Domenica delle Palme
Is 52,13-53,12; Sal 87[88]; Eb 12, 1b-3; Gv 11,55-12,11
È vero, ci avviciniamo alla Settimana Autentica con aspettative diverse. Il Vangelo ci dice che Maria di Betania si avvicina con trepidazione e non usa parole per dire quello che prova nel suo intimo, ma usa il profumo. Altri si avvicinano aspettando agitati nel tempio chiedendosi “Verrà o non verrà?”. Sono quelli che vengono dal nord del paese, dalla Galilea; vengono per la Pasqua e vengono prima per purificarsi, sono impazienti di vedere. Sanno che è successa una cosa straordinaria a Betania una settimana prima, sanno che Gesù ha operato il miracolo del ritorno alla vita di Lazzaro, per questo vogliono vedere. E c’è grande agitazione anche in Gerusalemme, ma non è attenzione per Gesù. La gente è così, in tutti i tempi la gente è così, vuole vedere. Alla fine del brano del Vangelo di oggi infatti leggiamo che: «una grande folla di Giudei venne a sapere che egli si trovava là e accorse, non solo per Gesù, ma anche per vedere Lazzaro che egli aveva risuscitato dai morti». Folla che vuole vedere, vuole vedere dalle tribune, vuole vedere da fuori, vuole essere spettatrice, ma non è detto che voglia capire. Giovanni subito dopo questa pagina ci dirà che quando Gesù entra in Gerusalemme, una folla gli venne incontro con una grande accoglienza. Anche questi vanno incontro a Gesù, gli organizzano una sorta di trionfo: «Benedetto colui che viene nel nome del Signore, il re di Israele», lo riconoscono come Messia, e tuttavia, probabilmente non sanno di che cosa si tratta. Non colgono come l’ingresso di Gesù a Gerusalemme non sia per un trionfo mondano come loro tributano, ma sarà un trionfo che avverrà su un altro e ben diverso trono: quello della Croce. Quelle mani alzate in segno di gioia, saranno poi mani che chiederanno a Pilato di crocifiggere il Cristo. Se si è solo meri spettatori, non si riuscirà mai ad entrare nella vita di Gesù. È su questo sfondo agitato che, quasi a contrasto, si svolge la cena di Betania dal tono più quieto, e piace da subito accogliere la figura di Marta che serviva, è figura bella; evoca la premura ospitale e attenta di chi cerca in tutti i modi di preparare la casa per l’ospite desiderato. Lei esprime la trama umanissima di relazioni fatta di affetti e di legami. Ma è il gesto di Maria che sorprende e sconvolge di più. Anzitutto perché lei è donna e tocca Gesù e questo è per sé, un fatto sconcertante per la cultura di allora, ma è la sua azione a sorprendere ancora di più. Maria lava i piedi di Gesù non con l’acqua che è l’azione tipica dello schiavo o della schiava, ma li unge con preziosissimo nardo il cui valore dice il Vangelo è di trecento denari. E non si ferma lì perché poi asciuga i piedi con i suoi capelli e l’azione è compiuta in silenzio; non una parola che dica il senso della sua attesa trasformata in adorazione nei confronti di Gesù. C’è in questo gesto tutta la libertà di amare di Maria.
È così intenso lo spreco, che «tutta la casa si riempì dell’aroma di quel profumo». È comprensibile l’imbarazzo generale rotto soltanto dalle parole di Giuda: «Perché non si è venduto questo profumo per trecento denari e non si sono dati ai poveri?». Udire queste parole da lui ferisce enormemente perché è enorme il divario tra il valore di quel profumo e il valore per la vita di Gesù che Giuda stesso riceve dai sommi sacerdoti quale compenso per il suo tradimento (cfr Mt 26,14-16). È sicuro che dei poveri si preoccupano tutti? No, ma in loro favore tutti si sentono autorizzati ad esprimersi. Maria non risparmia nulla per Gesù; la gioia che prova quando sta accanto a Gesù è infinitamente più grande dei piccoli calcoli che si possono fare. Lo ha sperimentato Zaccheo quando ospitando Gesù in casa sua e senza che Gesù gli chiedesse nulla, fa la sua solenne promessa: «io do la metà di ciò che possiedo ai poveri e, se ho rubato a qualcuno, restituisco quattro volte tanto» (Lc 19,8).
