VI Domenica di Pasqua – Anno B
At 26,1-23; Sal 21; 1Cor 15,3-11; Gv 15,26-16,4

VI dopo PasquaCome entra la Pasqua nel cuore di chi ascolta, di chi vuole accogliere e apre davvero l’animo al dono del Signore? Come sempre l’aiuto ci viene dalla Parola. È pagina di vigilia il brano di Vangelo, ha qualcosa di incredibilmente emozionante questo ultimo momento di intimità di Gesù con i suoi nel cenacolo. È pennellata che fa cogliere qualcosa di estremamente bello ed importante pur nella drammaticità del momento vissuto: Gesù parla del dono dello Spirito che parlerà di Lui, che darà testimonianza di Lui. Vi è consapevolezza e tenerezza nelle parole di Gesù, vuole rassicurare dicendo che non vi lascerò soli, ma vi manderò il Paràclito. Vuole lasciare un’eredità dal significato forte che dia colore e calore a coloro che resteranno e dovranno fare i conti con quell’assenza. Gesù non vuole smettere di donare se stesso e la sua presenza tra i suoi, è rinnovata in modo diverso dallo Spirito Santo, il Paràclito, che letteralmente significa “chiamato vicino” o anche “avvocato” (1 Gv 1,2). Pregare lo Spirito vuol dire chiedere che Gesù non finisca nel bagaglio delle cose che progressivamente sono dimenticate perché si allontanano nel tempo, ma è chiedere che lo Spirito sia presenza del Risorto nell’oggi di ognuno di noi, che palpita perché vivo. È la consapevolezza dichiarata di non perdere le distanze con il Signore per non perdere nulla di quello che il Signore è, di quello che ha fatto, di quello che ha detto, di quello che ancora oggi continua a dirci, per questo lo invochiamo come dono promesso. Ma la testimonianza ha un prezzo. Gesù ci dice che ora saranno i discepoli che dovranno affrontare le persecuzioni: «Non ve l’ho detto dal principio, perché ero con voi» (Gv 16,4). Il peso dell’ostilità di chi non credeva al messaggio di Gesù, era al momento sostenuto da Gesù stesso. Gesù infatti, fin da subito ha custodito i discepoli dal maligno, ma nel momento in cui Gesù sta per lasciarli, deve avvisarli, deve avvertirli affinché non si scoraggino di fronte alle persecuzioni: «Come hanno perseguitato me, così perseguiteranno anche voi» (Gv 15,20). La verità del Vangelo che Gesù è venuto ad annunciare, è una verità talmente irrompente che già gli stessi responsabili religiosi del tempo, custodi della tradizione che volevano immutabile, hanno cercato in tutti i modi di zittire Gesù fino ad arrivare alla sua uccisione mediante la Croce. Anche oggi, nonostante tutti i secoli di cristianità passati, continua ancora il processo contro Gesù e la Verità del suo Vangelo; lo stesso corpo di Cristo che è la Chiesa, continua a conoscere processi e sentenze, persecuzione e morte. Gesù mette tutti in guardia dicendoci che la prova accompagnerà sempre la vita, e questo perché si è discepoli di Lui Pastore e Maestro. E ancora; la domanda fatta all’inizio, trova in Paolo il contributo per arricchire la nostra risposta. Paolo ci testimonia che quando la Pasqua entra veramente e pienamente nella persona, prende la vita e la cambia radicalmente. Il testo degli Atti degli Apostoli colloca Paolo nel tribunale di Cesarea chiamato in giudizio ancora una volta da quei Giudei ostili alla novità del Vangelo. Nella sua difesa davanti al re

