V DOMENICA DOPO IL MARTIRIO DI GIOVANNI BATTISTA – ANNO B
Dt 6,1-9; Sal 118; Rm 13,8-14a; Lc 10,25-37
È un incoraggiamento forte quello di avere cura per ciò che accade dentro di noi, per ciò che ospitiamo nel cuore, e di come ci dedichiamo a purificare il cuore da scorie sedimentate da gran tempo, affinché poi possiamo diventare risorsa di fraternità, di comunione, che renda bello il nostro vivere e gli altri con noi. E per avere un cuore così, la domanda che emerge oggi, penso si possa condensare così: come si vive da discepoli? La liturgia della Parola ci dice che da discepoli si vive affidandoci alla grazia della libertà di figli che è data dalla Parola condensata nell’invito «Ascolta, Israele». Il dar corso a quella richiesta permette a noi di rimanere sulla strada della giustizia. È parola che non solo dobbiamo ascoltare, ma che chiede di essere amata per sentirla come parola di vita che accompagna passi e giorni dei nostri cammini. «Ascolta, Israele», è deci-samente un invito ad avere davvero un guizzo nuovo per fissare nel cuore la Parola affinché sia sigillo indimenticabile per operare in carità come ci chiede l’indimenticabile pagina del vangelo secondo Luca. Pagina che conosciamo pressoché a memoria perché ci è molto famigliare, ma ogni volta che la si ascolta, quella parabola si presenta sempre con una forza di linguaggio e di provocazione alla quale non possiamo sottrarci. Sulla strada che da Gerusalemme scende a Ge-rico un poveretto è ridotto in fin di vita e buttato ai margini della strada da dei briganti. Il mal-capitato non ha nome, non ha volto, come non hanno volto e nome i malviventi che lo hanno assalito e percosso. Un sacerdote ed un levita percorrono quella stessa strada; nulla è preordi-nato, tutto accade. Passano accanto a quel poveretto esanime, ma vanno oltre senza fermarsi. Sono persone istruite che hanno una vicinanza costante con il culto divino, conoscono bene la Parola; tuttavia, non si fermano a soccorrere il malcapitato e quel poveraccio rimane poverac-cio. Si ferma uno straniero, un Samaritano, uno che è guardato con profonda ostilità e diffidenza da chi abita a Gerusalemme. Il Samaritano vede il malcapitato e ne prova compassione, si commuove. L’evangelista Luca usa lo stesso verbo che userà per il padre che vede tornare il suo figlio perduto: «Lo vide, ebbe compassione» (Lc 15,20). È lo stesso sussulto che prova una ma-dre di fronte al grido del suo bambino, e questa compassione mette in moto tutte le azioni per il soccorso: si fa vicino, fascia le ferite, versa vino e olio, porta il malcapitato all’albergo, paga tutte le spese. Tutte azioni che dicono come la carità avvicina, affratella. L'appartenenza ad una stessa tradizione religiosa, ad una stessa etnia, ad una stessa spiritualità non basta se poi non si pren-de a cuore il bisogno degli altri. Sembra che la parabola ci voglia dire che è facile sperimentare come là dove i legami, i rapporti sembrano essere solidi per l’appartenenza alla comune religio-ne, rimbalza però la solitudine: quel malcapitato rimane sempre un infelice malconcio al ciglio della strada. Là dove invece sembrerebbe forte, insuperabile la distanza e la diffidenza, la carità avvicina, famigliarizza. Il Samaritano è chiaro rimando a Gesù Cristo che scende, si fa vicino con la sua incarnazione risana anche le nostre ferite e salda il nostro debito di peccato con la Croce. Allora la sollecitazione a farci carico di chi lungo la strada fatica, soffre, attende, è davvero forte. Penso che se anche non fossimo in grado di fare qualcosa di molto concreto per una persona, il solo fatto di regalare un sorriso, una carezza, una stretta di mano, l’averlo presente nella pre-ghiera di intercessione, dicono la volontà di prendersi a cuore quella persona, e questo, è prova-re compassione, essere dentro e vivere questa parabola.
Altri poi potranno versare olio o vino ed esprimersi con segni precisi e puntuali, ma quello che è davvero importante per tutti è che la Parola entri davvero nel cuore. Gesù, utilizza la parabola per bussare alla nostra porta affinché l'interrogarci sul nostro operato, faccia spazio a possibili passi di futuro. Il Vangelo è sempre spalancato alla libertà dell'uomo; Gesù ci affida queste paro-le perché interpellino la libertà di chi si dichiara suo discepolo. Un mio professore di filosofia ci-tava una frase di Luigi Pintor uomo non credente, che parlando della malattia della moglie, scri-veva: «Non c’è in una vita intera cosa più importante da fare che chinarsi perché un altro, cin-gendoti il collo, possa rialzarsi» (L. Pintor, Servabo, ed. Bollati Boringhieri). È frase che rimane impressa; dice che bisogna chinarsi per aiutare l’altro, e dice anche che occorre chinarsi affinché l’altro, usandoti come sostegno, si possa rialzare. Una scelta di vita che è tutta in quel "chinarsi" perché chi è a terra, debole e ferito, possa cingerti il collo e, così, rimettersi in piedi e ritornare a percorrere la strada della vita. È il gesto che compie quel Samaritano, uomo ritenuto un eretico e estraneo alla comunità di elezione giudaica, Cristo lo trasforma in un esempio non solo per i fedeli ebrei ma anche per i loro sacerdoti e leviti. Un gesto che dovrebbe essere nel cuore di tutti quale strumento per l'aiuto reciproco, che assicuri non tanto il primato agli interessi privati, ma la tutela e il sostegno degli ultimi e dei deboli. Un gesto, quello del chinarsi, che è stato emble-matico per tutta una teoria immensa di santi e che dovrebbe essere la “Magna Carta” e la gloria del cristiano, tentato invece troppo spesso - come gli altri attori della parabola lucana - di «pas-sare oltre» quasi impettiti e infastiditi dal grido del sofferente, dal suo odore e dai suoi stracci sporchi (l’edizione precedente della Bibbia si legge che il sacerdote “passò oltre dall’altra parte”). Penso che Gesù non avrebbe esitazione alcuna nel dire che colui che opera così – anche se non conosce o non abbraccia la nostra religione -, è dentro questa parabola, la sta vivendo. Il passare accanto può avvenire con una diversità di atteggiamenti: quello di non avere neppure la libertà di degnare di uno sguardo l'altro e passare oltre perché presi da altro, oppure, a prescindere da chi siamo e di quale autorevolezza portiamo, ci fermiamo, ci avviciniamo e ce ne facciamo cari-co. Il samaritano non si è chiesto “chi è il mio prossimo”, ha ascoltato e accolto la parola che gli giungeva dal cuore che gli ha permesso di vedere, di fermarsi e farsi carico chi soffriva bisognoso di cura. Paolo dice che uno solo è l’orizzonte di sintesi di tutto il dono della Parola, un dono da non smarrire mai: «Compimento della legge è la carità». Solo qui vi è la risposta alla domanda da cui siamo partiti: come si vive da discepolo del Signore? Ci dice Gesù: «Va’ e anche tu fa’ co-sì». Parabola che sempre è capace di metterci in questione, parabola che sempre è capace di far-ci intravvedere i sentieri veri che portano alla comunione con Dio. Vive così il discepolo, «Va’ e anche tu fa’ così».
