VI DOMENICA DOPO IL MARTIRIO DI GIOVANNI - ANNO B
Is 45,20-24a; Sal 64; Ef 2,5c-13; Mt 20,1-16

AmicoIoNonTiFaccioTortoÉ parabola, quella del Vangelo raccontata solo dall’evangelista Matteo, e si apre con una notazione in cui si specifica il tema, ovvero il regno dei cieli. Esso è celato nella vicenda del Padrone della vigna, ma il Signore non vuole parlare del mondo del lavoro, vuole dirci come è il Padre, come vuole esserlo con noi, e come ci chiama attorno a sé con il suo modo di comportarsi che è diametralmente diverso dal nostro modo consueto di pensare e di vivere. Sono evidenziate una serie di chiamate da parte del «Padrone della casa» ad andare a lavorare nella sua vigna con la promessa che: «Quello che è giusto ve lo darò». Non un obbligo quindi ma chiamate, nessuno è obbligato ad andarci come fosse costretto, ciascuno può rispondere a questo invito con la propria libertà e scoprirà che attorno a sé, in quella vigna, ci sono altri chiamati, scoprirà di non essere solo. Il Signore continuamente chiama alla comunione e non ad essere da soli. Già a questo punto potremmo avvertire l’eco di quello che il profeta Isaia dice nella prima lettura. Il Signore chiama il suo popolo: «Radunatevi e venite, avvicinatevi tutti insieme, superstiti delle nazioni». Parole che il Signore pronuncia ad un popolo che, in quel momento della sua storia, è un popolo disperso, frammentato, smarrito, scosso dall’esperienza dell’esilio; popolo che sembra essere abbandonato, ma che non è dimenticato da Dio. È bello questo invito, questo appello che il Signore fa; la parola di Dio chiama sempre a radunarsi attorno al Signore, a volgersi continuamente a Lui, a riconoscerlo e ad accoglierlo. Solo attraverso questa strada Israele, potrà dopo l’esilio rinascere come popolo e come popolo del Signore. La stessa logica è messa in atto anche per noi. Il Signore non ci dice che, dato che siamo un popolo che continuamente infrange l’alleanza, che tradisce facilmente, che si rivolge con facilità agli idoli costruiti da mano d’uomo (cfr sal 114), non ci dice “mi dispiace, ma con me tu hai chiuso” come facciamo noi con chi ci tradisce, ma ci chiede di radunarci e di avvicinarsi a Lui. Da Lui e attorno a Lui, c’è sempre un posto. Ora, Dio chiama, invita ad andare a lavorare nella sua vigna e questo invito non è fatto una volta per tutte persa quella, persa l’opportunità; no! Il Signore passa ad ogni ora accanto alla nostra vita. Esce all’alba, passa alle nove, passa a mezzogiorno, passa alle tre, addirittura ripassa alle cinque pur sapendo che la giornata di lavoro sta per concludersi, passa ugualmente e a nessuno dice “per te è troppo tardi”. Chi può protestare di essere stato escluso di fronte ad un Signore così? Ma la parabola continua perché arriva il momento in cui bisogna dare la ricompensa per il tempo speso a lavorare nella vigna. La vicenda è narrata sul piano di un rapporto di lavoro che deve veder soddisfatte le esigenze del padrone e quelle degli operai, rispettando una giustizia umana che commisura il salario alla prestazione lavorativa. La logica della proporzionalità è una logica importante, e chi lavora lo sa bene. Quando, come convenuto, gli operai passano a riscuotere il salario, chi ha faticato per tutto il giorno si crede trattato ingiustamente mentre riscuotono la stessa somma di chi ha lavorato un’ora sola. La mormorazione verso un datore di lavoro ritenuto “ingiusto” ora esplode: «Questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo». Una delle frasi che diciamo più spesso nella vita e che applichiamo a tantissimi contesti è quella di dire “non è giusto”. Se ripensiamo bene alla nostra vita, quante volte è capitato o capita che di fronte a diversissime situazioni di vita negative diciamo “non è giusto”.

