V Domenica di Quaresima – Anno B
Dt 6,4a.20-25; Sal 104; Ef 5,15-20; Gv 11,1-53
Il testo della Lettura che è tratta dal Libro del Deuteronomio ha evidenti legami all’Esodo. È testo che per la sua solennità sembra lontano, ma se lo avviciniamo bene, ci accorgiamo che sa proprio di dialogo di casa. Mosè dicendo: «Ascolta, Israele: Quando in avvenire tuo figlio ti domanderà: “Che cosa significano queste istruzioni, queste leggi e queste norme che il Signore, nostro Dio, vi ha dato? tu risponderai a tuo figlio», evidenzia proprio il momento di intimità che la casa offre. Era diventato usuale, per il cammino spirituale della famiglia che all'inizio della cena pasquale, il figlio più piccolo ponesse la domanda al proprio padre: papà perché siamo qua, questa sera, riuniti insieme? E la risposta del padre prende le mosse proprio dall’invito di Mosè che è a racconta. Racconta come il Signore ha accompagnato e accompagna la nostra vita, riferisci la tua vita, la tua fede anche se fosse fede fragile. Il racconto per sé è risorsa, è un modo di riconoscere la propria povertà e la propria difficoltà a vivere con coerenza e fino in fondo, la ricchezza che il Signore ci affida. Raccontando si ricorda l’intervento di Dio, si acquista la forza che dà aiuto nei momenti difficili in cui tutto sembra prendere il sopravvento e oscurare la speranza. Non sono solo precetti da osservare, ma raccontare le aperture alla certezza che il Signore è davvero vicino a tutti. Ma dominante oggi è la straordinaria pagina del Vangelo. Un intreccio di parole, di gesti, di emozioni, di commozione, di pianto mentre si sosta presso una tomba che già sprigiona il tanfo di morte! Gesù è lì perché un percorso di liberazione che ha vera novità di vita, se non giunge ad un faccia a faccia con la morte, rischia di diventare pericolosamente disincarnato. Pagina da percorrere man mano che viene raccontata. Prima le paure, poi lo sgomento, poi lo smarrimento di fronte alla morte di Lazzaro fratello di Marta e di Maria. Tutto avviene a Betania, casa amica di Gesù, casa nella quale sono presenti tutti i contesti feriali della vita, casa in cui sosteremo anche la prossima domenica. È casa famigliare per Gesù, casa attraversata dall’attesa, dalla gioia, dalla festa, e ora anche dal dolore e dal pianto perché Lazzaro non c’è più. Dentro questo intreccio di sentimenti di grande affetto e di dramma, si distendono i dialoghi davvero grandi tra Gesù e i discepoli, tra Gesù, Marta e Maria, con il commento in sottofondo di gente che giudica in vario modo, prima attendendolo e poi delusi dal ritardo di Gesù. E ancora, le emozioni che ci vengono comunicate da Gesù, il suo sentire e il suo stare di fronte ad un avvenimento drammatico come questo. Pagina intrisa di emozioni davanti al sepolcro di Lazzaro. I Vangeli ci restituiscono sempre il volto umano di Gesù sensibile ai legami e all’amicizia, e Gesù, scosso dall’evento della morte - estremo male che tutti ci supera - scoppia in pianto. Le lacrime di ogni uomo, di ogni donna, da sempre sono qualcosa di prezioso: «nel tuo otre raccogli le mie lacrime» (Sal 56,9), davanti a Dio nessuna lacrima cade nel vuoto! Il salmo ci dice che le lacrime del pianto che esprimono dolore, sofferenza, commozione, compartecipazione e a volte rabbia, diventano così preziose da essere raccolte e conservate nell’otre di Dio e, addirittura, scritte nel libro della vita. Il pianto di Gesù di fronte alla morte, alla insuperabilità della morte che il male ha portato in dote, esprime tutta la sua umanità profondamente vicina. Un corpo inaridito non riesce a versare lacrime sulla sofferenza altrui.
