I Domenica dopo la Dedicazione – Anno B
At 8,26-39; Sal 65; 1Tm 2,1-5; Mc 16,14b-20

stradaUn annuncio senza confine; questo è l’orizzonte che sta sullo sfondo della parola di Dio. Sono testi diversi e molto ricchi che dicono come questi inizi dell’annuncio siano assolutamente poveri. Il Vangelo lo dice subito. Gesù rimprovera gli Apostoli che è un piccolo gruppo impaurito; avevano faticato a credere alle prime testimonianze sulla resurrezione di Gesù portate dalle donne, ma è a quel gruppo impaurito che Gesù affida la missione che da subito appare sproporzionata per la sua grandezza e per la qualità richiesta: «Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura». Gesù sa che questo annuncio non obbligherà nessuno, ci sarà chi ascolta e chi no, ma questo è lo sguardo di Dio che vuole che la salvezza sia proponibile a tutti. L’inizio dunque, può essere umanamente ritenuto impossibile per il confine che ha come orizzonte il mondo intero, ma è impresa da raccogliere e fare propria. Se noi andiamo al testo di Paolo, la prima Lettera a Timoteo, uno scritto di esortazione e di incoraggiamento, possiamo vedere che già al suo interno traspare con tutta evidenza, come le parole di Gesù siano diventate davvero convinzione profonda. Le ultime righe: «Questa è cosa bella e gradita al cospetto di Dio, nostro salvatore, il quale vuole che tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della verità», evidenziano questo profondo convincimento. Paolo proviene dalla tradizione spirituale del giudaismo, è dottore della legge e appassionato conoscitore delle Scritture; si potrebbe pensare che per lui al di fuori della religione giudaica non vi sia salvezza, ma aveva potuto incontrare personalmente il Vangelo di Gesù Cristo, e questo avvenimento lo ha profondamente cambiato riconoscendo come quella Parola si sia depositata in lui come parola luminosa e forte. Riconosce che la salvezza per tutti è davvero la passione di Dio, è l’attesa di Dio, è il sogno di Dio e questo riconoscimento lo sarà anche per quello sparuto gruppetto di persone che hanno seguito sin dalla prima ora Gesù, pur rimanendo poverissimi e assolutamente inadeguati nelle risorse. L’orizzonte dato non deve essere rimpicciolito o impoverito proprio perché il dono del Vangelo - Parola che deve raggiungere il cuore di tutti - ha la sua sorgente nella Pasqua di Cristo. Per questo il testo chiede di chinarsi su chi è debole confermando così la premura di gesti positivi che debbono essere espressi anche in contesti in cui spesso, i linguaggi sono di una arroganza incredibile. Il chinarsi su queste situazioni di bisogno dice bene il mandato missionario. Pensiamo all’oggi, anche adesso, a gente che ha perso fiducia, a gente smarrita, a gente che si domanda nel proprio cuore: ma chi sono io e cosa mi dice la mia vita. Quante volte assistiamo a queste forme quasi di alienazione e di sconcerto anche all’interno dei nostri ambiti o nella nostra comunità. E allora scacciare i demoni non sarà invito ad esorcismi, ma sarà invito a liberare il cuore da qualcosa che sta sgretolando dentro e che fa diventare la vita come mortificata. E anche il “prendere in mano i serpenti” che è linguaggio figurato, racconta di chi non si pone con ostentazione mediante gesti magici, ma con mitezza vuole avvicinarsi anche alle situazioni che più impauriscono e che comunicano smarrimento. Questo è il mandato del Signore, non c’è nessuna solennità, nessuna parola prestigiosa perché da sempre è la sollecitudine che è presente nel cuore del Maestro di Nazareth. Nei Vangeli osserviamo come in tutti i momenti di chiamata ed invio di discepoli, Gesù invita a riconoscere l’ampiezza della storia che sta davanti; si commuove di una folla che lo aspetta; oppure, proprio mentre manda i discepoli a due a due in povertà, dice: «la messe è abbondante» (Lc 10,2).

