NOSTRO SIGNORE GESÙ CRISTO RE DELL'UNIVERSO – ANNO B
Is 49, 1-7; al 21 (22); Fil 2, 5-11; Lc 23, 36-43
Si è portati ad immaginare qualcosa di trionfale quando si parla di Gesù Cristo “Re dell’Universo”, ma poi la Scrittura ci dice che la sua forma di essere re, è assolutamente differen-te da quello che normalmente il termine porta con sé. Lo possiamo cogliere già dal testo del profeta Isaia che presenta, Colui chiamato a radunare ogni nazione, come servo «disprezzato, rifiutato dalle nazioni, schiavo dei potenti». È un tempo di esilio, di deportazione quello che sta vivendo il popolo di Israele, un tempo in cui la speranza di un ritorno alla terra della Promessa si è affievolita se non addirittura spenta, ed è in questo tempo che Dio, per bocca del profeta Isaia, annuncia che quel popolo rinascerà. Lo potrà fare per mezzo di un servo del Signore che però è presentato “disprezzato e rifiutato”, ma che tuttavia, sarà «luce delle genti». Riuscire a legare linguaggi e immagini come queste, è molto impegnativo; se quel servo è rifiutato e deriso e agli occhi umani è un perdente, come può essere Lui luce delle genti? La Scrittura ci conduce così; per parlare di un re, siamo invitati a guardare un Uomo “disprezzato e rifiutato”, il Servo che nel triduo pasquale, in particolare il Venerdì Santo, chiameremo «Uomo dei dolori che ben conosce il patire» (Is 53,3). E proprio a quel Servo, che assumerà su di sé il dolore e la sofferenza dell’intera umanità, Dio dice: «È troppo poco che tu sia mio servo per restaurare le tribù di Gia-cobbe e ricondurre i superstiti d’Israele. Io ti renderò luce delle nazioni». Lo stupore si genera qui ed è stupore grande. Come già ascoltato domenica scorsa, lo sguardo di Dio è verso tutti e non solo per alcuni; la sua chiamata non è solo dono o privilegio per pochi, ma l’attesa di Dio sa-rà comunicata a uomini e donne di ogni provenienza e storia, dal suo Servo. E quel volto presen-tato è volto di un uomo disarmato la cui forza è la capacità di amare a tal punto, tanto da assu-mere su di sé il dolore di tutti. Dio ama il mondo, la storia, la vita, la libertà di uomini e donne che sono in cammino. Questo è il preludio di questa liturgia, questa è parola che viene da lonta-no e specifica che il sogno di Dio è questo dalla eternità, allora, lasciarci già guidare da questo testo introduttivo, vuole dire entrare bene e subito nel clima spirituale di questa domenica rico-noscendo come, al di là della parola che noi utilizziamo, l’annuncio del Vangelo costituisce dav-vero una forte novità di dono, anche se è pagina che davvero ci piega. È pagina che viviamo il Venerdì Santo e collocarla come testo per celebrare Cristo re dell’universo davvero sembra diso-rientare. La situazione descritta è quella più pesante per sofferenza, solitudine immensa; un’avventura si conclude tragicamente negli strazi dopo tante speranze nate nel cuore di molti, ma questo è il modo di essere re di Gesù Cristo: dare la vita amando. Era scritto sulla croce: «Costui è il re dei Giudei», ma è titolo che vuole deridere quell’Uomo crocifisso. Il contrasto tra la derisione, l’insulto dei capi del popolo e dei soldati e la dignità di questo Uomo crocifisso che si consegna al Padre suo Dio, è enorme; mette in evidenza come il Crocifisso abbia portato su di sé e fino in fondo, la stessa Parola che andava annunciando ai tanti che l’ascoltavano. E questo contrasto viene accresciuto dal dialogo dei due malfattori crocifissi accanto a Gesù. Luca riporta che uno dei due malfattori è sprezzante verso Gesù al punto che riesce ad irritare anche il suo compagno di sventura: «Noi, giustamente, perché riceviamo quello che abbiamo meritato per le nostre azioni; egli invece non ha fatto nulla di male». Anche questo atteggiamento crea stupore visto la circostanza che tutti e due stavano vivendo; sono uomini dalla vita distrutta e sbagliata che però dicono cose contrastanti tra loro: l’uno, probabilmente per riuscire a reggere ciò che stava vivendo, attacca insultando; l’altro ha lo sguardo sufficientemente libero per riconoscere il proprio errore e invitare l’altro a riconoscere la bontà di Colui che sta in mezzo a loro crocifisso.
