Ultima Domenica dopo l’Epifania detta “Del Perdono” - ANNO B
Is 54,5-10; Sal 129; Rm 14,9-13; Lc 18,9-14

Il Signore è vicino a chi ha il cuore feritoCome sempre è opportuna la parola del Signore, come sempre è attuale e, per coloro che l’ascoltano con libertà del cuore, è capace di suscitare la capacità di mettersi in discussione, permettendo alla nostra preghiera di sfondare il cielo e arrivare a Dio. Il Vangelo fotografa due situazioni di preghiera nel Tempio di Gerusalemme: quella di un fariseo e quella di un pubblicano la cui diversità del pregare rimanda ad una più complessiva diversità di vivere e di interpretare la vita “giocandosi” il rapporto con il Signore e la relazione con la sua Parola. È in questa prospettiva che la parabola, per sé molto semplice, acquista una ricchezza di linguaggio che non può esaurirsi. È uno dei pochi casi in cui Gesù prima di raccontare la parabola, dice il perché, il senso e a chi è indirizzata, quasi volesse già da subito orientarne l’ascolto, per questo è offerta a tutti. Essa al suo interno, ha un accento di severità su alcune situazioni ed atteggiamenti, ma per coloro che la vogliono raccogliere, ha in sé una profonda consolazione. A ben guardare il fariseo non dice il falso; egli era tenuto ad un digiuno alla settimana, e lui ne fa due; lui restituisce con sovrabbondanza, è sincero, ma il suo sguardo interiore, il suo cuore, non è indirizzato a Dio, ma ripiegato su di sé: «O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano». Un dire: questa è la giustizia che io puntualmente osservo, anzi lo faccio persino al di là di quanto la Legge prescrive, e ho quindi diritto di pensare che io sono di gran lunga migliore di questo. È linguaggio che urta e rasenta l’arroganza; non può essere questa una preghiera; pur cominciando come una preghiera: «ti ringrazio perché», poi accentra tutto su di sé e non si apre a Dio. Totalmente diversa la modalità di entrare in preghiera del pubblicano. Il testo annota anche il suo stare all’interno del Tempio: «fermatosi a distanza», non alza gli occhi al cielo.

È un pubblicano, un esattore delle tasse per conto dei Romani, è ritenuto un infedele, un approfittatore del lavoro altrui. Lui da questo non si difende, ha lo sguardo basso, ma il cuore no, è alzato verso il cielo perché parla al Signore non per ostentare, ma per chiedere semplicemente: «O Dio, abbi pietà di me peccatore». La sua è preghiera che sgorga dal basso, è preghiera di chi ha la consapevolezza della propria fragilità e della propria infedeltà, e tuttavia ha la libertà di consegnarsi così come egli è: un «peccatore». Il Vangelo ci dice che «questi, a differenza dell’altro, tornò a casa sua giustificato»; il pubblicano ha avuto la capacità di consegnare la propria miseria e ha trovato la gioia di ricevere il perdono che lo restituisce a se stesso. Alla luce di tutto questo, viene da chiederci allora, come noi ci poniamo di fronte a Dio perché anche noi oggi, ognuno per le proprie strade, ci presentiamo dinnanzi a Lui. Ci chiediamo: veniamo per obbligatorietà legale o per necessità di incontro? Ci presentiamo perché dobbiamo rispondere ad un dovere o perché convocati, avvertiamo fino in fondo il bisogno di parlare con Lui, il Signore? C’è sempre qualcuno che cerca Dio solo per soddisfare una legge, una tradizione, una cultura pensando di sistemare la propria coscienza. Ma, e ne sono profondamente convinto, è altrettanto vero che ci sono tantissime donne e uomini che cercano Dio perché avvertono profondamente il bisogno di raccontare a Lui, il Signore, tutta la loro miseria e di raccontarla nella verità: questi sono i ricchi della povertà evangelica.
Uomini e donne sinceri che sanno riconoscere la gravità delle proprie situazioni, che non smarriscono la certezza di poter consegnare tutto questo al Signore con umiltà e con un pentimento sincero. È risorsa da non perdere mai nella vita, perché non dobbiamo mai perdere il desiderio di cercare il volto del Signore e la sua Parola che fa gustare la profonda ed intensa gioia di sapere che, se anche ci sentiamo in situazioni misere, povere e incerte della nostra vita, è data anche a noi la possibilità reale, concreta di chiedere: «O Dio, abbi pietà di me peccatore». E allora con questa disposizione d’animo possiamo gustare anche il testo sorprendente del profeta Isaia; il popolo disperso che non aveva più nessun riferimento, senza un centro dal cuore pulsante, una città ed un Tempio, ode dal Signore parole insperate: «Tuo sposo è il tuo creatore». È annuncio commovente, intensissimo; dice il desiderio di Dio di continuare ad avere un legame profondo con il suo popolo che è stato pesantemente infedele. Immagini e i simboli utilizzati danno profondità e spessore alla parola: «Viene forse ripudiata la donna sposata in gioventù?», come a dire: posso dimenticare l’inizio della nostra relazione? Anche se: «Per un breve istante ti ho abbandonata, ma ti raccoglierò con immenso amore»; davvero il cuore di chi ascolta si allarga, davvero da una pagina come questa ci sentiamo interpellati e possiamo notare come quel dono venga dall’alto senza neanche essere invocato dal popolo che ha vissuto la sua infedeltà allontanandosi dall’alleanza con il Signore. Il dono del perdono è dato con totale gratuità; il perdono è offerto dal Signore che vuole mantenere la promessa di avere un cammino ed una storia con l’intera umanità. Il Signore annulla le distanze, nessuno perde il diritto di vivere l’alleanza e la relazione sponsale con il Signore e il testo preannuncia un ritorno gioioso. Questo è l’annuncio forte di questa domenica; veniamo inondati da un dono che viene da Lui e per sua iniziativa, e accogliendo quel dono, siamo aiutati a rialzarci anche dopo i fallimenti che le nostre fragilità provocano. E quello che ci ha detto la splendida pagina del profeta e quello che ci è stato messo nel cuore da quel pubblicano umile e povero che «fermatosi a distanza», sa riconoscere la propria fragilità e implora il perdono, in Paolo ha la ricaduta che invita ad avere la capacità di guardare con occhio semplice e sereno il proprio fratello, di non permettersi il giudizio dell’altro, e a maggior ragione, un giudizio sprezzante dell’altro. Dio non ha fatto così con noi. Come in altre sue lettere, anche qui Paolo insiste sull’umiltà, la pazienza e l’accoglienza. Il modo di agire deve essere fondato non su regole esteriori, ma sull’esperienza dell’amore ricevuto da Dio in Gesù Cristo arrivato fino al grado supremo della croce. Paolo lo dice con la forza persuasiva di chi è profondamente e concretamente dentro la vita della comunità e avverte che la vita della comunità ha bisogno di essere irrorata dal Vangelo per progredire nel rapporto con chi ci circonda e con Dio stesso. Solo così ci si apre alla Misericordia, a quella straordinaria debolezza di Dio che poi è la sua onnipotenza, davvero «Il Signore è vicino a chi ha il cuore ferito» (Sal 34,19).


Orari celebrazioni

Sabato

17.00: Santa Messa Vigliliare

Domenica

11.00: Santa Messa (streaming)
Da domenica 31 gennaio la messa delle 17 sarà sospesa per lasciare spazio alla celebrazione delle 16 dedicata ai bambini

Settimanale

Lunedì e venerdì ore 18
martedì, mercoledì e giovedì ore 8.30

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"Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, lo avete fatto a me."

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