Gesù ai suoi discepoli e teologicamente è molto più ricco di quanto detto, ma è bello presentarne la freschezza che ci porta a dire: si Signore, quello che mi dici, lo farò come una consegna che porterà gioia alla mia vita. Gesù si pone in mezzo a noi, e lo diciamo in questi giorni nei quali scorgiamo solo segni di amarezza per la prepotenza della pandemia che produce nuove situazioni di povertà o di grave necessità, Gesù condivide anche questo. È tra noi un Dio che vuole stare al centro della nostra vita e solo chi vive distrattamente non se ne accorge. La nostra esistenza è una chiamata all’amore per andare oltre noi stessi e Paolo è così. Scrivendo ai Colossesi ha questo intento; pur scrivendo dalla prigione, il suo non è un testo incatenato come di uno che non ha più ragione di gioia. Paolo è interamente proiettato come attenzione, sulla vita della sua gente, della sua comunità e dice parole che è bello raccogliere come invito ed augurio per il cammino che ci sta davanti. È un crescendo, invita a camminare radicati e costruiti su di Lui, sul Signore Gesù. Radicati vuol dire essere dentro in profondità, costruiti invece dice l’essere inserito sul fondamento che è Gesù Cristo. Non c’è fondamento diverso che ci faccia giungere alla pienezza di Lui e della sua vita. Non una parola sul suo dolore, sulla sua fatica, sulla sua prigionia; lo sguardo è interamente proiettato sul cammino dei suoi fratelli nella fede e con loro condivide in pienezza di gioia quel regalo che è la parola del Signore posta nel cuore.
Ma qualcosa il Vangelo chiede anche a noi. Se le nozze sono il massimo della festa e manca il vino, è evidente che si tratta di un evento dai colori tristi, malinconici, senza gioia. Sembra proprio la lettura di uno spaccato della nostra vita. Se ci pensiamo bene questo è il pericolo che minaccia sempre il nostro rapporto con il Signore e di riflesso la comunione tra di noi, e molto più largamente quella di una intera comunità. Se ci pensiamo bene dobbiamo ammettere che è così; quando siamo all’inizio di una nuova relazione, di una nuova amicizia, si vede il carattere promettente di quel che inizia e appare naturale offrire il meglio di sé, e proprio l’attenzione e il desiderio di anticipare l’altro rendono la comunicazione vivace, l’incontro grato, la compagnia lieta così che dare il meglio non costa, anzi, appare addirittura come cosa grata. Sperimentiamo lì quello che si dice nel Vangelo per bocca del maestro di tavola che si rivolge allo sposo: «Tutti mettono in tavola il vino buono all’inizio e, quando si è già bevuto molto, quello meno buono». Con il passare del tempo è facile che intervenga l’abitudine, la stanchezza, così che una sorta di torpore ridimensiona le attese reciproche. È vero, la mancanza di vino può essere anche la conseguenza della mancanza di lavoro, di malattie, di situazioni problematiche che le nostre famiglie attraversano come il matrimonio che entra in crisi e non si sa cosa fare. Si presentano delusioni che incoraggiano ulteriormente a risparmiare se stesso negli investimenti nelle relazioni e la cosa ancora più negativa è che l’indebolirsi della gioia è considerato normale tant’è che si dice: succede a tutti. Ma a queste inclinazioni tristi della vita, abbiamo visto che la Madre non si rassegna; Lei, ci dice il Vangelo, intercede verso il Figlio amato, in favore di una situazione che, proprio perché potenzialmente di fallimento e di umiliazione che genera sconforto, sia restituita ad una circostanza vera di gioia e di festa. Davvero e con verità possiamo proclamare: «Questi è il Signore in cui abbiamo sperato».