E nel riconoscere la sua bontà ha anche la forza di chiedere: «Gesù, ricordati di me quando en-trerai nel tuo regno». Lo chiama per nome; la distanza di vita tra lui e Gesù era grandissima, ma è come se l’avesse conosciuto da sempre, come se ne conoscesse già il volto. «Ricordati di me quando entrerai nel tuo regno»; consegna così questa richiesta, la consegna in un momento in cui tutto è tragedia e sconfitta e non trionfo di un regno. Questa è la libertà di parlare, di implo-rare, di supplicare di quel malfattore che nel suo intimo ha scoperto di avere quando ha guarda-to il volto sfigurato di Gesù. Sembra proprio voler dire “a Uno così, io mi ci aggrappo; io sono un fallito e ormai alla fine, ma Uno che, innocente è disposto a morire con me e per me, io non me lo lascio scappare”. Non solo riconosce che Gesù è innocente, come del resto avevano già fatto Pilato ed Erode (Lc 23,14), o come riconoscerà anche il centurione di guardia quando tutto sarà finito (Lc 23,47), ma quel malfattore ancor di più riconosce in Lui, in Gesù Cristo piagato e deriso dagli uomini, quel Re che porta a salvezza prefigurato dalle Scritture, e questo nonostante tutte le evidenze che fanno pensare ad un fallimento. Lo prega come un morente; prega il Signore avendo la capacità di fede in questo Re che con la sua morte, inaugurerà un Regno nuovo: «Ri-cordati di me». E Gesù non lo rimanda ad un futuro lontano, gli promette per "oggi" la felicità del suo Regno, la felicità di stare con Lui in Paradiso. Questo è Gesù Cristo re dell’universo pro-messo dal Padre; questa è parola che è sempre da conquistare e non vorremmo mai abituarci nel ritenerla già acquisita perché è dono incredibile di Colui che finisce la sua vita in quel modo, per testimoniare che l’amore del Padre chiede che tutti siano presenti nel suo regno pur rispet-tando e fino in fondo, la libertà di ognuno; questo è il dono da chiedere sempre e con intensità: «Ricordati di me». Ma poi in questa liturgia c’è ancora una piccola perla. La troviamo nel testo di Paolo ai Filippesi. Quello ascoltato è un inno ormai pregato, celebrato, cantato nelle giovanissi-me comunità cristiane e Paolo lo fa proprio, lo inserisce tale e quale nella sua riflessione che fa ai fratelli di Filippi. I versetti centrali vanno esattamente contro corrente rispetto all’immagine gloriosa e trionfante di un re o di un potente della terra. Quello che è bello notare sono i verbi usati: svuotò se stesso assumendo la condizione di Servo (il termine più appropriato è schiavo) diventando simile agli uomini. Ecco, già nei primi passi la giovane comunità cristiana ha ricono-sciuto che la modalità vera con cui Dio ci ha detto l’intensità e la forza del suo amore, è la Pa-squa del Figlio unigenito Gesù Cristo che ha annientare se stesso, divenendo come servo (cioè come schiavo), umiliandosi e facendosi obbediente ad una morte infamante, la morte di Croce. Non è solo un’informazione che comunica una notizia, è già diventata segno di una parola entra-ta già nel cuore che si fa professione di fede. Non basta più ripeterla e basta, si avverte che oc-corre celebrarla non solo con il rito Eucaristico che riprende ogni volta la Pasqua di Gesù, (che già aveva preso avvio), ma celebrarla come preghiera di vita di ogni cristiano. Tutto parte da quel volto che il profeta annunciava essere «disprezzato, rifiutato dalle nazioni, schiavo dei po-tenti», appunto quel Servo che «non ha apparenza né bellezza» (Is 53,2). Quel Servo è il Signore Gesù Cristo “Re dell’Universo” e allora ci chiediamo: finisce un anno liturgico ma chi in verità abbiamo seguito? Mi sembra che la parola del Signore ce lo faccia vedere da vicino il volto di Co-lui che abbiamo seguito, volto che ha la luminosità di un dono e di una grazia, capace di farci ri-partire e con gioia nel ricominciare un altro anno liturgico, perché di un Maestro così vogliamo davvero farci discepoli.
