III DOMENICA DI QUARESIMA – ANNO B
Esodo 32,7-13b; Salmo 105; 1Ts 2,20-3,8; Giovanni 8,31-59
Terza tappa dell’itinerario quaresimale che invita ad un cammino vero di fede. Il difficile brano del Vangelo ci consegna questa idea di fondo: possiamo essere pro o contro il Signore, ma se scegliamo di seguire Gesù, non possiamo manipolarlo a nostro piacimento, dobbiamo fidarci di Lui. Una pagina davvero drammatica per il tono, ma ancor di più per la piega che prende: «rac-colsero delle pietre per gettarle contro di lui; ma Gesù si nascose e uscì dal tempio». Non è un ritornello che ritorna, è una reazione reale che evidenzia un duro scontro. Quale era il motivo che divideva i Giudei da Gesù? Il volto di Cristo, l’ascolto della sua parola, la verità, la libertà. È suggestivo sapere che lo scrittore russo Fëdor Dostoevskij, avesse in mente una immagine come questa. Scrivendo una lettera a Natal’ja Fonvizina, moglie di un funzionario amico caduto in di-sgrazia, e come lui, incarcerato nelle prigioni russe, lo scrittore affermava: «se qualcuno mi di-mostrasse che Cristo è al di fuori della verità, e davvero la verità si trovasse fuori di Cristo, pre-ferirei comunque rimanere con Cristo piuttosto che con la verità» (Fëdor Dostoevskij: Lettere sulla creatività, Ed. Universale Economica Feltrinelli). La possibile «dimostrazione» resta solo una costruzione della ragione umana, ma lo scrittore trova nell'abbandono a Cristo la sintesi d'ogni sua pena e questo suo vedere non è razionale, ma è esigenza esistenziale. La verità non viene negata, ma ricollocata in modo diverso. È la persona che ci attira, non un argomento. I «Giudei che gli avevano creduto», si trovavano davanti a questo volto, ma aderivano intima-mente alla propria verità non volendo cogliere la persona di Cristo. Hanno chiuso la religione in un sistema, in un insieme di codificazioni, sono rigidi, sono immobili, non percepiscono il nuovo, il vento nuovo che abita le parole di Gesù, a differenza della Samaritana che le ha accolte. Lo stesso Pilato quando ha davanti Gesù e lo stava per condannare a morte, rimane in quella do-manda “cosa è la verità” (Gv 18,38), e quel pericolo esiste anche per noi se continuiamo a pen-sare solo filosoficamente che cosa sia la verità piuttosto che accogliere Cristo Verità che porta a libertà. Libertà che per quei Giudei che discutevano con Gesù, era la diretta conseguenza dell'appartenenza al popolo eletto, al popolo di Abramo. Una "dotazione" dalla nascita, e questa loro sicurezza costituiva il muro di separazione da Gesù. Erano loro e basta. Nel brano domina ossessivamente il "noi": noi, noi, noi! I figli di Abramo siamo noi e non altri e quindi a noi appar-tiene il diritto di considerarci autenticamente figli di Abramo. Ma a poco serve essere discen-denti di Abramo nel sangue se poi non si è discendenti di Abramo nella fede rimanendo schiavi. Qui nasce per noi la prima domanda: la libertà è già una evidenza nella vita del credente? Noi in fondo conosciamo la libertà del fare quello che desideriamo, del movimento, delle scelte, ma la libertà dono di Dio, è prima di tutto una liberazione del cuore, un soffio vitale nell'intimo che spazza via l'uomo vecchio per dare respiro all'uomo nuovo. La libertà, dono di Dio, è la libertà di potersi donare perché non c'è più nulla che ti incatena interiormente, sei libero dalla schiavitù del denaro, del potere, dei riconoscimenti, dell'onore, della eccessiva preoccupazione di sé, dai condizionamenti sociali che rubano la tua identità e ti vestono di maschere. Sei libero per dare, non per assaporare seduto la tua uscita dalla schiavitù del peccato.
