SS. Corpo e Sangue di Cristo – Anno B
Es 24,3-8; Sal 115; Eb 9,11-15; Mc 14, 12-16. 22-26

Corpus 2021Si avverte sempre una sensazione che appassiona nell’ascoltare la Parola che prepara questo dono perché è Parola che ci fa guadagnare un’intimità ancora più profonda con il Dono dell’Eucaristia. Il testo della lettura ci riporta al momento sorgivo iniziale; non è ancora conclusa la marcia nel deserto, e tuttavia, l’avventura dell’Esodo trova qui sul Sinai, un momento caratteristico: la celebrazione dell’Alleanza che avrebbe poi accompagnato il cammino di ciascuno. Due azioni decisive per comprendere senso e bellezza di quanto farà Mosè; due consegne che vengono date affinché nasca davvero nei cuori l’alleanza tra il Dio dell’Esodo e il suo popolo. Mosè «prese il libro dell’alleanza e lo lesse alla presenza del popolo», e poi «prese il sangue e ne asperse il popolo». La prima è la consegna della Parola. Se la Parola la si porta con sé e quotidianamente la si vive, ecco che quell’Alleanza potrà fiorire. E se lo stesso sangue che segna l’altare sul quale il rito viene compiuto, segna coloro che sono presenti al rito d’Alleanza, vuol dire che si abita davvero lo spazio della famigliarità con Dio. Un gesto simbolico che ha la forza di portare il dono dell’Alleanza. Ed è così grande il dono racchiuso in questi gesti di Mosè, che la sua comprensione è avvertita come necessità lungo i secoli a venire. L’autore della Lettera agli Ebrei riprende l’immagine del sangue dell’Alleanza conosciuta nell’Esodo, ma afferma che siamo stati salvati e redenti a prezzo del sangue di Gesù. Non è il sacrificio di animali, ma è quello di se stesso, della propria vita, del proprio sangue come vita consegnata a Dio. Allora diventa anche nostra l’esigenza di continuare a capire sempre meglio e fino in fondo un dono così, e il luogo spirituale in cui le parole della Lettera agli Ebrei prendono forma, è sotto la croce. Il sangue versato e la definitiva offerta di sé, supera infinitamente le molteplici offerte, solenni o meno, che avevano accompagnato tutto il cammino del popolo ebreo. Siamo invitati a riflettere intensamente come il dono dell’Eucaristia non sia qualcosa di sempre identico, quasi solo rituale al quale accostarsi, ma Dono che il Signore rinnova sempre affinché viva sempre più dentro di noi, cammini con noi aiutandoci nelle situazioni che stiamo vivendo, quelle di prova o di fatica, di gioia o di speranza, di dispersione o di armonia. È un celebrare attivo, ce lo indica il Vangelo quando Gesù rivolto ai Discepoli, dice: «Egli [l’uomo con una brocca d’acqua] vi mostrerà al piano superiore una grande sala, arredata e già pronta; lì preparate la cena per noi». Il segno indicato ai suoi discepoli da Gesù per trovare il luogo dove celebrare la Pasqua è indubitabile, perché non è consueto che sia un uomo ad andare a prendere l’acqua. Nella tradizione antica infatti, erano le donne che andavano a prendere l’acqua alla fonte o al pozzo. Allora anche noi siamo invitati ad ascoltare, la parola di Gesù che dice: «seguitelo». È segno particolare dato affinché tutti possano essere introdotti in quella stanza al piano superiore in cui è avvenuto tutto: le apparizioni dopo la Risurrezione, la discesa dello Spirito Santo nella Pentecoste e prima ancora, l’Ultima Cena che ci ha donato quel potente sacramento che è l’Eucaristia. Quella stanza è qualcosa di più, è al piano superiore, è il cuore di Dio dove l’uomo trova riposo. È la sua stanza ed è grande, spaziosa, addobbata e c’è posto per tutti. In quella sala posta al piano superiore, Gesù non manda via nessuno, ma tiene tutti i discepoli anche colui che poi lo tradirà. Gesù è come se dicesse a tutti “Preparate la Pasqua, perché io la voglio fare con voi”.


C’è presente nel Vangelo come una sospensione che fa sentire aspettati come quando ci sentiamo aspettati mentre facciamo ritorno a casa dopo la giornata di lavoro: fisicamente non siamo ancora a casa, ma siamo presenti nel cuore di chi è lì che ci aspetta. Questo vuole dire preparare la Pasqua; farci sentire di casa fa nascere il desiderio di diventare a nostra volta, capaci di ospitare, accogliere e far sentire a casa propria anche colui che ci è sgradito. Preparare la Pasqua per il Signore è ascoltare quando ci dice: «fate questo in memoria di me» (1 Cor 11,24). È invito che conosciamo bene, quante volte l’abbiamo ascoltato. Non solo dobbiamo essere fedeli al momento in cui ci si trova insieme per preparare la Pasqua con Lui, ma la nostra vita deve fiorire con i segni inconfondibili del Vangelo, segni buoni, segni che sanno perdonare, che sanno gioire, che sanno sorridere, che sanno condividere: questo è l’invito fate questo in memoria di me. Il culto a Dio non è racchiuso in gesti estranei alla vita o nella sfera di un sacro separato dal vivere ordinario. Il rendere culto che è poi l’incontro con Dio, Gesù ce lo ha raccontato con il suo percorrere i sentieri della quotidianità, nei luoghi ordinari e profani dell’esistenza calato nell’umanità. Allora il preparare la Pasqua non è solo questione di locali o di chiese, ma è questione di vita e si incomincia a capire che a preparare la Pasqua ci vuole una vita intera. Ci si prepara al dono di sé, a far sì che la nostra vita diventi offerta gradita; una vita che osiamo anche perdere come segno di amore dentro una scelta di servizio e di vicinanza all’altro. Vivere sempre questo desiderio di preparare la Pasqua; poi saremo aiutati da Lui a comprendere, e noi ogni volta la prepariamo con una vita dedicata, con un amore vero, con una capacità di far dono di noi stessi, la si prepara così la Pasqua del Signore. Che valore acquista il nostro venire alla messa la domenica, che è la Pasqua settimanale, se non per dire al Signore sottovoce da gente umile e povera ma sincera: Signore vorrei essere in comunione con te oggi, perché credo a questo Vangelo e la mia vita tento di irrorarla così, con questa coscienza, con questa convinzione. Vengo per questo Signore, per essere amato e imparare ad amare nel farmi dono, per questo sento l'esigenza nel giorno della tua Risurrezione di essere comunione con te: questa è la ragione della partecipazione alla celebrazione della messa nel giorno del Signore. Solo avvertendo che non è questione di obblighi o di precetti, ma convinzioni radicate nel cuore, saremo guidati e orientati ricevendo la forza per camminare. Questo Corpo, nel giorno del Signore è da spezzare ed è da custodire, ogni giorno nel tabernacolo lo si può visitare dato che è segnalato con una lampada accesa, ma non è il divino prigioniero; non si va a Lui per offrirgli consolazione, si va per riceverla, si va come da un amico nel silenzio, nella discrezione massima. Si versano forse lacrime, si raccomandano persone, si fa appello al Signore per affrontare il dolore, la prova, la solitudine. È Corpo da portare ai malati perché si sentano in piena comunione con i fratelli che celebrano l’eucaristia. Questa è la ragione per cui ogni volta avvertiamo l’esigenza di lasciarci convocare dall’Eucaristia del Signore. Era vero nel lontano passato, era vero l'altro ieri e ieri, e rimane vero oggi e siamo fiduciosi che sarà vero anche domani.

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