IV Domenica di Quaresima – Anno B
Esodo 33,7-11a; Salmo 35; 1Ts 4,1b -12; Gv 9,1-38b

CiecoNatoÈ bella l’espressione posta alla fine del testo di Esodo: «Il Signore parlava con Mosè faccia a faccia, come uno parla con il proprio amico». Il “faccia a faccia con il proprio amico” è la vera chiamata dell’Esodo; è lo spazio della famigliarità con Dio senza intermediari, senza nessuno in mezzo, senza nessuno velo che copra il volto, proprio come l’esperienza vissuta da Mosè. E colpisce che il testo annoti che quando vedevano Mosè andare alla tenda: «tutto il popolo si alzava in piedi, stando ciascuno all’ingresso della sua tenda: seguivano con lo sguardo Mosè, finché non fosse entrato nella tenda», come se provassero il fascino di un mistero per quel rapporto diretto e profondo con Dio. Ma c’è un’altra osservazione che magari rischia di passare solo come annotazione ma che è altrettanto piena di significato. Si dice che ogni mattina la tenda veniva tolta per compiere il cammino di quel giorno, e la sera quella tenda veniva rimontata. La «tenda del convegno» come l’aveva chiamata Mosè, era sempre presente nel cammino di tutti lungo il deserto. Dio, con la sua gente, stava così camminando come chi è senza casa, nomade tra i nomadi. Questo stare accanto al suo popolo esprime tutta la partecipazione di Dio verso la sua gente; è il segno di una prossimità che rimarrà nel cuore dell’esperienza dell’Esodo, ma è anche anticipazione per tutti noi. Dio è incredibilmente fedele e solidale, si fa itinerante anche con noi nella nostra condizione provvisoria; è dentro questo campeggio di poveri che faticano nell’attraversare il proprio deserto. Ciò che è descritto nel testo di Esodo mette nel cuore anche a noi il desiderio dell’incontro «faccia a faccia» per vedere da vicino «il proprio amico» che si fa compagno di viaggio provato, mendicante di acqua, ma contemporaneamente, sorgente d'acqua pura. È bello pensare che nel nostro cammino non siamo da soli perché il Signore si affianca a noi solidale con le nostre fragilità e fatiche. E l’attenzione che il Vangelo oggi chiede a tutti, è proprio quella di testimoniare questo incontro. La conoscenza vera di Gesù deve partire necessariamente dalla sua umanità; l’esordio del vangelo ci dice proprio questo, ci parla del nuovo modo di porsi di Gesù: «Passando, il Signore Gesù vide un uomo cieco dalla nascita». Un cieco che, a differenza dei ciechi incontrati da Gesù nei Vangeli sinottici, non chiede nulla. Lui ignora la luce, non la conosce direttamente; è cieco dalla nascita, non ha mai conosciuto la bellezza della luce o il suo contrasto profondo della tenebra; vive nella cecità e per lui quella è la condizione ordinaria. Sono i discepoli che interrogando Gesù aprono il dibattito: «Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?». Ecco che quell’uomo, oltre a vivere la solitudine dovuta alla sua cecità fin dalla nascita, diventa caso su cui discutere. Il suo nome, la sua vita, le sue attese non sono neanche tenute in considerazione e così, quell’uomo diventa sempre più solo. Ma Gesù vuole operare finché è giorno e si prende cura della realtà malata per riplasmarla in creatura nuova dell’inizio (cfr Gen 2). Rifiuta totalmente le teorie che legano peccato e malattia, scarta quella domanda e alza l’azione ad un livello diverso. I suoi gesti dicono la concretezza del prendersi carico di un povero che merita solo di essere amato. La sua è una “liturgia” semplice, ma estremamente significativa: sputa per terra, impasta un po’ di fango, lo spalma sugli occhi del cieco e gli dice: «Va’ a lavarti nella piscina di Siloe» - che significa Inviato». Il Vangelo di Giovanni è lapidario: «Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva».


