IX DOMENICA DI PENTECOSTE – ANNO B
Sam 6,12b-22; Sal 131; 1Cor 1,25-31; Mc 8,34-38

IX 2021L’accostamento è audace ma a suo modo è anche suggestivo: la danza di Davide davanti all’Arca e le parole di Gesù: «Chi si vergognerà di me e delle mie parole davanti a questa generazione adultera e peccatrice, anche il Figlio dell’uomo si vergognerà di lui». Davide come colui che non si vergogna di avere un Signore sopra di lui. In tutte queste domeniche dopo Pentecoste, è sempre presente un personaggio o un momento epico della storia dell’Antico Testamento; oggi al centro della liturgia è il re Davide, ma il re Davide non considerato nell’aspetto glorioso, né tantomeno nell’aspetto guerriero che ha vinto tutti i suoi nemici, quanto un re al quale Dio indirizza la promessa di avere nella sua discendenza, un “Figlio di Davide” che si rapporterà a Dio stesso come ad un Padre (cfr 2 Sam 7,1-13). Gesù sarà riconosciuto “Figlio di Davide” quando farà il suo ingresso in Gerusalemme tra processioni di chi stendeva fronde di palme e cantava «Osanna! Benedetto colui che viene nel nome del Signore!» (Mc 11,9). È re Davide, ma sa che non c’è bisogno di recitare, di rappresentare la propria grandezza per essere re. Essere re davanti a Dio e secondo il suo disegno, implica non l’essere grandioso e potente che incute terrore, ma l’essere obbediente e semplice. Davide è re ma un re diverso, è un re umile, soprattutto è un re vero. Quando si è investiti di un ruolo, facilmente il ruolo cancella la persona. Davide però è vero, la sua verità la esprime attraverso la sua vena di cantore di Dio, circa la metà dei salmi che compongono il salterio sono di Davide. Dunque, il più grande dei re di Israele, si fa un “piccolo folle” ballando davanti all’Arca dell’Alleanza; la sua azione gli fa perdere il ritegno compassato che l’etichetta prevede per un re, ma la descrizione di ciò che avviene, fa pensare ad un inizio di una festa di nozze in cui si celebra una storia di amore. Questa gioia corale è messa in atto e sostenuta da un uomo spogliato dei segni della sua potenza. Lì c’è il vero incontro con Dio nell’Arca che fa scaturire gioia, benedizione per la città (che da quel momento sarà chiamata città santa), ma anche benedizione per coloro che accoglieranno nel loro cuore l’alleanza con Dio che quell’Arca rappresentava. Di questa umiltà, Mical, figlia del re Saul e moglie di Davide, non si era resa conto aggrappata come era alla sua etichetta di palazzo. Osservando danzare suo marito davanti al Signore senza troppi vestiti, Mical ha quasi un moto di disprezzo: «Bell’onore si è fatto oggi il re d’Israele scoprendosi davanti agli occhi delle serve dei suoi servi, come si scoprirebbe davvero un uomo da nulla!». Non ha considerazione verso la gioia di Davide che è dovuta proprio al suo farsi piccolo non tenendo conto di sé: Davide aveva sperimentato fin da giovane che il Signore ama gli uomini che sono ritenuti quasi insignificanti, “un nulla”, ma che si mettono con umiltà a sua disposizione. Alle persone che hanno il loro cuore chiuso e che non vogliono che Davide si dia “tutto” al Signore come un servo o come un bambino, la benedizione non potrà dare frutto: «Mical non ebbe figli fino alla morte» (2 Sam 6,23). L’episodio di Davide che danza per far festa al Signore e che fa ingelosire la moglie rivela un altro aspetto: di fronte a Dio cadono poteri, privilegi, onorificenze, conta solo ciò che si è dentro. «Ho danzato davanti al Signore»; la gioia impegna, la gioia è come una professione di fede, e questa è la cosa importante. Danzare, provare gioia per essere davanti al Signore, è il criterio che stabilisce nel nostro intimo, se la nostra religiosità è o non è autentica. «Ho danzato davanti al Signore» è la frase che mostra come Davide non sia ingessato nel ruolo di re.

