Domenica di Pentecoste
At 2,1-11; Sal 103; 1Cor 12,1-11; Gv 14,15-20
Ci dice il testo di Atti che la parola del Vangelo annunciata da Pietro, unisce, dà volto e comunione a ognuno dei presenti che ascoltano e comprendono nella loro lingua, quanto ascoltato dall'Apostolo. Questa è in filigrana la festa della Pentecoste che unisce, mentre la contrapposta situazione di Babele divide. La torre non è per sé una cosa sbagliata, è però causa per l’uomo di voler essere al centro di tutto, credendo di stabilire il criterio di ciò che è bene e di ciò che è male e non accettare alcun limite proprio di creatura. Così il peccato di orgoglio di “farsi come Dio” diventa peccato collettivo e include tutti i popoli della terra. Così Dio scese a confondere le loro lingue. È l’insidia sempre presente nella storia di ieri e di oggi; anche se si riesce a costruire una torre eccezionale, il rischio è di perdere la casa, di perdere la possibilità e la gioia di potersi comprendere e accogliere. Babele ci insegna che quando le parole sono solo le nostre, di fatto Babele ri-nasce con la sua situazione di disordine e di confusione nella quale non ci si capisce più. L’antica pagina di Genesi è sempre sullo sfondo nella solennità di Pentecoste e dobbiamo dire che questa è la provocazione vera che questa solennità ci fa. Il dono dello Spirito è esattamente ciò che introduce nel movimento opposto alla situazione di Babele. La Pentecoste, il dono dello Spirito, ricompone tutto; a tutti è data la possibilità di conoscere che la Parola del Vangelo non è monopolio per nessuno, ma grazia per tutti. Questa è la sfida reale che il mondo e la storia pongono anche oggi a tutti noi e Paolo ci vuole far scoprire il modo di camminare. C’è una chiamata a fondersi in una sinfonia comune proprio perché si hanno diversità di doni e carismi. Sogna così Paolo, concepisce il corpo della Chiesa non come una massa senza vita e senza speranza, ma come un popolo in cammino che coltiva le certezze che vengono dal Signore e con umiltà le mette a disposizione facendosene testimone e interprete. A sostegno di questo, Paolo ci consegna l’importante affermazione dello Spirito che conduce a dire: Gesù è il Signore. Questa è la novità e il compimento del Vangelo, il dono di grazia di cui il Vangelo è portatore; annuncio che aiuta ad uscire dal guscio della piccolezza degli orizzonti (a volte anche dalla meschinità degli interessi), e apre allo scenario del mondo e sull’amore incontenibile di Dio. È Gesù stesso che nel Vangelo ci dice: «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti», ma se cerchiamo in tutto il Vangelo di Giovanni quali siano questi comandamenti cui si riferisce Gesù, scopriremo con sorpresa che tutto il percorso che Gesù ha fatto con la propria vita, si condensano nell’affermazione: «che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amati» (Gv 15,12). È solo vivendo il più possibile il comandamento dell’amore verso l’altro, che saremo in grado di mostrare il nostro amore nei confronti di Gesù il Figlio di Dio. È vero, conosciamo le nostre fragilità, le nostre resistenze, perfino il nostro rifiuto di amare l'altro o certi altri, e spesso siamo lontani dall'amore che pensiamo di avere per Dio, ma vivere l’amore per Dio e per gli altri è possibile proprio perché abbiamo ricevuto la forza dello Spirito. È stata l'esperienza dello stesso Pietro che ha pianto profonde lacrime dopo aver rinnegato Gesù solo poche ore dopo aver udito queste parole. In Gesù Cristo non ci sono date tavole della Legge, comandamenti scolpiti nella pietra, ma ci è dato lo stesso Spirito che proviene dal Padre che se accolto, determina un cammino nuovo.
Amare, poter amare, saper amare, non è anzitutto soddisfare dei criteri, compiere un certo numero di atti o obblighi, seguire un modello chiaro e fisso, ma è l’entrare in una relazione che accoglie la vita di Dio in noi, che apre nuove possibilità di comprensione e compassione, di donazione e perdono.
Siamo costantemente chiamati al desiderio per cui ogni incontro sarà nuovo e ogni giorno sarà giorno nuovo; siamo chiamati a giocare la nostra libertà nell’andare ancora più lontano insieme, oppure allontanarci dall’altro che ci fa staccare da noi stessi. Il Paraclito, dice Gesù, è lo Spirito di verità; non parla di sé, ma approfondisce la fede in Gesù: «Il Consolatore, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, egli v'insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto» (Gv 14,26). Insegna a seguire Gesù, ricorda ciò che Lui ha detto e fatto. Rende il nostro intelletto attento agli insegnamenti di Gesù aiutandoci ad amare. Nella vita quotidiana, chiedere l’aiuto dello Spirito sarà di aiuto per riuscire ad ascoltare ciò che Dio vuole dirci; per questo che amare è prima di tutto e semplicemente saper ascoltare, essere attenti, e quindi rendersi disponibili a stare con. L'amore non è un obbligo da adempiere, ma dinamica da accogliere per riuscire a ripartire. L’azione dello Spirito chiede di smettere di remare contro vento con il nostro pessimismo, il nostro disfattismo, il nostro malevolo giudizio sugli altri che genera fragilità e cadute. Stare con lo Spirito è lasciarsi avvolgere dalla forza dell’Amore che, come vento, spinge verso la Speranza. Lo Spirito del Risorto ci dice che anzitutto siamo amati dal Padre in Gesù Cristo, e siamo amati indipendentemente dalla nostra capacità di amare e questo è ciò che dovrebbe far dilatare i nostri cuori. Gesù ci dice che il Padre darà un altro Paràclito che «rimane con voi [noi]», allo stesso maniera con cui dice: «io sono nel Padre e voi in me e io in voi». Così il Figlio vuole continuare ad incarnarsi, vuole continuare a vivere in ciascuno di noi; e lo Spirito che ha animato Gesù, che lo ha spinto per le strade della Galilea ad incontrare gli altri, oggi vuole incontrare anche noi per sostenerci nell’amore. In tal modo lo Spirito attesta la verità degli insegnamenti di Gesù. Non è il semplice memorizzare nozioni anche se per sé questo è buono, ma è il vivere accogliendo il movimento dell'amore di Dio che sempre si dona liberamente e in abbondanza. Lo Spirito attesta che la lotta di Gesù contro il male è stata vinta, che Gesù è vittorioso sul Maligno, che le tenebre hanno lasciato il posto alla luce, che d'ora in poi chiunque può diventare figlio o figlia del Padre nel Figlio Gesù, amato, morto e risorto, perennemente vivo. Per questo motivo Gesù afferma: «In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi». Lo Spirito abita con i discepoli, è in loro, li conferma, e questa sua meravigliosa presenza, indirizza a Colui che tutti noi invochiamo come Padre. Siamo così portati ad entrare sempre di più nel movimento d'amore del Padre che ha dato suo Figlio per la nostra salvezza. Nonostante la nostra povertà e i nostri peccati che ci allontanano da Dio, lo Spirito apre le porte ad un incontro personale con Gesù, e così facendo, Gesù stesso verrà ad abitare in noi: «Chi mi ama sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui» (Gv 14,21), dice Gesù subito dopo la conclusione del brano di Vangelo. Che bella promessa! Quale meravigliosa grazia!
