III Domenica dopo Pentecoste – Anno B
Gn 2,18-25; Sal 8; Ef 5,21-33; Mc 10,1-12

3 dopo pentecosteLo svolgersi dell’anno liturgico ci fa rileggere fatti e passaggi essenziali della storia di salvezza e oggi la Parola ci riporta agli inizi. È Parola detta all’uomo e alla donna di ogni generazione e detta sempre come Parola originaria, sorgiva; ascoltarla vuol dire avvertire da vicino l’attesa più profonda del cuore di Dio. Il testo di Genesi parla dell’uomo e della donna, il loro porsi in un coinvolgimento di comunione autentica. È brano che conosciamo bene, tante volte lo abbiamo ascoltato e ci ha accompagnato; il testo presenta da subito la costatazione di Dio nel guardare la sua creatura fatta a sua immagine, l’uomo Adamo: «Non è bene che l’uomo sia solo». Certo, nel silenzio degli inizi di questo cosmo, il cielo, la terra, il mare, la vita non sono in grado di essere di aiuto alla solitudine che Adamo provava, ci voleva altro, ci voleva accanto colei che da ora in poi «la si chiamerà donna». Anche le cose più belle non sono avvertite all’altezza dell’attesa dell’uomo perché è avvertita un’assenza; l’attesa dell’uomo è l’attesa di amore e di comunione. Affinché l’aspettativa di Adamo sia alla sua altezza, ci vuole l’altro che condivida lo stesso sogno, lo stesso sentiero, lo stesso ideale. È l’attenzione di Dio che, come apparirà evidente anche nelle altre letture, è rivolta alla relazione che abbia una densità assolutamente profonda e vera. E questo è il nostro saperci in relazione; la comunione, il porsi in relazione, il farsi carico di, l’accettare che l’altro si faccia carico di noi è davvero importante. L’attesa di Dio nei nostri confronti è quella che l’uomo e la donna non vivano mai la condizione di solitudine come se fosse il loro rifugio della vita. Sappiamo per esperienza infatti, che si possono vivere in solitudine anche le relazioni e allora il senso profondo della parola del Signore è far sì che nasca la scintilla che dia forma e colore alla relazione per farci uscire dalla situazione che ci fa intristire proprio come successo a Adamo. È parola dunque che ci raggiunge nella sua intensità e nella sua bellezza e che fa acquisire esperienze nuove al proprio linguaggio che via via va arricchendosi come la pagina di Efesini ci dice. Colpisce davvero che Paolo utilizzi, per spiegare la relazione uomo-donna, il riferimento a Cristo che ama la sua Chiesa. È pagina che sorprende e che per tanti aspetti risente della situazione culturale di allora che non è più la nostra. Non lo è più come sensibilità, come linguaggio, perché il contesto di pensiero oggi è diverso da quello di allora, ed è all’interno di quel contesto che viene calata la parola che spiazza completamente. Paolo scrive: «voi, mariti, amate le vostre mogli, come anche Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei». È frase che risulta centrale; è il segno di come il Vangelo abbia cominciato ad operare nella storia e nel cuore degli uomini: per spiegare le esperienze più forti della vita, ci si riferisce al Vangelo. Paolo sta parlando della relazione moglie-marito, della sua bellezza, ma anche della fatica a viverla; c’è l’invito a non dare mai tutto per scontato, ma a riguadagnare la relazione dall’interno. Paolo è molto realistico, dice: «Questo mistero è grande: io lo dico in riferimento a Cristo e alla Chiesa!». Avverte dentro di sé che l’esperienza del rapporto marito-moglie, è chiamato ad essere vissuto: «Come Cristo ha amato la Chiesa». Il mistero stesso dell’Eucaristia è posto a base di questo legame come la forma di riferimento per interpretare il cammino di unione uomo-donna. Il modello di comprensione a cui legare il legame che si instaura dentro l’esperienza del matrimonio, è addirittura la Pasqua di Cristo. È impossibile affermare qualcosa più grande di questa a proposito del matrimonio.


Anche se è presente la fatica del vivere, la fatica del cammino, o sono presenti i tempi del buio e quelli della luce, i tempi della prova e quelli della pace, Il vivere nell’esperienza cristiana il cammino del matrimonio uomo-donna, ha questo grandissimo riferimento a cui attingere: il rapporto Cristo - Chiesa. Ce la faremo mai ad interpretare fino in fondo una cosa così? Ci fa bene sapere però, che questo è l’orizzonte di riferimento ed è importante dirlo con sincerità e semplicità perché questa è davvero l’attesa di Dio, questo è il senso più profondo della relazione uomo-donna. Quell’essere «non più due, ma una sola carne», dice l’intimità e l’intensità della relazione che è per sempre: «l’uomo non divida quello che Dio ha congiunto». Parole davvero forti per la cultura di oggi che è una cultura della provvisorietà, della liquidità dove tutti i passi della vita, anche quelli più seri, rischiamo sempre di farli per prova; ma se rimaniamo sempre nella logica della prova, le scelte non le compiremo mai. Se ci pensiamo bene, assistiamo a come siano vere le parole di Gesù quando dice: «per la durezza del vostro cuore»; la cosiddetta cultura della prova che ci avvolge ci dice senza ombra di sconfessione, che le sue parole non sono smentite e non lo diciamo con l’indice puntato, ma con un senso di sofferenza. La parola di Gesù vuole ri-condurci ad una definitività di appartenenza: «una sola carne», perché: «non sono più due», e questo è per sempre. È Parola che continua ad accompagnare come augurio il nostro cammino; il Signore ama l’uomo, ama la vita dell’uomo, ama le case, ama il clima di comunione, ama e per questo continua a dirci parole così. È bello avvertire come qualcosa che nasce nel cuore e nella libertà di due persone, poi divenga vincolo stabile di un cammino di vita che abbia quell’intensità di amore con cui Lui ha amato noi. È parola che a volte ci spaventa, perché ci sembra troppo alta e difficile da mantenere, ma il Signore Gesù va in profondità dicendoci le intenzioni e i progetti originali di Dio. Così scavalca la norma data da Mosè per portarci all’origine, a ciò che è da sempre nei piani e nel cuore del Creatore. Gesù è venuto per questo: per ripotare l’uomo alla sua originaria bellezza e purezza: «Che cosa è mai l’uomo perché di lui ti ricordi, il figlio dell’uomo, perché te ne curi?» (Sal 8,5), si chiede il salmista, ma è la sorpresa che allarga il cuore e che apre ad uno scenario nel quale si riconosce che quell’augurio è davvero importante e noi, l’augurio di Dio, lo vorremmo trattenere.

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