I Domenica di Avvento – Anno C
Is 13,4-11; Sal 67; Ef 5,1-11a; Lc 21,5-28

AlzateIlCapoSono testi impegnativi quelli che la liturgia oggi ci propone, e tuttavia vogliamo coglierne il colore e lo spessore che ci fa intravedere l’importanza e la bellezza di questa parola del Signore. Da sempre la prima domenica di Avvento propone testi che quasi creano disorientamento, ma questo è dovuto al linguaggio apocalittico che è un linguaggio che si usa per parlare della fine dei tempi, ma il vero centro è visibile ed evidente: la venuta del Signore. Sia la logica della predicazione profetica che quella delle parole di Gesù, non è volta tanto a sottolineare la negatività di quel momento che vede la fine di tutto, quanto per sottolineare che questa conclusione porta all’incontro con il Signore Gesù, che è l’incontro in assoluto più prezioso. Lui ritorna tra noi per dare finalità eterna alla nostra vita. Allora se le parole del profeta Isaia risultano molto severo ed impegnativo per le sue affermazioni che creano disorientamento, tuttavia, risalta il suo finale: «Io punirò nel mondo la malvagità e negli empi la loro iniquità». Sembrerebbe un giudizio impietoso dai contorni già qualificati, ma se ci pensiamo bene, quella frase ha un suo dinamismo, un dire: io faccio pulizia nel senso vero della parola per lasciare spazio alla creatività del bene. Ciò che è male che si insinua nel cuore, nei linguaggi, negli atteggiamenti, io questo lo purifico, lo tolgo. Dunque, questa è una fine che vuole portare la luce di verità, vuol portare il bello nella vita e nelle relazioni, vuole consegnare il vero della giustizia e della pace. Questo è il senso ultimo del giudizio; Dio ama tutti gli uomini e le donne, li ama come suoi figli e sceglie di purificare il mondo e la storia da ogni traccia di male che li può inquinare ed insidiare. A ben guardare questa pagina, non è rivolta solo ai tempi antichi; se ci pensiamo bene anche la nostra è storia di corruzione, di immoralità, di fango, di superficialità, ce lo riporta bene la cronaca ma, il profeta Isaia ci dice che da questa palude in cui anche noi siamo quasi soffocati, si può rinascere, e allora tutto acquista il sapore di qualcosa di diverso. Anche il brano del Vangelo di Luca è difficile e merita di essere ripreso con molta calma nelle giornate che seguono questa domenica. Quasi un parallelo con il testo di Isaia anche qui è presente l’annuncio di una fine che è la fine veramente di tutto: «Non sarà lasciata pietra su pietra che non sarà distrutta». Quel «pietra su pietra» è riferita alla istituzione più cara del popolo ebraico il Tempio di Gerusalemme cuore pulsante della religione di Israele che si riteneva “eterno”. È però annuncio che non ha lo sguardo carico di negatività perché la fedeltà di Dio non viene meno. Il Tempio verrà distrutto e la devastazione che lo avrebbe distrutto è stato elemento reale della storia di Israele, ma Lui, Gesù, non si è ritratto dal suo disegno e dalla sua fedeltà. Il Signore Gesù ci invita resistere anche all’insidia, che poi era un inganno sin dall’inizio, di voler sapere quando. Il quando non ci è dato di saperlo e non è comunque guardando a quello che poi si acquisiscono elementi per fare dei calcoli, per dire allora aspetto ancora un po’. È molto più saggia e più istruttiva l’esperienza di una vita laboriosa, umile e vigile che l’attesa a cui ci invita l’Avvento, porta a vivere e che sa custodire le priorità, sa farle nascere e fiorire. Il Signore ci invita a vivere al meglio la nostra vita e affidarci a Lui che promette a noi: «parola e sapienza». Il rischio forte è quello di sciupare totalmente il dono che ci è dato, quello della libertà che chiede di vivere la nostra vita nella convinzione di amare, di perdonare, di condividere, anche di sapersi stupire di tutto nonostante sia presente la fatica del vivere che ha i suoi passaggi ardui e difficili che chiedono scelte impegnative e onerose in momenti non previsti. Gesù vuole scuoterci da questa apatia e dare rimbalzo al nostro desiderio di incontro con Lui che è la cosa più bella perché ci fa vivere bene la nostra vita.