Figli di Abramo si diventa in forza della fede, perché si apre il proprio cuore a Dio e ci si lascia condurre dalla parola di Dio. Si capisce allora il perché delle posizioni che Gesù ha. La salvezza è dono e grazia di Dio, la si cerca e la si invoca pur restando dentro le proprie fatiche e con tutte le proprie fragilità, ma questo i dotti, i conoscitori delle Scritture non lo potevano accettare. Gesù dice in modo inequivocabile che chiunque apre il proprio cuore e si mette nel cammino vero di fede, costui entra e la salvez-za diventa esperienza vera. Qui è posto il centro della questione: Gesù è la verità su Dio e sull’uomo e solo Lui ci può rendere veramente liberi; la sua libertà dà voce al suo comportamen-to e la fedeltà alla parola del Padre lo porta ad accettare di consegnarsi nelle mani degli uomini e a morire in croce per tutta l’umanità. Allora, come per lo scrittore Dostoevskij, non dobbiamo più chiederci cosa sia la verità, quanto piuttosto, chi è la verità da accogliere, e la verità da acco-gliere è Cristo, la sua persona, il suo volto, la sua parola. Proprio perché questo aspetto è il cuo-re vero, la pagina del vangelo parla a tutti, parla a me, parla a te perché anche noi rischiamo di fermarci e scivolare in quel diritto tanto reclamato da quei Giudei. In fondo, anche noi che siamo nati nella tradizione cristiana, siamo portati a pensare che la salvezza e la libertà siano nostre già per diritto, e questo può affievolire la ricerca e il cammino della fede compiuto fino in fondo e con fiducia, e il testo di Esodo ce ne fa memoria. Proprio mentre Mosè si trova sul monte a ri-cevere il segno di un’eterna alleanza con il Signore, il popolo «si affollò intorno ad Aronne e gli disse: “Facci un dio che cammini alla nostra testa, perché a quel Mosè, l'uomo che ci ha fatti uscire dal paese d'Egitto, non sappiamo che cosa sia accaduto”. C’è una evidente incapacità di tollerare l’attesa, che fa scivolare nella più dolorosa forma di impazienza e alla scelta di costruire un vitello d'oro, un idolo che dia sicurezza: «Ecco il tuo Dio, Israele, colui che ti ha fatto uscire dalla terra d’Egitto”». Un consegnarsi agli idoli fatti da mani umane cancellando in un colpo solo l'intera esperienza di quel cammino di liberazione che l’Esodo ha portato con sé. Ma quello che è bello sottolineare è il rimanere solidale di Mosè con questa gente fragile; un sentirsi solidale a tal punto che ne prende le parti e prega il Signore per loro. Non accetta per sé il futuro di grande nazione senza che anche loro ne facciano parte. Mosè conosce il cuore di Dio e sa di poter osare nella preghiera di intercessione, e questa è l’unica, vera strada che consente, ad ogni uomo, di sperare nella salvezza. Ricordati. La parola che normalmente Dio dice al suo popolo - ricordati che eri straniero, eri schiavo, sei stato liberato, ricordati che – adesso Mosè la restituisce a Dio: ricordati Signore, tu hai voluto bene a questa gente che ha sbagliato, è un popolo di dura cervi-ce, hai ragione di dire questo, ma tu hai amato questo popolo, lo hai chiamato a salvezza. Ricor-dati! È supplica che genera immediatamente speranza, perché anche nei tempi della desolazione e dello smarrimento più grande e grave, apre a varchi liberanti e profondi. L’amore infinito di Dio non verrà mai meno, non potrà essere vinto da nessuna infedeltà per quanto grande possa essere. Mosè ha il coraggio di andare oltre le parole di rimprovero di Dio, si affida al cuore di Dio. È pagina che aiuta a rimetterci in cammino. Anche se ci riconosciamo tra i tanti che, nei momenti difficili della vita, vanno a cercare idoli ritenuti più indulgenti e piegati alla nostra vo-lontà, questa pagina ci dice che Dio è sempre disposto al perdono, a patto che il nostro cuore rimanga ancorato a Lui, al Dio di cui si è fatto esperienza, che ti ha condotto fuori dalle secche della vita, che ha accompagnato e accompagna il tuo cammino. Dio è fedele non solo alle sue promesse, ma ad un futuro buono e promettente: «Renderò la vostra posterità numerosa come le stelle del cielo». Sembrano pagine lontane, ma quando le si accostano con attenzione, si arri-va a dire che questa Parola sta parlando di noi, di me, di te, della nostra vita, sta parlando delle nostre possibilità che sono qua o là, sta parlando davvero della nostra libertà. La terza domenica di quaresima può davvero diventare lo spazio dove con umiltà semplice, ma con sincerità pro-fonda, diciamo: Signore, noi non abbiamo nessuna intenzione di prendere le distanze da te, aiu-taci e sostienici in questo cammino, facciamo conto su di te Signore.