Agrippa racconta la sua conversione, e ciò che scaturisce dal testo è l’emergere di un uomo commosso, un uomo stupito e quasi incredulo che non ha timore a raccontare come era prima: il persecutore, l’accanito nemico del nome di Gesù il Nazareno. È severissimo nei propri confronti, non attenua nulla del suo operato, e lo può fare perché riconosce che il Signore è entrato nella sua vita e l’ha potuto incontrare. È pagina in cui Paolo non racconta di sé per gloriarsi, ma parla della grazia divina che sente immeritata, ma che gli avrebbe fatto dire scrivendo ai Corinzi: «Per grazia di Dio però sono quello che sono, e la sua grazia in me non è stata vana» (1 Cor 15,10).
Per grazia; la Pasqua per Paolo è dono sorprendente e immeritato, ma proprio per questo, generatore di vita e di desiderio di risposta incontenibile. La gratitudine trabocca, va oltre, diventa risposta convinta, appassionata, sincera. La luce ricevuta sulla via di Damasco accompagnerà Paolo per tutta la sua vita cambiando il modo di leggere la Parola del Signore da sempre amata nella sua tradizione ebraica. Il dono della Pasqua del Signore Gesù Cristo, lo Spirito, è dono che porta alla salvezza; il cambiamento è proprio qui: tornare alla Parola di Dio con quello spirito nuovo che genera forza alla propria vita, e che dà forza alla sequela e alla testimonianza. La Pasqua genera nuovo modo di ascoltare la Parola di Dio e di capirne il senso. Paolo lo ha detto in un tribunale luogo di imputazione e difesa, non in un salotto luogo delle confidenze; la sua è testimonianza pubblica che mostra a tutti la grandezza e la bontà del Signore. Di più; Paolo è testimone credibile anche quando parla ai Corinti della risurrezione di Gesù. Nel testo che la liturgia ci presenta, si presenta dicendo: «A voi ho trasmesso, anzitutto, quello che anch’io ho ricevuto, cioè che Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture e che fu sepolto e che è risorto il terzo giorno secondo le Scritture». Io ho ricevuto ma solo dopo gli altri il Risorto apparve: «a me come a un aborto», come il più indegno. È lo stile di Dio e l’essenza stessa dell’Evento pasquale: quello di poter suscitare la vita dalla morte (come a un aborto, dice Paolo), e di far emergere il bene là dove il male era dominante riuscendo a far scorgere l’emergere dell’impensabile positivo dal suo opposto negativo. Anche a lui, scarto dello scarto, è stata data la grazia e il dono di incontrare il Signore risorto. Oramai il volto di Gesù risorto è entrato nella vita di Paolo che lo custodisce come l’indimenticabile volto. Tutta la sua vita, ciò che scriverà, quello che dirà, la sua missione apostolica, saranno esattamente il segno della Pasqua che ha invaso per intero la sua vita e lui riconosce che l’iniziativa è sempre stata tutta del Signore, Paolo ha solo aperto il proprio cuore rendendo grazie per quanto gli è accaduto. Si comprende allora, come tutti gli Apostoli non riuscissero più a tacere questa notizia e nessuna prigionia o persecuzione saranno in grado di zittirli. «Bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini» (At 5,29), si espongono così nel rispondere alle ulteriori accuse, quasi un dire come fate ad impedirci di parlare di un Evento smisuratamente bello che loro avevano visto e toccato con mano. Non è una riflessione su Dio, non è una ricerca, ma è esperienza di una relazione personale di grazia, di amore, che genera frutti. Paolo annunciatore dell’amore di Dio ai pagani, interroga ancora oggi sul nucleo centrale del vangelo di Gesù che è la sua Pasqua. Continuamente dice al mondo di oggi, alla storia di oggi, che l’avvenimento della Pasqua del Signore è avvenimento vero, è dono accaduto per cui è davvero importante che il cuore si apra a questo Evento. Quante cose ascoltiamo e dimentichiamo, quante cose sono inutili e non è il caso di fare tanta fatica per memorizzarle, ma quelle che abbiamo udito e che anche oggi udiamo dallo Spirito, colui “chiamato vicino”, queste, le dobbiamo custodire gelosamente come eredità preziosa, come la perla che abbellisce la vita, come la parola che tiene viva la memoria del Volto indimenticabile del Signore. Di domenica in domenica in questo tempo racchiuso tra la Pasqua e la Pentecoste, il Signore ci accompagna affinché ciascuno di noi possa vivere bene il dono della Pasqua. La Pasqua la si deve attraversare non basta solo sfiorarla restando all’esterno, occorre attraversarla e credo che la sete sincera della Parola, ci possa aiutare in questo.

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