La liturgia poi suggerisce, commenta, accosta un approfondimento di questo volto franco, vero immediato e sincero di Davide. La danza di Davide è interpretata come una follia, ma una follia che anticipa la follia della Croce. Paolo si rivolge ai Corinzi che hanno accolto sì il Vangelo di Gesù Cristo, ma lo hanno ospitato come se fosse una nuova disciplina della ragione umana. Il testo ha affermazioni paradossali sulla verità del Vangelo quale follia. In polemica con la pretesa dei cristiani di Corinto di leggere il vangelo di Gesù come una nuova filosofia, Paolo dice che il Vangelo non è una sapienza, ma follia, e tuttavia, la follia di Dio è assai più sapiente della migliore sapienza degli uomini. I Corinzi sono invitati a conoscere ed abbracciare Gesù Cristo attraverso la memoria della sua passione e della sua umiliazione in croce. E ancora; l’accostamento del racconto di Davide va nella direzione dell’istruzione che Gesù rivolge alle folle che, notate bene, chiama a sé. Immediatamente prima dei versetti del Vangelo odierno, Gesù rivela agli Apostoli le modalità della sua passione; salirà a Gerusalemme come è salita l’Arca dell’Alleanza, ma lì sarà fatto tacere e messo a morte. I discepoli (soprattutto Pietro) intervengono col dire che è folle quel discorso. Per questo Gesù si rivolge a tutti dicendo che chi vorrà salvare la propria vita agli occhi degli uomini, certamente la perderà, ma chi perderà la propria vita per causa Sua e del suo Vangelo, la salverà. La frase sembra contradditoria dal punto di vista logico, ma Gesù ci sta dicendo come la cosa importante nei confronti di Dio sia proprio quella di farsi umili e capaci di una recettività attiva nell’accoglienza in noi della sua forza. Gesù ci chiama a vivere nella gioia come Davide che balla davanti all’Arca, ma stando dietro a Lui, vivendo cioè da discepoli che seguono le sue orme. Gesù lo spiegherà nell’ultima cena quando la prospettiva della sua morte in Croce lo avrebbe ridotto nella condizione, umanamente parlando, di diventare pressoché “inutile”, o «un uomo da nulla» come ha detto Mical. La schiettezza di Davide, la franchezza di Davide, l’apparente sprovvedutezza di Davide, sono come anticipazione del cammino della fede, del cammino della sequela, del cammino del servizio, perché appunto Gesù dirà, sempre ad illustrazione dello scandalo della sua Croce, che «Il Figlio dell'uomo non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti». Come il tralcio che è innestato alla vite porta buon frutto (cfr Gv 15,1-8), così Gesù invita a diventare bambini per entrare nel regno dei cieli (Mt 18,3). Dio agisce così nelle persone piccole. Quanto più un credente si lascia plasmare dallo Spirito Santo che crea in lui o in lei la stessa immagine di Gesù, tanto più quella persona diventa attiva nel fare il bene a partire dalla propria casa, dalla propria famiglia. Così diventiamo davvero capaci di mandare avanti l’opera di Gesù dal punto di vista della salvezza e questo senza scoraggiarci di fronte a certe nostre inadempienze o di fronte al mondo che va male o alla Chiesa che ha i suoi limiti. Se crederemo a quella promessa che Gesù ci fa nel Vangelo di oggi: «chi perderà la propria vita per causa mia e del Vangelo, la salverà», ci accorgeremo come nella vita di tutti i giorni, non sono le nostre debolezze che mandano in crisi la nostra fede, ma è la forza della nostra fede che ci aiuta a dissolvere, a superare certe nostre debolezze. L’onnipotenza salvifica di Dio si compie in strumenti deboli che hanno l’umiltà di affidarsi a Lui, di mettersi nelle sue mani. Dal punto di vista del mondo questa è la logica dei perdenti, ma dal punto di vista di Dio - che è ciò che conta - questa è la logica di chi sa affascinare le persone, portarle a Dio senza mai violare la loro libertà e sempre con la massima discrezione, appunto, la debolezza dell’amore.


Orari celebrazioni

(da sabato 25 settembre)
Sabato

18.00: Santa Messa Vigliliare

Domenica

9.00: Santa Messa
10.30: Santa Messa (streaming)

Settimanale

Lunedì e mercoledì
ore 8.30: Celebrazione eucaristica o liturgia della parola
Martedì e giovedì
ore 18.00: Celebrazione eucaristica o liturgia della parola
Venerdì
ore 17.30: Adorazione Eucaristica e Vespro


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"Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, lo avete fatto a me."

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