Domenica che segue il Martirio di Giovanni Battista – Anno B
Isaia 29, 13-21; Sal 84; Eb 12, 18-25; Gv 3, 25-36

AmicodelloSposoSono pagine belle quelle che la liturgia oggi ci propone. Sono belle e insieme estremamente cariche di speranza. Se poi questi testi li leggiamo tenendo sullo sfondo le parole che troviamo nel cuore di Giovanni Battista, della sua statura spirituale imponente e della forza del suo messaggio, nonché alla constatazione gioiosa che Colui che tutti stavano aspettando è proprio arrivato, ecco che quelle pagine raddoppiano il fascino di questa domenica. Ma queste pagine ci dicono anche che è sempre possibile un avvicinarsi che paradossalmente può amplificare le distanze. È il profeta Isaia a ricordarcelo: se ci avviciniamo a Dio solo con la bocca e lo onoriamo unicamente con le labbra avendo però il cuore lontano da Lui, non si potrà mai avere comunione. Ci dice il profeta che «Questo popolo si avvicina a me solo con la sua bocca e mi onora con le sue labbra, mentre il suo cuore è lontano da me», è dunque parola che vuole richiamare davvero tutti affinché il cammino verso l'incontro con il Signore sia vero e fatto con l'animo giusto. Infatti, se la parola del Signore non la si cala concretamente nella vita di ognuno, come potrà essere e diventare lampada ai nostri passi, luce sul nostro cammino (cfr Sal 119,105)? Davvero la nostra religione sarà come «un imparaticcio di precetti umani»; come una religione imparata male, senza assimilazione, una cosa che è solo superficiale e che non aiuta ad avere una relazione di comunione vera con il Signore. Non dobbiamo però scoraggiarci perché la pagina di Isaia è estremamente carica di speranza; non ha solo il monito, ma nel suo scorrere, ha uno squarcio di futuro, di promessa e di bene. Sono note incoraggianti quelle che vengono promesse e sono riportate dal profeta affinché si riesca ancora ad accoglierle nel proprio cuore. Solo facendoci piccoli e semplici avendo sete della parola del Signore, ci facciamo plasmare da Essa lasciandoci condurre: «Gli umili si rallegreranno di nuovo nel Signore, i più poveri gioiranno nel Santo d’Israele». La fede di chi dice “io credo” è forte se nasce da un cuore così, un cuore umile che si affida al Signore ed è sicuro che il Signore non lo deluderà. E l’autore della Lettera agli Ebrei dice: «voi non vi siete avvicinati a qualcosa di tangibile né a un fuoco ardente né a oscurità, tenebra e tempesta, né a squillo di tromba e a suono di parole, mentre quelli che lo udivano scongiuravano Dio di non rivolgere più a loro la parola». Come dire: vi siete avvicinati non a segni mirabolanti e singolari, ma a qualcosa di vivo, di autentico perché siete chiamati a una comunione che nessuno pensava più come possibile. Le immagini maestose e insieme solenni dell’Esodo incutono timore e fanno avvertire la distanza della nostra vita dalla maestà della gloria di Dio; tanto è vero che è lo stesso Mosè che si fa interprete di questi sentimenti arrivando a dire: «Ho paura e tremo». Ma ci vengono in soccorso però le altre parole che ci fanno conoscere come: «invece [Voi] vi siete accostati al monte Sion, alla città del Dio vivente, alla Gerusalemme celeste […] a Gesù, mediatore dell’alleanza nuova, e al sangue purificatore, che è più eloquente di quello di Abele». Come un riconoscere che ci siamo avvicinati qui, non alla maestosità del Sinai che però evidenzia una distanza, ma un avvicinamento concreto a Gesù Cristo mediatore della nuova Alleanza e questa è immagine pacificante, è immagine carica di luce, è approdo che dà pace e serenità. Allora, ascoltare queste parole avendo sullo sfondo il regalo bello che il profeta del deserto, Giovanni Battista, ci ha indicato, è come avere la certezza che la situazione, descritta dall’omelia che l’autore della Lettera agli Ebrei ha fatto, diventa Presenza costante che sempre ci accompagnerà.

