Ascensione del Signore
At 1,6-13a; Sal 46; Ef 4,7-13; Lc 24,36b-53

AscensioneIl contesto che il testo di Atti descrive potrebbe essere assunto e inteso come situazione di disorientamento perché i Discepoli si accorgono ormai che la partenza di Gesù è definitiva senza che si sia visto il compimento del regno: «Signore, è questo il tempo nel quale ricostituirai il regno per Israele?». Ma non era questa la promessa, la promessa era Lui, era Gesù Cristo nella sua povertà e nella sua bontà; era Lui nella sua compassione e nella sua parola calda e persuasiva. Era Lui la promessa, non un regno, non un segno di potere. L’essenza della volontà di Dio espressa mirabilmente da Gesù il Figlio, è la cura per la propria creatura; se pensiamo al senso dei miracoli, ai segni messianici, alle parole delle sue parabole, non può che venirci in mente questo tipo di sfondo, e perderlo, sembrerebbe costare ai Discepoli. Ma è davvero l’inquietudine a prendere il cuore dei discepoli in quel momento? Ci dice il testo degli Atti che «due uomini in bianche vesti si presentarono a loro e dissero: «Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo? Questo Gesù, che di mezzo a voi è stato assunto in cielo, verrà allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo». È richiamato con decisione quel segno meraviglioso e straboccante di premessa e di promessa della Trasfigurazione avvenuto sul Tabor. Premessa della gloria del Figlio tanto amato in cui il Padre si è compiaciuto (cfr Mt 17,1-9), e promessa della gloria della risurrezione per tutti al termine dell’itinerario di sequela. Allora proprio per questo, l'Ascensione è parte integrante del progetto da sempre iscritto nel cuore di Dio; essa pone le basi affinché emerga per tutti la strada di salvezza. È posta la base per la formazione della Chiesa; l’ascesa di Gesù infatti, non coincide con lo sciogliersi del gruppo degli Apostoli, essi tornano a Gerusalemme senza disperdersi ciascuno alla propria casa. Tornano in quella stanza al piano superiore dove avevano ricevuto e vissuto l’arrivederci nei discorsi di Gesù (Gv 14–17) in quell’indimenticabile vigilia della Pasqua a tavola con Lui. Ritornano lì, nel luogo dove si sentono rigenerati, ritornano non per fermarsi prigionieri del timore e dell’inquietudine, ma tornano per ripartire anche se la modalità non è conosciuta ancora. È pagina, quella di Atti, che ci dona tutto il sapore del ricominciare partendo però dalla Sorgente, da quel testamento indimenticabile entrato ormai nel proprio cuore. E ci dice il Vangelo che Gesù apparendo loro: «aprì loro la mente per comprendere le Scritture», ed è bello che anche per loro la ri-partenza avvenga da lì. Cristo risorto lo si incontra anzitutto nella frequentazione delle Scritture in cui la sua Parola è il centro chiarificatore.

