III DOMENICA DOPO L’EPIFANIA – ANNO B
Nm 11,4-7.16a.18-20.31-32a; Sal 104; 1Cor 10,1-11b; Mt 14,13b-21

Desiderio, incontro, accoglienza, nutrimento: il desiderio nel cuore di ogni esistenza genera storia nuova, e Gesù nella sua vita accoglie questo sogno. La manifestazione del Signore è il filo rosso di queste domeniche chiamate tempo dopo l’Epifania e la moltiplicazione dei pani e dei pesci da parte di Gesù ne è un aspetto. Gesù, raggiunto dalla notizia della morte di Giovanni, vuole ritirarsi in un luogo deserto, in disparte, avverte il bisogno di rimanere solo. Sovente i vangeli ci mostrano Gesù che si ritira in luogo appartato per pregare; il suo appartarsi in solitudine nella preghiera è qualcosa di grandioso, è desiderio di relazione, di incontro, di vita, è desiderio di cibo vero, e tuttavia, viene distolto da questo proposito. Una moltitudine di gente che lo ha seguito a piedi, lo sta aspettando, e il Vangelo ci dice che vedendo la folla Gesù «sentì compassione per loro». In tutta la bibbia questo sentimento esprime la partecipazione divina per il suo popolo con particolare riguardo ai più piccoli. È lo stile di Gesù che risalta di più: Lui ha infatti, una duplice passione: vive tutto per il Padre, ma vive anche tutto per i figli del Padre; atteggiamenti questi che si condensano in un unico atto d’amore, affinché in Lui anche i figli possano nutrire la stessa passione per il Padre. Il Vangelo annota che Gesù si piega sui bisogni di quella povera gente senza riserve; scende dalla barca e sta con quelle persone, si immischia, si impasta con quell’umanità, come un voler dire “contaci, io ci sono, io ti sono accanto, tu mi sei caro e mi prendo cura di te”. La compassione è segno di un cuore che vigila, ed è all’interno di questa cornice che prende forma il miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci. Se fossimo stati presenti a quell’incontro, penso che anche noi avremmo suggerito a Gesù l’invito pratico: «Il luogo è deserto ed è ormai tardi; congeda la folla perché vada nei villaggi a comprarsi da mangiare», ma questo invito non ha la cornice che ha Gesù il quale dice ai suoi discepoli: «Non occorre che vadano; voi stessi date loro da mangiare». L’invito è palese; farsi carico dando tutto ciò che si ha anche se è poco, come può essere poca cosa: «cinque pani e due pesci!». E Gesù opera già con l’invito «portatemeli qui»; la consapevolezza che quanto abbiamo non è nostra proprietà esclusiva, ma piuttosto partecipe di una più generale condivisione, suscita l’arrivo della sovrabbondanza. Così i discepoli, che prima si erano fermati solamente al fermo immagine di quella immensa folla, ora, di fronte alla autorevole vitalità di Gesù, sono coinvolti nell’agire stesso di Gesù e tutti si trovano a partecipare della loro stessa condivisione. Il centro della pagina è proprio qui; Gesù sta e condivide: «spezzò i pani e li diede ai discepoli, e i discepoli alla folla». Questo è il clima, solo dopo c’è l’evidente sorpresa di un moltiplicarsi di pani e di pesci per la moltitudine di uomini donne e bambini, fino a raccogliere gli avanzi in dodici ceste. Per noi dare quello che si ha potrebbe essere un po' di tempo, simpatia, amicizia, sorrisi e il dono che si fa, diventerà contagioso, sarà il “miracolo a mani vuote” perché anche se la situazione è di totale sproporzione, il valore aggiunto lo mette la compassione di Dio. Il manifestarsi di Gesù genera stupore che sprona e invita ad avvicinarsi, ad andargli incontro per accoglierlo. Qui è espressa la paziente e feconda pedagogia di Dio che fa crescere la sensibilità e uno stile diverso nei suoi discepoli. Gesù si manifesta per questo e la sua manifestazione favorisce la decisione di andare verso di Lui passando però dal bisogno dei fratelli. Certo, anche quando ci si trova difronte a una manifestazione così convincente, così bella, non è detto che tutto vada tranquillo. Ci sono momenti nel cammino di fede della storia del popolo di Dio in cui, accanto ai segni vistosi e trasparenti della vicinanza e della benevolenza di Dio, quello che emerge dal cuore degli uomini, è cosa ben diversa.