Come a dire “esagero perché ho scoperto, nella presenza vicina del Signore, un tesoro infinitamente grande che i miei miseri conticini fatti per misurare quello che ti do, non reggono il confronto”. Qui però il Vangelo non ci chiede chissà quale restituzione, il vero rendere è nell’amore con cui ci si consegna. Anche se avessimo pochissimo come quella vedova che mette due soldi nel tesoro del tempio (Lc 21,1-4), o avessimo solo le nostre fragilità e le nostre debolezze, nessuno potrà portarci via la possibilità di dire al Signore che lo si ama con la nostra vita e questa diventa restituzione sovrabbondante. Il nostro unguento prezioso è tutto il nostro essere che si vuole aprire al Signore. Il Vangelo ci prende per mano per dirci che nel mistero della Pasqua si entra così, si entra con un animo come quello di Maria che esagera, così che il donare sfocia nella contemplazione di Colui che si ama. E quel quid richiesto è messo in evidenza dal piccolo brano della Lettera agli Ebrei. Ci dice che la fede per essere veramente tale, deve dimostrare di poter sfidare il tempo e le difficoltà. Il testo chiede proprio questo: «Deposto tutto ciò che è di peso e il peccato che ci assedia, corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti, tenendo fisso lo sguardo su Gesù». Siamo invitati a guardare a Lui, alla sua persona, ad osservare gesti, ad ascoltare le sue parole. Non credo si possa avere atteggiamento migliore di quello appena sentito. È atteggiamento che non appesantisce il passo, non addormenta il cuore, perché lo sguardo è fisso su di Lui, su Gesù. E solo guardando a Lui ritroviamo le convinzioni, le possibilità, le risorse per essere alla sua sequela. Questo è l'invito, l'augurio che l'autore della Lettera agli Ebrei pone nel nostro cuore. Lo sguardo fisso su Gesù richiede l’ascolto assiduo delle sue parole che poi è il suo Vangelo, parole che fanno crescere permettendoci di essere suoi discepoli, anche se il cammino di sequela non è né facile né comodo. E un’altra indicazione la troviamo oggi nel testo del profeta Isaia: ci viene chiesto di contemplare e lasciarsi toccare dal mistero, dall’evento descritto perché è importante, in questa Settimana Autentica, fermarsi lì al suo cospetto. Il quarto carme del servo del Signore sarà riproposto ancora nella celebrazione della Passione il Venerdì Santo. Non c’è pagina più capace di dire il preludio di quello che poi la Passione di Gesù, condurrà a compimento. È testo da far scorrere nel tempo in cui si compie il Triduo Pasquale, testo da portare in noi e con noi come bagaglio buono e non pesante che fa entrare bene nella celebrazione della Pasqua. Quando riascolteremo il racconto della Passione, recupereremo lì le immagini di quel patimento, perché davvero quel Volto, quella persona, quel corpo di Gesù, ha realizzato la drammaticità di questi segni vivendoli su di sé. È testo proclamato secoli prima dell’avvenimento storico, ma è testo che si è radicato nelle più grandi e solide speranze del popolo di Dio in cammino. Un testo apparentemente perdente e che invece rivela l’incontenibile forza dell’amore con cui Dio dà casa ai suoi figli, e quando in quella casa ci si entra, questo è il Volto che si incontra. Un Volto solidale e vicino, Volto di uomo dei dolori che «non ha apparenza né bellezza», ma è Volto che ha una vitalità prodigiosa proprio per l’amore che sprigiona. Poi lo sguardo su questa domenica inevitabilmente è molto più ampio perché spazia sull’intera settimana che si apre, settimana ricca di Parola che davvero vogliamo con gioia custodire nel nostro cuore.