È un insegnare a coloro che lo seguono (tutti, compreso noi), che bisogna amare questo mondo, questa terra, questa storia, questa umanità in cammino, non nascondendo che la missione è debordante per la sua enormità rispetto alla piccolezza e la povertà degli inviati. Gesù affida alla sua comunità così fragile e così piena di contraddizioni, il suo stesso compito. Sostando e prendendo a cuore, il Vangelo si fa carità, si fa passo ed attenzione, si fa sguardo solidale. È la prima Lettura che ce lo mostra bene. Il testo di Atti appare sorprendente sotto questo punto di vista. Sorprende che Filippo, predicatore convinto e persuasivo del Vangelo, venga inviato su una strada che mai avrebbe pensato di percorrere. «Alzati e va verso il mezzogiorno, sulla strada che scende da Gerusalemme a Gaza; essa è deserta» è l’invito che l’angelo del Signore fa a Filippo in una piazza frequentatissima della Samaria. Il testo non lo annota, ma subito prima troviamo descritto l’incremento numerico di uomini e donne che aprono il cuore ad accogliere la buona notizia del Vangelo predicato da Filippo (At 8,4-8). Ora, ad uno che è ascoltato da tanti, viene detto di andare su una strada deserta. Verrebbe da dire subito “come si fa a fare una gaffe così”; lui che è immerso nel successo della predicazione, deve lasciare tutto per andare su strade del tutto incerte e deserte. Il fatto ci ricorda come sia vera la parola del Signore che dice: «I miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie» (Is 55,8). Dio percorre strade impossibili: pensiamo a Nazareth e alla parola detta alla giovane donna di nome Maria, questa è proprio strada totalmente inconcepibile per il pensiero umano. E Filippo, su quella strada uno lo trova; è uno straniero, un africano la cui pelle ha il colore diverso da quella di Filippo e per di più è eunuco. Non ha pienezza di diritti, è davvero in terza fila, ma è uomo in ricerca. Uno solo e Filippo va da lui affinché il Vangelo possa entrare nel cuore anche di questa persona in ricerca mediante il dialogo con lui. Filippo si mette allo stesso passo di quest’uomo in ricerca; fa un tratto di strada con lui al suo fianco, nel deserto per di più. Prima si era messo a correre per raggiungerlo, ora deve fermarsi per prendere la stessa andatura di quest’uomo. Questo personaggio importante - amministratore di tutti i tesori della regina d’Etiopia Candace - stava leggendo un testo sacro assai enigmatico, e Filippo riconoscendo quel testo, entra in punta di piedi nel cuore di questo uomo con la domanda discreta: «Capisci quello che stai leggendo?». È bellissima questa pagina, ci insegna che basta incontrare anche solo una persona e regalargli la gioia del Vangelo, perché la fatica della strada percorsa non pesi più. Davvero valeva la pena percorrere quella strada deserta per incontrare una persona ritenuta marginale e senza nessuna autorevolezza per la sua disabilità (nella legge di Mosè, c’era la prescrizione che gli eunuchi, cioè i castrati, non potevano far parte della comunità giudaica). Davvero è valso che Filippo lasciasse tanta gente che accorreva per ascoltarlo; obbedendo all’invito dell’angelo, ha capito che il Signore ha uno sguardo diverso, uno sguardo che non perde di vista nessuno, fosse anche un povero escluso e per di più, su di una strada deserta. È pagina davvero sorprendente; ci accorgiamo che parla oltre le parole ed esprime qualcosa di profondo e di diverso perché sono in tanti che cercano Dio e dicono: «come potrei capire, se nessuno mi guida?». Questo è il dono di oggi; è dono che ci fa comprendere che anche noi possiamo essere parte di questo annuncio del Vangelo e di esserne parte non solo come fruitori. Anche se la nostra chiamata non è quella di essere uomini e donne che si recano lontano in terra di missione per annunciare il Vangelo di Gesù Cristo, ognuno di noi però ha la capacità di vivere la missione per il Vangelo incontrando l’altro che già ci è vicino e che magari sta percorrendo da solo strade deserte ritenendosi persona marginale e fuori dagli snodi della vita. Davvero: «La tua salvezza, Signore, è per tutti i popoli», e questo dono dà il senso ad una apertura incredibile di orizzonti.

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