Nelle parole di protesta “non è giusto” è contenuto un mondo, ma ci deve interessare la risposta del Padrone: «Amico» che sarà la stessa che Gesù userà anche nei confronti di Giuda nell’orto degli ulivi. Il «Padrone della casa» dice: «Amico, io non ti faccio torto»; Dio è così, è totalmente altro da noi, non usa gli schemi degli uomini perché Dio è amore, Dio è grazia, Dio è gratuità, Dio è generosità che infintamente supera gli schemi umani. Qui sembra che la parabola si componga, che la protesta di quelli della prima ora si attutisca e rientri nei binari giusti, ma il Signore vuole scendere più in profondità, vuole fare emergere la natura del dissidio che è l’invidia che si genera quando la bontà del Padrone è rivolta agli altri: «Tu sei invidioso perché io sono buono?». Se il problema è questo, cioè quello dell’invidia e la gelosia che ne deriva, situazioni che nascono a fronte di una manifestazione di incredibile bontà e di generosità, se il problema è questo, Gesù ci dice che il «Padrone della casa» è così e non c’è ragione che possa impedirgli di essere buono. Dice Gesù, che conosce profondamente e intimamente il Padre, che non è possibile mettere limiti alla sua bontà e la sua misericordia. Quella frase «Tu sei invidioso perché io sono buono?», ci insegna che non si può “insegnare” al Signore come comportarsi, anche se spesso siamo tentati di farlo; il pagare in bontà, in generosità, in grazia, in dono la vita dei suoi lavoratori che sono i suoi discepoli, è solo Sua prerogativa. Il Vangelo è questo, il suo messaggio è questo, il Regno dei cieli è così; il modo con cui il Padre vuole entrare in relazione con i suoi figli è così. Per quanto potremmo protestare e dire non è giusto, non lo potremo cambiare, perché il Signore è così, il Vangelo è per tutti: ognuno è chiamato all’amore, al perdono alla salvezza di Dio in Cristo Gesù. Non esistono figli diversi per peso del loro peccato, non esiste lo spread (termine che indica la differenza di rendimento tra due valori) tra chi è più avanti o più indietro, tra chi ha di più e chi ha di meno, chi deve fare più riforme o meno riforme. L’amore di Dio non va mai in crisi per nessuno, mai, è sempre dato a tutti. Lui regala sempre tutto a tutti, tutto se stesso a tutti i suoi figli. Ognuno di noi con la propria vita, con la propria fede, con il proprio cammino, con la propria vocazione, con i propri tempi, con il proprio modo di essere discepolo, è davvero testimone di questo: tutto a tutti. Paolo nella sua lettera agli Efesini lo dice chiaramente; lo dice con forza, con convinzione perché lui lo aveva davvero sperimentato sulla propria pelle. Non lo racconta per sentito dire o perché si era documentato, lui aveva sperimentato cosa voleva dire arrivare con quelli dell’ultima ora e non essere lasciato perso dal Signore, ma preso e addirittura trasformato da persecutore ad Apostolo in prima linea ad annunciare il Vangelo. Se lo dice uno così, di lui ci dobbiamo fidare. Paolo ce lo ricorda molto bene quando ci dice: «siete salvati mediante la fede, e ciò non viene da voi, ma è dono di Dio; né viene dalle opere, perché nessuno possa vantarsene. Siamo infatti opera sua, creati in Cristo Gesù per le opere buone, che Dio ha preparato perché in esse camminassimo». Un dirci che se un tempo eravamo lontani adesso siamo vicini, se un tempo eravamo sconosciuti, adesso siamo conosciuti, se un tempo eravamo peccatori, adesso siamo amati, perché peccatori riconciliati. Siamo nelle mani di Dio, non ci dobbiamo preoccupare perché Dio ci dirà sempre: «Radunatevi e venite, avvicinatevi tutti insieme». Penso che sia bello cogliere così oggi l’invito che la parola del Signore ci rivolge, poi ognuno di noi potrà trovare altri spunti per continuare a pregare questa parola, però è bello sentirci tutti parte di un Vangelo così, di una vigna del Signore che è così, è bello sentire che tutti noi siamo sempre e continuamente invitati così dal Signore.

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