XIII DOMENICA DI PENTECOSTE – ANNO B
2 Cr 36, 17c-23; Sal 105; Rm 10, 16-20; Lc 7, 1b-10

XIII 2021Sono testi, molto diversi l’uno dall’altro, che ci fanno assaporare un dono incredibile. Già il primo testo che è tratto dal secondo libro delle Cronache, ci segnala questo: all’infedeltà del popolo ebraico, corrisponde la fedeltà del Signore preannunciata da Geremia. Quel popolo è in esilio deportato da Gerusalemme in Babilonia per opera di Nabucodonosor; avevano perso tutto e per loro «si apre un tempo di desolazione». Geremia però aveva anche annunciato la liberazione da quella condizione, e affinché la loro schiavitù si convertisse in occasione di riscatto e si adempisse la parola annunciata dal profeta, il Signore stesso suscitò lo spirito di Ciro, re di Persia, che fece proclamare per tutto il suo regno, anche per iscritto, il decreto relativo alla ricostruzione del Tempio. A quell’incarico corrispondeva anche l’ordine dato ai figli di Israele di tornare in Giudea: «Chiunque di voi appartiene al suo popolo, il Signore, suo Dio, sia con lui e salga!». Israele viene dalla pagina più buia della sua storia, l’esilio in Babilonia come conseguenza naturale dell’infedeltà di tante scelte sbagliate, e “Salire” significa sperimentare la salvezza che Dio dona sempre al suo popolo, servendosi in questo caso di un re straniero come Ciro re di Persia, re potente che non conosceva il popolo ebraico a lui sottomesso. Suscitare lo spirito senza piegarne la volontà è il dono che troviamo, è infatti lui il re Ciro che permette la liberazione e il conseguente rientro alla propria terra affinché si possa «costruirgli un tempio a Gerusalemme, che è in Giuda». Sorprende questo avvicinarsi di Dio che, anche nei frangenti di massima infedeltà del suo popolo, rimane solidale ed attento e regala al suo popolo, per mezzo del re Ciro, la gioia del ritorno dall’esilio. Ma ancora di più sorprende il Vangelo per sé abbastanza semplice. Qui la scena è dominata dal centurione romano che aveva molto caro un suo servo che soffriva molto e stava morendo. Sapendo di essere straniero e quindi di non poter, per alcuni aspetti rivolgersi direttamente a quel Maestro di cui però ne conosceva le azioni, lo manda a chiamare da alcuni anziani dei Giudei. I Giudei intercedono presso Gesù e l’intercessione è motivata dal fatto che quell’uomo merita l’attenzione del Maestro per i continui favori che ha fatto. Ma il centurione forse preso dallo scrupolo di rendere impuro chi entrava nella sua casa, ecco che manda a dire a Gesù «Signore, non disturbarti! Io non sono degno che tu entri sotto il mio tetto; per questo io stesso non mi sono ritenuto degno di venire da te; ma di’ una parola e il mio servo sarà guarito». Esprime e proclama la sua assoluta fede nella parola di Gesù, una parola che può e vuole raggiungere ogni persona e ogni situazione, e quindi anche il livello più malato e inadeguato della vicenda umana. «Io non sono degno» è l’espressione del centurione che proclama la sua fede nella parola di Dio, a partire dall’esperienza che egli ha della parola umana. Una parola che per sé esige un legame tra quello che viene detto e quello che in conseguenza accade. Quest’uomo pagano non c’entrava nulla con la religione dei Giudei, ma era un uomo solidale e attento e il Signore gli consegna la gioia della guarigione del servo che lui tanto amava e che gli era tanto prezioso. Gesù stesso motiverà la sua azione non tanto perché compie favori, ma per quella fede che non ha trovato in Israele. Anche questa è davvero una sorpresa, dice che coloro che si reputano lontani per cultura o anche per credo, per il Signore sono comunque preziosi e questa è la sorpresa importante che ci regala il Vangelo di oggi.