Le parole di Giovanni il Battista infatti, ci fanno comprendere bene la bellezza e la profondità del dono riservatoci; Giovanni Battista è stato davvero l'interprete veritiero di questo linguaggio facendone il suo vissuto. Sa di essere divenuto un profeta ascoltato, cercato da molti, ma adesso c’è Colui che è infinitamente di più al quale avvicinarsi nonostante si riconosca di non essere “degno di sciogliere il legacci dei sandali” (Lc 3,16). È purificando il cuore e non moltiplicando le parole il modo vero di essere per incontrare Gesù. È un Vangelo tutto sommato breve. Il testo mostra come nasca il problema. I discepoli di Giovanni sembrano essere allarmati che in tanti si stacchino da loro e vadano a farsi battezzare da Gesù; lo vedono come una sorta di preoccupazione, ma Giovanni non ha timore, non ha invidia, ha solo gioia. Le parole decisive di questo brano sono sue perché parla di sé, parla del suo vissuto: «Non sono io il Cristo», e ancora «Nessuno può prendersi qualcosa se non gli è stata data dal cielo». Dirotta immediatamente l’attenzione sulla figura di Gesù, non trattiene su se stesso l’interesse di coloro che accorrono, né l’interesse dei suoi discepoli, va oltre, si riconosce come: «mandato avanti a Lui». E se facciamo un po’ di attenzione notiamo come, alla constatazione dei suoi discepoli, si diche che Giovanni «rispose», non dice “rispose loro” o rispose ai suoi discepoli, ma solo «rispose». E questa è risposta che interessa tutti, non è solo riservata ai propri discepoli, arriva anche a noi, arriva a tutti coloro che nella loro vita cercano di seguire e di amare. Giovanni ci dice “Io non sono lo sposo”, ma “l’amico dello Sposo” e in questa affermazione è presente l’invito rivolto anche a noi affinché anche noi possiamo avere un secondo nome non meno importante del primo. Infatti, se il primo nome identifica esattamente la persona, il secondo nome indica lo stato di ognuno di noi: l’amico dello Sposo è il modo per far sentire palpitante e viva la relazione con il Signore Gesù. L'amico dello Sposo è presente, c'è, l'ascolta ed esulta di gioia alla voce dello Sposo. Tratti semplicissimi, ma che dicono la densità del rapporto e la ricaduta di gioia che questo rapporto tra l'amico dello Sposo e lo Sposo porta nel cuore. Giovanni arriva a dire «la mia gioia è piena», non potrei avere gioia più grande di questa. Lui è un uomo che è giunto al compimento e non chiede altro. Quello che ha visto e quello che ha di fronte, è il Senso e la Pienezza per i quali aveva atteso, aveva educato ad attendere, aveva cominciato a preparare la via del Signore. Lui è un uomo libero che non ha il problema del consenso per se stesso, anzi lo devia verso Gesù; lui è un uomo gioioso tanto da poter dire: «Lui deve crescere; io, invece, diminuire». Sono testi che ci aiutano ad entrare in una confidenza che permetta a noi di ascoltare bene così da provare gioia nel mettere Lui, il Signore, in risalto al primo posto tanto che anche la nostra gioia possa essere davvero piena. È richiamata un’urgenza a rompere gli indugi, a riconoscere che il tempo del compimento è giunto, e che adesso davvero bisogna aprire il cuore alla novità del vangelo e riconoscere la forza della presenza del Signore Gesù tra noi. Accada davvero nella vita di ciascuno, nella nostra comunità, accada come avvenimento di grazia e di luce. Questo è il cuore del dono di questa domenica, una parola forte certo, ma anche persuasiva, limpida, una parola che scuote e mette in cammino, una parola che dice una direzione di marcia, indica davvero una rotta da seguire, perché: «i suoi passi tracceranno il cammino».


Orari celebrazioni

(da sabato 25 settembre)
Sabato

18.00: Santa Messa Vigliliare

Domenica

9.00: Santa Messa
10.30: Santa Messa (streaming)

Settimanale

Lunedì e mercoledì
ore 8.30: Celebrazione eucaristica o liturgia della parola
Martedì e giovedì
ore 18.00: Celebrazione eucaristica o liturgia della parola
Venerdì
ore 17.30: Adorazione Eucaristica e Vespro


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"Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, lo avete fatto a me."

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