Il Libro dei Numeri ci rimanda all’esperienza del deserto, ed è pagina sconcertante. La marcia nel deserto è dura e faticosa, sale la lamentela e la mormorazione di «gente raccogliticcia» che si lascia prendere da «grande bramosia». Il cibo promesso da Dio c’è ed è la manna; c’è ogni giorno ma è sempre quello. Sono stanchi di manna segno della benevolenza di Dio, e chiedono altro: «Chi ci darà carne da mangiare? Ci ricordiamo dei pesci che mangiavamo in Egitto gratuitamente, dei cetrioli, dei cocomeri, dei porri, delle cipolle e dell’aglio. Ora la nostra gioia inaridisce; non c’è più nulla, i nostri occhi non vedono altro che questa manna». La gioia della liberazione dalla schiavitù d’Egitto si inaridisce e si trasforma in capo di accusa; c’è addirittura il rimpianto, il rammarico di essere usciti dalla quella situazione di schiavitù. Quando nella propria vita ci si lascia condurre da bramosie camuffate in presunti bisogni, diventa possibile sradicare tutto il proprio vissuto e travolgere tutto dimenticandosi anche delle cose più grandi che si sono ricevute. Certo, quel popolo si trovava a dover marciare nel deserto, ma il Signore non si era eclissato, comminava con loro e ripartiva con loro giorno dopo giorno. Sono davvero tinte forti quelle raccontate da questa pagina, esse dicono anche a noi che frenesie mascherate da bisogni ci fanno ripiegare unicamente solo su noi stessi. È la tentazione che è sempre presente nei cammini di fede, troppo spesso infatti, siamo tentati di pensare sbagliando, che Dio non ci dia mai abbastanza, ci aspettiamo sempre di più; non ci accorgiamo invece che Dio risponde sempre con eccesso. Domenica scorsa l’eccesso erano i litri di vino nuovo messi a disposizione alle nozze di Cana, oggi sono le dodici ceste di pane avanzate dopo che la moltitudine aveva mangiato a sazietà. Anche Paolo ce lo dice. Le sue parole forti mettono in guardia dalle difficoltà che si trovano sul cammino chiamati a compiere, brame che se fatte nostre, possono portarci anche a rivoltarci contro Dio, e questa è idolatria. L’immaginare di dare la preferenza ad altre cose che sono frutto di comportamenti grezzi ed egoistici, è come mormorazione impietosa nei confronti di Dio. Fermarci solo sul contrattempo, sulla difficoltà inaspettata o ad un affanno non previsto, rischia di far azzerare tutte le attenzioni e i doni che gratuitamente riceviamo da Dio. Per questo che anche a noi è chiesto l’impegno di un nostro personale Esodo da situazioni di schiavitù, e, se tutto ciò comporta fatica, ci è però chiara la meta ultima che è il Signore. Davvero “tutto è grazia” per dirla con Georges Bernanos; Dio non abbandona mai, parla nei fatti e coi fatti, con le persone e nelle persone; però, poter dire che “tutto è grazia”, richiede che se ne sia fatta esperienza, se no, è impossibile parlarne. Allora è bello tornare alla pagina del Vangelo, tornare all’animo ed allo stile con cui Gesù si prende cura di quella folla di bisognosi. Per questo osiamo pregarti Signore, siamo anche noi nella folla dei bisognosi e fragili, e anche noi tante volte riconosciamo di non avere molto di più di cinque pani e due pesci. Avvertiamo anche un po’ smarrita la vita, tuttavia tu Signore ti lasci trovare sempre; Tu lasci il luogo della tua comunione con il Padre per lasciarti incontrare ancora così che per noi possa riprendere il cammino della libertà piena.