È vero, sono testi che in prima battuta mettono ansia che tende a far affievolire la fiducia, ma in realtà, quando li accogliamo come parola che viene dal Signore, fanno crescere di più il desiderio profondo di vita, e questo sarà davvero la maniera più bella per intraprendere il cammino d’Avvento. Essere sempre in attesa di Lui, vivendo il desiderio profondo di Lui con la nostra vita che dice: “ti aspettiamo Signore e il cammino lo facciamo perché vorremmo davvero divenire discepoli di Te e del Tuo Vangelo”. C’è una bella riflessione condensata in una frase che introduce bene il pensiero di Paolo. È una frase di un filosofo francese, Luois Lavelle, vissuto tra la fine dell’Ottocento e la prima metà del Novecento. Egli scrive: «Bisogna che l’anima spezzi tutti i legami che la uniscono alle cose finite per scoprire l’infinito, che si distacchi dall’apparenza per trovare l’essere, e dall’io per trovare Dio». Sembra proprio di leggere Paolo che ha nel suo testo espressioni davvero molto belle: «Fratelli, fatevi imitatori di Dio, quali figli carissimi, e camminate nella carità, nel modo in cui anche Cristo ci ha amato e ha dato se stesso per noi, offrendosi a Dio in sacrificio di soave odore». Camminare nella carità con riferimento a quella intensità di amore che Dio ha manifestato a noi in Cristo Gesù, è davvero pienezza di vita per tutta la nostra esistenza, dall’inizio alla fine. È parola che entrando nel cuore suscita il cammino, e quando l’Apostolo evidenzia le forme di distanza gravi, gli atteggiamenti morali sbagliati, lo dice sottolineando che queste forme di allontanamento, sono dovute per l’idolatria. La cosa sbagliata in sé non è tanto il gesto sbagliato, quanto operare la scelta che distoglie il nostro cuore da Dio. L’idolatria è questa: prendere altro come riferimento e totem per la nostra vita, così che la nostra vita si modelli solo su di lui. Paolo ci dice: «Nessun idolatra ha in eredità il regno di Cristo e di Dio», e invita a comportarci «Come figli della luce», anche dentro fatiche di passi esigenti. Per vivere con coerenza e con impegno, ci dice Paolo, non dobbiamo distogliere il nostro cuore da Dio: «Un tempo infatti eravate tenebra, ora siete luce nel Signore». Paolo è carico di positività nell’invitare a percorrere così il nostro cammino di vita. Queste sono le parole che aprono il tempo di Avvento. Noi camminiamo verso questa luce; i passi si orientano in questa direzione e l’Avvento sarà veramente vero nella misura in cui è realmente attraversato ed accompagnato da questo desiderio di essere con Lui. L’antichissima preghiera che è nata subito sulle labbra e nel cuore della giovanissima comunità cristiana è «Amen. Vieni Signore Gesù» (Ap 22,20). Maranatha, un riconoscere che non siamo in grado di farcela da soli per troppo tempo senza di Te Signore, per questo ti supplichiamo. Il Vangelo ci dice che alla fine Gesù tornerà e non sarà l’irrompere di una realtà sconosciuta o minacciosa. Si manifesterà permanente e visibilmente Colui che è nato da Maria, Colui che fu crocifisso sotto Ponzio Piato, morì, fu sepolto, risuscitò il terzo giorno da morte. Questo noi aspettiamo e a questo abbraccio senza fine siamo destinati. Gesù ha fretta di raggiungerci, di afferrarci, di salvarci e noi andiamo incontro a Cristo che Viene. L’Avvento dunque è una fase di veglia; Dio vuole che i nostri occhi siano aperti per farci scorgere il suo quotidiano venire perché il suo stile non prevede segni evidenti e spettacolari; non lo è stato a Betlemme e non lo è stato nella sua Risurrezione. Gesù viene ogni volta che noi facciamo del bene, viene quando perdoniamo, quando condividiamo il dolore dell’altro come lui condivide il nostro. Questo è il clima spirituale dell’Avvento, poi lasciamo che la nostra vita scorra con i suoi impegni e con le sue fatiche, con le sue gioie e le sue preoccupazioni, ma è bello che si viva sempre questa attesa con il desiderio profondo che Lui sia atteso e desiderato.

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