Solo allora avviene il passaggio dalla difficoltà a credere (cf. Lc 24,41), alla lode a Dio (cf. Lc 24,53). Enrico Garlaschelli in un suo bel libro scrive: «Trovarsi nella traccia di Dio […] Nella traccia: dunque tenere fissa questa speciale assenza, il tempo dell’attesa.» (Garlaschelli E., L’invocazione di Giobbe, Una risposta ad Auschwitz, Glossa, Milano, 2014, pp. 84-85). Certo, il contesto dello scritto ha come filo conduttore la riflessione sulla presenza del male e lo fa seguendo la domanda fondamentale di Giobbe che chiede conto a Dio di questa presenza, ma è frase che ci serve per dire come i Discepoli non potevano permettersi di disperdere il dono del Volto di Gesù le cui parole scolpivano il loro cuore. Allora, è forte per tutti l’esigenza di abitare sempre quella stanza al piano superiore luogo dell'intimità vera con il Signore, luogo della fraternità sincera, luogo in cui nessun frammento di Lui si possa perdere: appunto, essere «nella traccia di Dio».
Tener vivo quel Volto affinché il cuore si rimotivi e l’annuncio arrivi fino agli estremi confini della terra, e questa è ancora la luce della Pasqua, la luce del riconoscimento di Gesù crocifisso che si manifesta come il Risorto. E anche Paolo con il suo passaggio della Lettera agli Efesini, aiuta la nostra riflessione. Si chiede «Ma cosa significa che ascese, se non che prima era disceso quaggiù sulla terra?». È come se Paolo volesse dire ai suoi fratelli nella fede, che l'Ascensione del Signore è sì un fatto incredibile di trionfo, ma è trionfo proprio perché Gesù è disceso per condividere e percorrere le strade degli uomini. Gesù Cristo che «Spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini» (Fil 2,7), si è fatto carico della nostra stessa fatica, della debolezza, della fragilità, della precarietà del vivere. Colui che oggi celebriamo asceso al cielo, è Colui che si è fatto uno di noi, Servo tra i poveri. Paolo chiede che non sia perso nulla di questo; la presenza di Gesù deve rimanere sempre estremamente viva nella nostra vita anche se non lo vediamo. Lo dice con forza alle giovani comunità cristiane che si stanno aggregando attorno al Vangelo, e lo ripete anche a noi oggi che ci riuniamo nella Pasqua settimanale attorno al Vangelo che si fa pane. E per dare corpo e vita a questo invito, Paolo evoca la diversità di chiamate, di vocazioni, di carismi, che hanno in sé una tensione unica, quella di «edificare il corpo di Cristo, finché arriviamo tutti all'unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio» (Ef 4,12-13). Questa è la tensione interiore che fa rimettere in cammino; non dobbiamo perdere nulla del dono immenso ricevuto in Cristo Gesù che è passato tra noi e adesso fa ritorno e ci prepara un posto. Con una bella immagine Paolo ci dice che l’ascensione al cielo di Gesù è «Per riportare i prigionieri a casa». Gesù entrando nella pienezza della gloria di Dio, porta con sé la sua umanità vera, reale fatta di carne e sangue che ormai non è più prigioniera della morte simbolo del male. E congedandosi alla nostra vista (per noi gli Apostoli), lo fa con un’ultima carezza: «Li condusse fuori verso Betània e, alzate le mani, li benedisse. Mentre li benediceva, si staccò da loro e veniva portato su, in cielo». È benedizione che rimarrà sospesa in eterno tra cielo e terra; essa è lascito di grazia, un dire con la sua azione, che Gesù non si priva del legame con i suoi e con la terra. Quella benedizione è la sua parola definitiva: non ha termine e raggiunge ciascuno di noi; rimane tra cielo e terra e si stende sulla storia inte­ra e su ogni persona; è benedizione trac­ciata per consegnare alla Vita, quella vera che non conosce tempo, tutte le ferite dell’uomo ancora prigioniero del male. L’Ascensione di Gesù è dunque ciò che dà senso alla Pasqua di Gesù e alla nostra vita; è il compimento della speranza alla quale siamo stati chiamati. Questo "scambio misterioso" avviene però unicamente mediante l’unica mediazione di Gesù Cristo che porta la nostra natura umana, là presso il Padre completando la riabilitazione dell’uomo. E come sul Tabor ha anticipato ai Discepoli la sua gloria, ascendendo, Gesù anticipa l’apertura della casa del Padre a tutti coloro che vivono la sua sequela. Per questo che quel vuoto che avvertiamo è la domanda di Dio, è apertura all’Infinito, è essere nella «traccia di Dio». Nel nostro tempo del già e non ancora, il nostro camminare fa sperimentare fatiche e sofferenze, ma Gesù ci indica la meta. Allora oggi è bello pregare così nella luce di questa solennità; è bello coltivare questa attesa, rinforzare la speranza e rendere grazie per questo compimento.

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