Paolo stesso nella seconda lettura arriva a citare una espressione del profeta Isaia che dice: «Sono stato trovato da quelli che non mi cercavano, mi sono manifestato a quelli che non chiedevano di me». Io sono andato a trovarli, mi sono manifestato. Dice Paolo, che «Per tutta la terra è corsa la loro voce, e fino agli estremi confini del mondo le loro parole». Oggi le parole certamente sono arrivate dappertutto, ma forse dappertutto non è arrivata la Parola. Così viene chiaramente esplicitato il cammino universale del Vangelo di Gesù che deve essere portato sino ai confini della terra, perché è per tutti che Egli offre la sua vita. Occorre però distinguere tra le parole e la Parola. Perché giunga la Parola è indispensabile che intervenga la testimonianza che susciti la sorpresa. Fede e preghiera allora sono due realtà indisgiungibili che il Vangelo ci propone: non sta l’una senza l’altra. La fede senza la preghiera diventa muta e piano piano si secca come si secca l’amore tra due sposi quando non si parlano più; e la preghiera senza la fede diventa vuota oppure diventa richiesta interessata, appunto, come quella che gli anziani di Giuda, rivolgono a Gesù. Lo pregano, lo supplicano, lo fanno con insistenza dice il Vangelo, ma solo per interesse. La preghiera del Centurione invece è ben diversa da quella degli anziani, è preghiera piena di fede ma soprattutto è preghiera di intercessione per l’altro. Il centurione non chiede niente per se stesso, chiede tutto per il suo servo morente a cui voleva molto bene. Lo fa essendo anche capace di perdere la faccia, perché chiede in pubblico e chiede un miracolo ad un Ebreo, una persona che in fondo era sottomessa a lui visto che era l’occupante militare. Anche per chi si crede di essere a posto e preservato da ogni male, esiste una propria malattia interiore, e anche nella casa del discepolo c’è bisogno di guarigione! Lo ha detto magistralmente Papa Francesco: «Nelle letture odierne c’è un terzo servo, quello che viene guarito da Gesù. Nel racconto si dice che al suo padrone era molto caro e che era malato, ma non si sa quale fosse la sua grave malattia (v. 2). In qualche modo, possiamo anche noi riconoscerci in quel servo. Ciascuno di noi è molto caro a Dio, amato e scelto da lui, ed è chiamato a servire, ma ha anzitutto bisogno di essere guarito interiormente» (Papa Francesco, Omelia nella Messa del Giubileo dei Diaconi Permanenti, Anno Santo della Misericordia, Piazza San Pietro Roma 29 maggio 2016). Tutti siamo nelle condizioni di ricevere un dono così, ed è importante riconoscere che la nostra vita può rifiorire sempre perché sempre ci è dato di poter ripartire per coltivare bene il desiderio profondo di vita. I testi di questa domenica ci dicono che c’è il volto appassionato e solidale di Dio che è volto che non crea distanze, ma le abbrevia, le riduce per farci sentire di casa. Il volto di Dio è volto benevolo che accoglie davvero anche i più lontani e i più dispersi e di questo non dobbiamo dispiacerci mai. E allora anche se ci riconosciamo non degni di questa casa per le nostre fragilità, non abbiamo motivo di dire mi ritraggo; il Signore ci conduce sempre oltre. Davvero grande e luminoso è questo regalo del Signore.


Orari celebrazioni

(da sabato 25 settembre)
Sabato

18.00: Santa Messa Vigliliare

Domenica

9.00: Santa Messa
10.30: Santa Messa (streaming)

Settimanale

Lunedì e mercoledì
ore 8.30: Celebrazione eucaristica o liturgia della parola
Martedì e giovedì
ore 18.00: Celebrazione eucaristica o liturgia della parola
Venerdì
ore 17.30: Adorazione Eucaristica e Vespro


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