Allora quel dire di Marta e Maria: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto», che appare come rimprovero ormai rassegnato alla inevitabilità, prende luce e diventa preghiera a Dia Padre nostro che sempre raccoglie il grido delle lacrime di dolore. Non è un Dio lontano e assente che si nasconde alla nostra storia, è il Padre al quale possiamo sempre raccontare le nostre paure e porre le domande che ci inquietano di più, e l’umanità di Gesù solidale con noi in tutto, nelle lacrime, dice proprio questo. Penso che il primo segno della gloria di Dio sia proprio il suo sciogliersi in lacrime. È vero, il segno della risurrezione di Lazzaro è portentoso, ma prima vi è questa impronta: senza le lacrime di Gesù, Lazzaro non potrebbe tornare in vita. Solo allora il comando imperioso e autorevole «Lazzaro, vieni fuori!» porta con sé la risposta che ci fa prendere coscienza di un oltre dopo la morte. In quel «Vieni fuori» c’è tutta l’esigenza, da parte del Signore, di chiamare a lasciare la tomba perché non è questa la finalità della sua Incarnazione: la morte fisica infatti è l’estremo insulto all’uomo che non è stato creato per la morte, ma per la vita: «Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza» (Gv 10,10). Come potremmo immaginare che ci sia un oltre la morte, se non perché è Lui che ce lo ha anticipato nel segno di Lazzaro e che nella sua Pasqua lo renderà definitivo? E allora bisogna davvero uscire dalla toma delle nostre paure, bisogna davvero uscire da ciò che ci può intorpidire e far perdere la freschezza e lo slancio. Ogni forma di morte terrorizza, fa paura; fa paura la morte quando si avverte che qualcosa si sta spegnendo dentro di noi, che viene meno la passione che ci ha condotto fino a qui. Si è portati a pensare “mi sta crollando addosso la vita, non mi riconosco più”. Paradossalmente questa pagina dice a ognuno di noi “guarda che questa morte la puoi anche vivere come premessa del rinascere”, perché se lasciamo che il morire a noi stessi vada fino in fondo, ritroveremo le vere condizioni del rinascere e del risorgere. Paolo lo conferma; l’Apostolo chiede che si faccia un passo in più; le sue sono parole forti, a partire dalla prima frase: «Fratelli, fate molta attenzione al vostro modo di vivere, comportandovi non da stolti ma da saggi, facendo buon uso del tempo, perché i giorni sono cattivi». Parole che custodiscono una qualità di sempre; forse noi oggi le scriveremmo con riferimenti diversi da quelli che l’Apostolo allora ha usato, ma la sollecitazione è estremamente forte ed attuale. Attenzione al nostro modo di vivere, perché il modo di vivere è fatto di linguaggi, di stili, di tempi, di scelte, di investimento degli affetti, di utilizzo delle risorse, e la disponibilità a far dono delle risorse che noi abbiamo nel cuore che dicono attenzioni e solidarietà. Tante volte è esattamente questo ciò che spiega il rinascere di una speranza quando tutto sembra sepolto, il rinascere di un futuro quando tutto sembra sempre e solo passato. Quanto vorremmo essere stati presenti anche noi all’esperienza profonda di Gesù che piange di fronte alla tomba dell'amico morto commuovendosi fino ad arrivare a gridare la parola di vita non per prevenire la morte, ma nella morte. Il racconto di Lazzaro inizia infatti, con Gesù che attarda l’arrivo presso l’amico malato; è una scelta che pare incomprensibile ad una lettura frettolosa. A Gesù sembra non interessare più fare un “miracolo” che faccia sfuggire alla morte, a Gesù interessa raggiungerci e salvarci nella morte. La morte di Lazzaro è per la vita perché solo se si attraversa la morte si può approdare alla resurrezione. È davvero scenario ampio, ma se procediamo entro questa esperienza di cammino, alla Pasqua ci arriviamo bene. Questa è solo parte della ricchezza che oggi ci viene proposta, ma quando questo brano lo riprendiamo, una sottolineatura, un'altra, una espressione, un’altra, ci rincorrono parole che davvero toccano nell’intimo e scopriamo che la presenza di Dio accanto all’uomo, permane anche quando l’uomo è lontano.
