VI Domenica di Pentecoste – Anno B
Es 3, 115; Sal 67 (68); 1Cor 2, 17; Mt 11, 2730
È davvero il tempo di svelarlo il nome di Dio, il volto di Dio, il cuore di Dio. È bello introdurre così l’ascolto della Parola di questa domenica che ci presenta tre importanti testi. Il primo è pagina maestosa e insieme solenne, ha aspetti di tenerezza e di bontà dai tratti commoventi. La scena del roveto ardente che si presenta a Mosè dice la distanza e l’immensità della gloria di Dio; il roveto, al quale non ci si può avvicinare in qualunque modo, arde ma non si consuma. Questo è il fascino del mistero di Dio, mistero che però svanisce non appena inizia il dialogo con Mosè. La sua è bontà che commuove: “Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido»; non è distacco o semplice lontananza, Dio ha profondamente udito il grido di dolore e lo ha fatto proprio. È segno di prossimità che ci dice che siamo a lui cari perché ci ha presenti nel suo cuore. Allora la scena del roveto che arde da maestosa e inavvicinabile, si tramuta in rivelazione del suo volto che noi vorremmo riparare nell’intimità del nostro cuore; rivelazione che ci fa esclamare: “questo è davvero volto bello e persuasivo”. Non solo! All’incalzare della domanda di Mosè di conoscere e far conoscere il suo nome, il Signore risponde a Mosè: «Io sono colui che sono! […] Il Signore, Dio dei vostri padri, Dio di Abramo, Dio di Isacco, Dio di Giacobbe». Come a dire: il mio nome lo si impara dalla storia, da quello che ho fatto e faccio, da come vi vengo vicino, da come vi prendo per mano, da come vi accompagno: quello è il mio nome. Non è comunicazione di una identità scritta, ma è il regalo di un cuore che palpita, che vive, che c’è; ed è questo nome che Mosè è inviato ad annunciare. Non si può conoscere Dio mediante le parole che lo vogliono spiegare, Dio lo si può percepire soltanto incontrandolo, soltanto facendo un cammino con Lui, vivendo l’avventura della alleanza con Lui. È pagina che rimane sempre carica di fascino e che presenta l’oscillazione tra il mistero inaccessibile di un Dio così grande e la sua tenerezza commovente; il suo sostare a raccogliere il grido di dolore dei suoi figli dice di Lui “guarda, vedrai, lo capirai di volta in volta chi è questo Dio che ti parla: è il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe”. Allora pensiamo all’effetto che fa il passaggio del Vangelo per altro brevissimo: «Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro». Non c’è più bisogno di comunicare il nome, Gesù stesso dice qualcosa del suo cuore e notiamo gli aggettivi per parlare di se stesso: mite e umile di cuore. Non è il Dio della potenza che rimane inaccessibile, è il Dio mite e umile di cuore; è il volto di Dio che si fa ristoro, un termine che dice un senso di benessere, di sollievo che è quello che si prova quando ci si sente accolti e conosciuti o come quando, in cammino sotto la calura di un sole che picchia su una terra riarsa, troviamo ristoro nell’ombra di un albero che ci accoglie. Questo è il nome nuovo di Dio. Ed è inutile dire di più da parte di Gesù perché ormai lo hanno lì davanti e non più nella forma inaccessibile del roveto ardente, ma come Maestro che si lascia incontrare da tutti. Ma chi sono queste persone che Gesù chiama stanchi ed oppressi? Sono i contadini della Galilea, quelli che hanno la vita dura per via della terra da lavorare; quelli che sono oppressi da una meticolosità di leggi da osservare che rende insopportabile e impossibile perfino il cammino spirituale. Ma siamo anche noi quando la stanchezza di un girare a vuoto ci assale e la nostra fragilità non ci consente di rialzarci e camminare ancora. A loro e a noi Gesù dice venite, io vi darò ristoro, anzi se venite, il mio giogo apparirà leggero e il mio carico soave. Come se volesse dire alle persone che lo stanno ascoltando: Io sono colui per il quale tu mi stai a cuore, Io sono colui che ha amore per te, che ascolta il tuo grido, che cammina accanto e Io posso essere perché sono mite e umile di cuore.
Ecco lo svelarsi del volto di Dio che è lì davanti a loro; il volto è quello di Gesù attorniato dai semplici, dai piccoli, dai poveri. «Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro», è più che una chiamata, è il sentirsi interpellati da Colui che ha il cuore tenero e disponibile, ha il volto della bontà, ha il volto dell’ascolto paziente e fedele. Siamo convocati dalla sua Parola che vorremmo diventasse imperdibile nella nostra vita, Parola che vorremmo raccontare e condividere con tanti: «Ti benedico o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli» (Mt 11,25). «Imparate da me, che sono mite e umile di cuore», essere umile non significa essere riconosciuto come un “povero diavolo”; l’umile, il piccolo che Gesù celebra nel Vangelo, è la persona che ha il coraggio di ammettere “Io ho bisogno di Dio”. Gli umili sono come la terra: pronta a ricevere. “Humus” del resto, ha la stessa radice etimologica. La terra sembra cedevole eppure riceve il seme, il concime, l’acqua il sole e dà frutto, porta frutto. Ecco l’umile; l’umile è colui che davvero dentro di sé pensa “io da solo non mi basto” per cui sente il bisogno di Dio. Gesù stesso, il Dio che si è fatto carne e sangue, avvertiva il desiderio del Padre. Quante volte nei Vangeli si legge che Gesù in segreto di notte si ritirava perché sentiva forte il bisogno di questa relazione profonda con Dio Padre. La preghiera, se ben fatta, ci mantiene umili; le celebrazioni ci mantengono umili se vi aderiamo con il desiderio di imparare. Se invece le varie celebrazioni noi le viviamo pensando di pagare Dio, usciremo da esse come prima e magari anche annoiati. Il Signore ci invita in questo, ci chiede di vestire quel vestito di semplicità che è il suo vestito fatto di umiltà, fatto di mitezza. Sul trono della sua croce, il Signore mite e umile di cuore ci guarda con questa tenerezza e dice a noi “impara da me, lascia da parte tutte quelle cose che ti portano acidità dentro”. Certo non è facile perché la sapienza degli uomini procede attraverso culture e ragionamenti in cui si cerca sempre la controprova, ma la sapienza di Dio si rivela nella debolezza. «Quando venni tra voi, non mi presentai ad annunciarvi il mistero di Dio con l’eccellenza della parola o della sapienza. Io ritenni infatti di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo, e Cristo crocifisso»; è Paolo a dirci che il nome di Dio è quello di Cristo e Cristo crocifisso. Paolo nel testo ai Corinti, rivela un momento di vita estremamente impegnativo e affaticato. Corinto era infatti una comunità difficile, litigiosa, divisa e insieme carica di doni grandi, di possibilità di bellezza. Ad una comunità così che sta vivendo un momento di fatica come questo, Gesù regala il Vangelo che salva. Paolo ha imparato così il nome di Dio, lo ha imparato in questo modo. Anche in situazioni che sembrano addirittura compromesse, comunque difficili perché ci si sente dei perdenti, in quei contesti Dio fa regalo del suo volto e del suo nome. Allora davvero la speranza è nel cuore della storia ed è questa parola che ascolteremo e celebreremo insieme nell’Eucaristia.
