III Domenica di Pasqua – Anno B
At 16, 22-34; Sal 97; Col 1, 24-29; Gv 14, 1-11a
Sono parole di congedo quelle ascoltate oggi, e un discorso di addio non dice parole inutili, non spreca sottolineature che non siano importanti, perché il momento di addio e di congedo è un momento di testamento e ogni frase di questo brano, ha in sé una sua ricchezza e una sua luminosità. Gesù annuncia uno sfondamento della morte; non più muro contro il quale va ad infrangersi ogni speranza, ma porta, attraversando la quale si giunge alla casa, al Padre: «Vado a prepararvi un posto». La sua non è un’avventura personale, è una missione per tutti: Gesù dicendoci: «vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi» ci comunica che con la sua resurrezione si apre una prospettiva nuova ed inedita. È come se ci volesse dire “guarda che nel luogo dove sono io, c’è la tua vita, c’è il tuo volto, c’è quello che sei”. Questo è lo spazio della Pasqua, o meglio, questo è l’approdo del cammino della Pasqua. Allora nella Pasqua ci si deve entrare perché il sepolcro vuoto del mattino di Pasqua, non può rimanere solo una immagine che non ci convoca e che sta solo sullo sfondo come scenario lontano, ma è e deve continuare ad essere annuncio di Vita che dona futuro all’uomo. C'è una promessa che tiene alto lo sguardo e che fa dire “siamo in attesa del Signore" perché, chi crede e si affida a Lui, il futuro non lo perde. Se le parole di Gesù entrano davvero nella nostra vita, la vita allora diventa un’altra cosa; è vero, rimane come esistenza che ha tutte le sue fatiche e le concretezze dei suoi impegni, ma è vivo un futuro, un desiderio, un’attesa, e questo è dono. La dimora è il posto preparato per ciascuno. Sono le parole della fede, non sono fiabe; sono le antiche promesse che il Signore poi realizza. E Colui che ha preparato il posto, si fa anche “navigatore” che guida e conduce a quel posto: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me». Non è soltanto un dichiarare, ma è azione perché Gesù stesso si mette a camminare con noi come aveva già fatto con i due viandanti di Emmaus «in quello stesso giorno» (cfr Lc 24, 13-33). Per questo, oggi ci dice di essere «la via, la verità e la vita»! Per giungere al Padre la via è l’amore del dono di sé che permette ai discepoli di ogni tempo di arrivare alla sua Verità e alla sua Vita! Oggi Gesù dice anche a noi le stesse parole usate la sera del tradimento. Turbamento apprensione delusioni formano un bagaglio, che riconosciamo non abbandonarci mai. Il turbamento si insinua nella vita di tutti in un modo o nell’altro, ma è consolante che il Signore venga da noi e ci dica «Non sia turbato il vostro cuore». Non ci appiana la via e non ci toglie di mezzo gli ostacoli, no! Le difficoltà restano e la strada spesso è irta, stretta, ed impegnativa, ma Gesù cammina con noi e questa è condizione che ci permette di non avere paura. La sequela del Signore richiede fedeltà anche in condizioni avverse. Se il Signore è veramente la nostra via e la nostra verità, la nostra risposta sarà quella di dare colore alla nostra vita. Il testo degli Atti degli Apostoli descrive bene questo passaggio; un testo appassionante che tuttavia ha il rischio di essere letto solo come testo narrativo e basta. In realtà, se ci entriamo bene, notiamo i passi di un povero uomo, passi che fanno vedere come la Pasqua da una parte spinge alla gioia, dall’altra riesce a far camminare anche colui che si sente sprovveduto. Lui è carceriere zelantissimo che il suo lavoro lo sa fare; infatti, ammanetta bene Paolo e Sila, chiude per bene tutte le porte e li lascia nella parte più interna del carcere. Ma un terremoto fa cadere catene e apre tutte le porte e il carceriere si sveglia e d’istinto vuole togliersi la vita perché si sente rovinato. Se un carceriere si lascia scapare tutti i prigionieri, quale futuro potrà mai avere?
Ma quest’uomo che ormai si dà per finito, per fallito, ha il coraggio di chiedere aiuto e questo spalanca la possibilità di un cammino che poi sorprendentemente in tempi rapidissimi, prende forma di fede in Gesù. Quella guardia, a quell’ora di notte, conduce Paolo e Sila nella sua casa, lava le loro piaghe, si fa battezzare, apparecchia la tavola pieno di gioia. Gesù era già diventato via per lui: quel carceriere lavando i piedi e le piaghe dei discepoli di Gesù, ha amato come Gesù ha amato lavando i piedi agli Apostoli sprovveduti, e il testo chiude dicendo che «fu pieno di gioia insieme a tutti i suoi per avere creduto in Dio». Scriveva padre Giovanni Vannucci: «Il cristianesimo non è una morale ma una sconvolgente liberazione». La Pasqua entra nella carne, nella nostra carne, cioè entra nella nostra vita e la cambia. Allora è importante questo passaggio: la Pasqua non la si celebra soltanto facendone memoria, la Pasqua va calata concretamente dentro la vita continuamente. Pensiamo solo cosa può voler dire anche per la nostra vita una convinzione come quella di Paolo, che nel breve testo tratto dalla Lettera ai Colossesi, ha una confessione di fede molto personale: «Fratelli, io sono lieto nelle sofferenze che sopporto per voi e do compimento a ciò che, dei patimenti di Cristo manca nella mia carne». Se c’è un uomo che vede le fragilità, che scopre le incoerenze e che ha a che fare con le mille contraddizioni che emergono dalla vita di queste piccole comunità, è esattamente Paolo. Quando affrontiamo tempi di fatica, tempi di prova, tempi di patimento, tempi di sofferenza, avere allo stesso momento dei punti di riferimento così luminosi, così intensi, è davvero prezioso; la preoccupazione rimane tale, ma la capacità di attraversarla, diventa infinitamente più ricca e infinitamente più profonda. La comunità di Gesù non dovrà mai perdere di vista che suo fondamento è il Crocifisso Risorto, Colui che si è fatto scarto e schiacciato, ma che vincendo la morte ha sconfitto tutte le angosce umane. Le logiche delle relazioni nella comunità dovranno avere come sfondo questo aspetto per essere veri servi alla comune dignità. Veramente ci sentiamo di manifestare a Te, Signore, quello che nel profondo agita il nostro cuore e che spesso vorremmo nascondere anche a noi stessi. Veramente possiamo dire a Te, Signore, tutte le nostre paure superando anche la vergogna. Davanti a Te come davanti all'Amico sul cui petto si può riposare, possiamo avere il coraggio di essere noi stessi fino in fondo, senza difese, senza maschere e trovare in quell'attimo il posto che Tu ci hai preparato.