Testo sobrio e ugualmente intenso che racconta la restituzione della dignità ad una persona offesa; la dignità di un’attenzione, la dignità di una parola detta, la dignità di un gesto di premura e, infine, l’incredibile dono della luce a colui che non l’aveva mai conosciuta. Il miracolo è compiuto e il Vangelo poteva chiudersi qui, ma viene descritto il cammino di fede del cieco nato e il misero tentativo dei farisei di sminuire ciò che era successo solo perché Gesù ha operato di sabato. Per la seconda volta Gesù guarisce di sabato e invece del canto di gioia, nel Vangelo entra un'infinita tristezza, ai farisei infatti, interessa il caso da manuale. Non c’è la lode per l’azione che ha dato la luce a quegli occhi chiusi da sempre, ma la "sana" dottrina tradita è ciò che appassiona. Avviano un processo per eresia: l'uomo passa da miracolato a imputato e la tessitura del brano acquista un crescendo favoloso. È il cieco dalla nascita che con le sue risposte conduce al riconoscimento di Gesù. Attraverso una serie di passaggi, Gesù è dapprima un «uomo», poi è un «guaritore», un «profeta», fino a essere riconosciuto come Figlio dell’uomo. Le risposte alle frasi anche spietate dell’interrogatorio mostrano il guizzo di libertà dell’uomo risanato, mostrano la gioia esplosiva di chi la luce l’ha potuta vedere solo adesso, ma che ora la conserva dentro al proprio cuore: «ero cieco e ora ci vedo». E quando quei Giudei «lo cacciarono fuori» perché ritenuto «nato tutto nei peccati», il cammino che ci ha fatto compiere l’ex cieco, permette di sentirci solidali con lui nel volergli bene. Gliene hanno dette tante, ma lui ha resistito emergendo con tutta la sua fierezza e la sua gioia che lo ha portato al suo compimento ultimo: la conoscenza. È lo stesso Gesù infatti che, avendo saputo «che l’avevano cacciato fuori», lo vuole incontrare ancora con un «faccia a faccia»: «Tu, credi nel Figlio dell'uomo?...E chi è, Signore, perché io creda in lui?...Lo hai visto: è colui che parla con te…Credo, Signore!». L’evangelista Giovanni non regala una parola in più, è stringatissimo, ma è dichiarazione piena e forte di una piena che sprona anche noi. «Credo Signore!» è frase che tocca profondamente il cuore, e Paolo, ci consegna la modalità dell’adesione a quel cammino. L’esortazione appassionata dell’Apostolo si può riassumere nella frase centrale del testo ai Tessalonicesi: «Questa infatti è volontà di Dio, la vostra santificazione». Come un dire che, adesso che si è conosciuto il Vangelo e incontrato il Signore, la chiamata è verso una vocazione nuova che accolga la pienezza del dono che la Pasqua di Gesù ha dato. Infatti: «voi stessi infatti avete imparato da Dio ad amarvi gli uni gli altri […] Ma vi esortiamo, fratelli, a progredire ancora di più e a fare tutto il possibile per vivere in pace». È l’amore fraterno il segno che renderà visibile l’essere in un cammino di autentica santificazione; è l’amore fraterno che fa vivere il distacco da una vita che rischia di rimanere ancorata ai troppi segni della stagione precedente che non conosceva il Vangelo. Stagione che risultava essere buia per il cuore che si lasciava guidare da altro. Sono parole valide anche oggi perché la chiamata al Signore è indirizzata a ciascuno. Questo è il volto del Signore che traspare dalla liturgia odierna, volto che ci accompagna nel nostro cammino verso la Pasqua; questa è Parola che deve entrare profondamente nei cuori. Vivere al buio è davvero il dramma della vita, ma vivere al buio anche quando diciamo di vederci, è davvero la sventura più grande che ci possa capitare. Signore, accompagnaci con il tuo Vangelo in tutte le stagioni della vita; accompagnaci soprattutto in questo periodo in cui il buio sembra farla da padrone e la speranza viene meno. «È in te la sorgente della vita, alla tua luce vediamo la luce», Signore, manda anche noi alla piscina di Siloe affinché anche la nostra cecità sia guarita.

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