II Domenica d’Avvento - Anno C
Is 19,18-24; Sal 86; Ef 3, 8-13; Mc 1,1-8

IFigliDelRegnoNoi prepariamo il cammino d’Avvento con il desidero, tappa dopo tappa, di farlo adeguatamente per arrivare bene al dono del Natale del Signore e il testo del profeta Isaia dice che questa preparazione è già realtà che ha radici lontane. Sono all’interno di nazioni sempre molto nemiche di Israele e nemiche tra di loro: l’Egitto e l’Assiria. Il contenzioso era sempre aperto tra quelle nazioni nella storia di quei secoli e l’Egitto per di più, era stato anche luogo del periodo di schiavitù da cui poi ha preso avvio l’Esodo quale cammino di liberazione. Ora il testo del profeta dice una cosa splendida; dice che anche all’interno di questi due popoli nemici tra loro e nemici di Israele, ci sono piccole comunità che nascono e germogliano; sono piccole comunità che si affidano alla grande Parola dell’Esodo, si affidano a Dio che ha tratto dalla schiavitù Israele suo popolo. Pochi e sconosciuti testimoni posti come principio che comunica speranza anche in contesti oggettivamente ostili tra di loro. Qui prende solidità il sogno di Dio che sta sullo sfondo, quello cioè di regalare qualcosa non soltanto ad un popolo da cui tutta la storia di salvezza ha preso avvio, ma regalare alla terra, alla storia, al mondo lo stesso disegno di salvezza in virtù del quale, tutti sono chiamati ad essere “Figli del Regno”. Anche Paolo che non è più un testimone sconosciuto è uomo assolutamente stupito di quanto il Signore abbia realizzato e ancora realizza con lui. Nella lettera indirizzata agli Efesini, afferma che il suo ministero di Apostolo è proprio quello di «annunciare alle genti le impenetrabili ricchezze di Cristo e illuminare tutti sulla attuazione del mistero nascosto da secoli in Dio». Ritorna sul mistero nascosto che è il progetto eterno di Dio attuato: «in Cristo Gesù nostro Signore, nel quale abbiamo la libertà di accedere a Dio in piena fiducia mediante la fede in lui». La possibilità di accedere a Dio e diventare di casa con Dio, è vista anzitutto come libertà che ciascuno può esprimere, ma è la pienezza del dono di Cristo che si dà nella storia a convocare ciascuno di noi, ed è lì e soltanto lì, che la libertà di uomini e donne, non importa la loro provenienza, è chiamata ad esprimersi aprendo o chiudendo il proprio cuore alla parola del Vangelo. Questa è la chiamata a diventare “Figli del Regno” e il Vangelo segna il punto di non ritorno in cui dalla promessa si passa alla concretezza della storia reale. Dio ci regala il volto di Gesù di Nazareth, Parola che è dono tra le infinite parole che affollano la nostra vita e che da ogni parte ci raggiungono; si fa Parola per far scorgere il suo volto e il suo cuore: è Vangelo, la Buona Notizia. Un testo per sé semplice ma che tuttavia, scalda il cuore quando lo si accoglie e lo si ospita nella propria intimità in una dimensione autentica di fede. Che Lui il Signore, stesse preparando il dono tanto atteso è detto in maniera evidentissima dai primi otto versetti del Vangelo secondo Marco: «Inizio del vangelo di Gesù, Cristo, Figlio di Dio. Come sta scritto nel profeta Isaia: Ecco, dinanzi a te io mando il mio messaggero: egli preparerà la tua via. Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri». Allora accanto al testo di Isaia e di Paolo che ci parlano del dono del Signore individuato nel mistero di salvezza, si pone anche Marco che sembra avere talmente tanta fretta di parlare di Gesù, che non perde tempo per parlare della sua infanzia: Marco comincia il suo scritto così: «Inizio del vangelo di Gesù, Cristo, Figlio di Dio». Un testo davvero straordinario per forza ed efficacia che dice come quel cammino comincia nel deserto, nel silenzio una scena di solennità che possa avvertire come, il momento più strepitoso della storia, si sta avverando.

