IV Domenica di Pentecoste – Anno B
Gen 18, 17-21; 19, 1.12-13.15.23-29; Sal 32; 1 Cor 6, 9-12; Mt 22, 1-14
Sodoma e Gomorra, ci dice il libro di Genesi, sono città corrotte; sono città nelle quali il male è via via cresciuto richiamando il giudizio di Dio stesso. L'immagine proposta dal testo è severa e tuttavia insieme, vengono posti segni e possibilità che consentono di tenere vivo il rapporto con Dio. Dice Dio: «Devo io tenere nascosto ad Abramo quello che sto per fare»? Abramo è amico di Dio e gli anticipa la decisione. È qui che nasce la stupenda preghiera di intercessione che oggi però non leggiamo; Abramo intercede per la gente di queste città, non c’entra con loro, non ne è responsabile, anzi è straniero e per di più già in cammino verso un altrove che lui stesso non conosce. Davvero bello questo passaggio. Il bene ed il male si intrecciano nella storia e nella vita, ma è presente il riecheggiare della promessa di discendenza. Uno spiraglio dunque quello che ci viene dato; mentre il racconto evidenzia la fine tristissima di Sodoma e Gomorra, la salvezza di Lot dice che Dio non si dimentica della promessa. Insieme si ricordano la gravità di ciò che l'uomo può fare con la devastazione che l'agire sbagliato può introdurre nella storia, e dall'altro, il buono che può nascere anche in quei momenti nel cuore di un giusto che non ha nessun obbligo né alcuna responsabilità verso gli abitanti di quelle città. È un testo che comincia a metterci nel cuore uno sguardo diverso, il male lo si vede, lo si riconosce lo si chiama per nome, eppure non è l'ultima parola, si può sempre fare breccia nel cuore di Dio. Il male c'è e abita la storia, ma più forte è la fedeltà di Dio che entra nel cuore di uomini e di donne. Questo è lo scenario entro cui accade il nostro cammino, ieri come oggi, oggi come sarà domani, sempre un cammino che ha dentro di sé queste opzioni di libertà. L’invito che ne deriva è che non bisogna voltarsi indietro come ha fatto la moglie di Lot, si deve camminare con sicurezza verso il futuro che Dio promette senza lasciarsi catturare dal rimpianto per ciò che crolla alle nostre spalle. Paolo infatti, elenca una dura e lunga lista di cose assolutamente gravi che creano distanza da Dio perché portano a spaccare la vita e il cuore dell'uomo, ma al contempo ci dice anche che abbiamo un dono di grazia che ci lava e ci purifica. La disarmonia sta dentro le città e la vita degli uomini, ma il dono di Dio irrompe nella sua bellezza ed è un dono che non si impone: è dato, ed è dato come possibilità e grazia. Paolo lo ricorda “lavati e santificati”; c'è qui uno spaccato vero: il coesistere del bene e del male; coesiste chi sbaglia e poi si riscatta, coesiste chi vuole rimanere dentro una situazione di buio e di lontananza da Dio, o chi invece, come Abramo, si fida e si affida al Signore. «Tutto mi è lecito!», dice san Paolo «ma non tutto giova», per questo debbiamo porre attenzione alle scelte che operiamo e il Vangelo oggi, ci fa collegare invito e libertà di risposta. Per accedere a questa scelta di vita, occorre farsi prendere il cuore dalla passione. I doni davvero non si impongono mai, si propongono, si danno gratuitamente, poi è bello farli nostri proprio perché siano per noi risorsa. Il parlare in parabole di Gesù è sempre suggestivo, i richiami moltiplicano la bellezza dei riferimenti. Dio si aspetta la sua città come una comunità in festa invitata ad un banchetto di nozze. Il tratto è gioioso, ma la parabola presto si colora di grande drammaticità, perché sono davvero molti che non vogliono accogliere l’invito o lo lasciano cadere o peggio ancora usano violenza. È delineata la traiettoria del cammino dell'umanità dentro le strade della storia e appaiono via via protagonisti diversi. Luminoso e persuasivo è il volto e la presenza di questo Re che invita al banchetto per le nozze del Figlio. Il clima iniziale è evidentemente gioioso e di festa, ma come una doccia fredda, la risposta all'invito è la non curanza e la violenza.
È il dramma della storia di ieri e di oggi: l'invito di Dio non è mai obbligante, lo si può sempre respingere o rifiutare a volte nell'indifferenza, rifiutare perché si predilige altro, o rifiutarlo addirittura con la meschinità del gesto di chi ritiene di avere diritto di togliere la vita a chi porge questo invito. Se Dio si mostrasse attraverso la Sua Onnipotenza noi non avremmo più nessuna scelta. Ecco perché manda i “servi” ad invitare, a provocare, a stimolare, a coinvolgere ciascuno di noi, perché l’andare da Lui sia una nostra scelta e non l’unica scelta possibile. È il dramma della storia di ieri e di oggi, ma scopriamo quanto sia commovente l'irriducibile volontà di Dio di continuare ad invitare tutti alla festa del banchetto di nozze. Il Re dice: «andate per i crocicchi delle strade». Sembra incapace di sopportare la mancanza dei suoi figli e allora rilancia l'invito indistintamente a tutti. Sono parole che riscattano, salvano, dicono una speranza che rende capace di alzare lo sguardo e la capacità di dire "allora non mi ha perso di vista". E dentro questo quadro fatto di invito che ospita, sembra apparire troppo pesante il giudizio su colui che non ha l’abito nuziale. Non è tanto l’abito fisico, questa espressione ha un senso davvero più profondo. Non è il giudizio su di una persona e tantomeno giudizio inappellabile; è la maniera con cui si risponde a quell’invito, un affermare che se si vuole entrare nel Regno non basta il vestito di prima. Non basta la vita di prima, ci vuole un abito nuziale, un abito di festa, un abito che dice la gratitudine. Credere esige delle scelte, dei cambiamenti radicali, esige la dismissione di ciò che è vecchio e sporco per riuscire a far spazio a una decisione nuova. Capiamo bene che è diverso il modo di guardare a questo aspetto della parabola. Noi magari in tanti passaggi della vita, il rischio di non prendersi cura, di non avere attenzione all’invito di Dio è un rischio reale. Ci consola e ci sostiene però la fedeltà incrollabile del Signore: Lui non ci sta a rimanere solo, ha bisogno di vederli i posti occupati alla tavola del banchetto di nozze del Figlio. Allora questa è parola di estrema consolazione perché dice che rimettersi sulla strada giusta è sempre una opportunità praticabile per chiunque, e allora lo è anche per noi. A quell’invito si risponde andandoci anche se si è povero, ma non ci andiamo in un modo qualunque, si indossa la veste nuziale che è la sequela di Cristo e del suo Vangelo. Chi ci chiama è grande, è il Signore e la Sua parola ci sorprende sempre, è sempre carica di speranza, delinea sempre un oltre senza nasconderci nulla della drammaticità del vivere e delle possibili infedeltà dell'uomo. È il volto del Padre che vuole fare festa, invita e invita tutti e non si lascia neppure frenare dai rifiuti o dalle risposte deludenti e cattive. C'è la sala che deve ospitare la festa per tutti «andate ai crocicchi a dirlo che io voglio invitare proprio tutti»; sentire parole come queste dentro fatti, drammi, attese, problemi, disprezzi, ma anche di gesti grandi di solidarietà e di accoglienza, udire queste parole che risuonano mentre scorre davanti ai nostri occhi la storia del nostro tempo, fa sentire coinvolti. Questo è l’augurio e l’auspicio reale per tutti della vita.