Solo dopo viene presentata la figura di Giovanni con quel: «vi fu Giovanni». Questo è il contesto di partenza da cui poi, si svilupperà tutto il racconto della vicenda Gesù. Giovanni che è palesemente uomo del deserto, dalla vita estremamente sobria, povera, disadorna: «vestito di peli di cammello, con una cintura di pelle attorno ai fianchi, e mangiava cavallette e miele selvatico», proclama: «Viene dopo di me colui che è più forte di me: io non sono degno di chinarmi per slegare i lacci dei suoi sandali». C'è una grande povertà in tutto questo racconto e, al tempo stesso, una grande ricchezza. Il vuoto si apre alla pienezza. L'assenza si apre su una presenza e là dove c'era il silenzio del deserto, risuona la voce dell’ultimo profeta, e là dove c'era la tristezza del peccato, nasce la speranza. È lui, il Battista che prepara all'incontro con il Signore. Lui uomo dal nome nuovo (cfr Lc 1,59-63), indica la totale novità che si fa presente all’umanità. L’invitare a «preparare la via del Signore» evidenzia l’urgenza di convertire il cuore, di aprirsi alla novità del Regno che sta incontrando la storia degli uomini. Giovanni vive la propria testimonianza in prima persona; lui è proprio il tramite di Dio che prepara la strada affinché il dono del Figlio possa essere accettato. Ci mostra come solo facendo deserto attorno a sé, poi si è capaci di inserirsi in questa storia e percorrere la via del Signore. La frase: «Viene dopo di me colui che è più forte di me», è annuncio rivolto a tutti perché tutti non sono degni di chinarsi davanti a Colui che sta per arrivare. Giovanni è così, uomo che non vive la storia dei potenti, ma la sua testimonianza gli permetterà di acquisire autorevolezza e popolarità in Israele. Lui, uomo povero, semplice e dalla vita austera, annuncia con la sua vita la straordinaria bellezza che non ha confini e questo guida anche noi a vivere bene l’Avvento. Un Avvento nella sua piena accezione che dice il venire, mistero che scaturisce dal cuore di Dio come dono e come chiamata alla grazia. Questa è la "bella notizia": la presenza, la forza, la tenerezza di Dio che si fa piccolo per essere accanto a noi. E vorrei chiudere guardando il titolo: “I Figli del Regno” anche con gli occhi e lo sguardo del salmista. La sua è preghiera di lode che ci porta nel pensiero di Dio. È descritto il compimento dell’antica promessa: «Benedirò coloro che ti benediranno e coloro che ti malediranno maledirò e in te si diranno benedette tutte le famiglie della terra» promessa fatta ad Abramo (Gn 12,3). Sion, la Gerusalemme celeste, sarà davvero famiglia allargata la cui stabilità risiede nel fatto che il suo legame non è o non sono tanto i progetti o gli ideali umani, quanto la presenza fondante di Dio, perché: «[è] l’Altissimo [che] la mantiene salda». La comune appartenenza è consolidata da Dio Padre mediante la registrazione nel «Libro dei Popoli». Qui l’orizzonte inaspettatamente si apre: su quel libro saranno scritti non solo i pii israeliti, ma (ecco il disegno eterno), tutti coloro che aprendosi alla fede ricevono come dono da Dio il frutto della Pasqua di Gesù Cristo. “Figli del Regno” dunque è il modo di diventare figli nel Figlio e il salmo lo dice bene: «Là costui è nato»; nato là da quel Sacrificio consumatosi fuori le mura di Gerusalemme. Sono queste le «cose gloriose» promesse a Sion con cui si apre il salmo, «cose gloriose» che fanno sobbalzare di gioia. La promessa di Dio ricostruirà l’unità della famiglia umana disgregata dal peccato facendo sì che tutti si riconoscano figli dello stesso Padre, rigenerati come tali da Cristo Signore. È bello che il salmo concluda con l’affermazione: «Sono in te tutte le mie sorgenti» per dire tutta la fiducia che questa preghiera di lode porta in sé. Allora non può non venire alla mente la parabola del Figlio prodigo (cfr Lc 15,11-32) in cui si racconta del Padre che fa una grande festa per il suo Figlio ritrovato. È canto che risuonerà alla fine della storia quando la profezia del salmo finalmente si compirà nella sua interezza. Ecco allora cosa ci dice il titolo di questa seconda domenica di Avvento chiamata “I Figli del Regno”; ed ecco perché ancora una volta vogliamo pregare con l’invocazione: «Maranatha, vieni Signore Gesù».

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