III DOMENICA DI AVVENTO – ANNO C
Is 45,1-8; sal 125 (126); Rm 9,1-5; Lc7,18-28
È pagina concisa e nervosa quella del Vangelo che arriva ad avere tratti densi e per certi versi oscuri come del resto sono impenetrabili i pensieri di Dio riguardo agli adempimenti delle profe-zie, che dà il titolo a questa domenica di Avvento. Tuttavia questa, è pagina che ha la grande forza di consolare tutti, noi compresi che, pur essendo immersi in fatiche e fragilità, tentiamo di vivere bene il Vangelo. Domenica scorsa abbiamo accolto Giovanni Battista con la sua forza inte-riore quasi granitica che ci invitava a seguire Gesù Cristo e che si professava non degno nemme-no di chinarsi per slegare i legacci dei suoi sandali; oggi invece il testo del Vangelo ci mostra co-me anche le rocce forti come Giovanni Battista, uomini incrollabili, possono essere attraversati dal dubbio: «Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?». Anche lui è preso dal dubbio; certo, il tempo del carcere è un tempo nel quale vengono a galla tanti sentimenti, tante paure, tanti rimpianti, tante nostalgie, tante attese e Giovanni è in questo clima esistenziale, ma la domanda che pone vuole evidenziare come il dubbio lo avesse toccato molto più in profondi-tà. Il dubbio non lo devasta nel tempo dell’annuncio quando sta preparando la strada al Messia, lo assale ora in prigione quando le notizie che lo raggiungono riguardo a Gesù, gli fanno cogliere la diversità nell’operare di quanto da lui annunciato. Lui aveva prefigurato un Messia potente che risolve e che davvero ricompone Israele con la sua autorità, ma il piano di Dio è di diversa veduta. Lui che aveva preparato la strada per Gesù, aveva aperto il varco, lui che era “voce che gridava nel deserto: raddrizzate le vie, preparate il cuore perché il Signore sta per venire”, ades-so nota l’umanità profonda di Gesù che non ha nessun gesto eclatante e imponente che per-metta il suo riconoscimento. È un Maestro che viene dai piccoli confini di Nazaret, dalla povertà di Nazareth e percorre le strade della Galilea di villaggio in villaggio; non ha nulla di vistoso per cui le aspettative del Battista che annunciava una stagione nuova, sono di fatto smorzate, per questo avverte l’esigenza di garantirsi. È Vangelo che, pur avvertendolo immediatamente come l’indizio di un crollo per il dubbio che sale dal cuore, aiuta però a purificare il desiderio, a non pretendere di possedere già pienamente il volto di Dio e la sua azione redentrice, aiuta a mante-nere l’umiltà di lasciare che sia Lui a raccontarci come è e quale sia il volto misericordioso del Padre. Il dubbio della fede può spronarci a dire a noi stessi: “stacci in questo dubbio, abitalo ve-ramente, attraversalo” perché solo facendo così si esce purificati e l’attesa si fa più profonda e più vera. E Gesù non mostra nessuna sorpresa per i dubbi del Battista, anzi, ama questa sua vo-glia di conoscere di più. La sua risposta si fa puntuale, mostra come la promessa antica contenu-ta nel testo di Isaia si sta attuando (cfr Is 35,5-6). La profezia che Gesù nella sinagoga di Cafar-nao aveva letto e accolta su di sé all’inizio del suo ministero pubblico, dice Gesù ai discepoli di Giovanni, è realtà: i poveri vengono chiamati, i ciechi vedono, gli zoppi camminano e invita i di-scepoli di Giovanni ad andare a riferire tutto ciò. Questo è il volto vero di Gesù, è il volto vero della profezia, è il volto vero di ciò che accade nella vita di ognuno che lo vuole accogliere. Gio-vanni capirà che l’arrivo della salvezza è proprio in questa opera e non in quella di mettere la scure al piede di alberi che non producono e pulire l’aia con il ventilabro per raccogliere subito il frutto (cfr Mt 3,11-12). Il Messia non ha segni eclatanti che dicono il compiersi delle profezie come intendeva Giovanni Battista, ma ha cura nell’aiutare i poveri, nel sanare i malati, nell’ospitare quelli tagliati fuori dagli altri, questa è la risposta di Dio.
Un Dio che usa la misericordia nell’accogliere e percorrere i sentieri degli uomini stando loro ac-canto e svelare loro la Sua identità. La sua opera è volta a guarire senza chiedere prima se ne siamo degni, è quella di perdonare i peccatori anziché distruggerci tanto che arriverà a mangiare con loro invece di allontanarli da sé. È esattamente questa carità e questa misericordia il segno autentico della divinità di Gesù Cristo, una divinità che non vuole marcare una distanza dall’uomo, ma prossimità misericordiosa alla sua debolezza. Allora il Vangelo di oggi aiuta a vi-vere una tappa di Avvento che vuole purificare le attese che noi coltiviamo, i nostri desideri, per imparare davvero ad aver uno sguardo profondamente ancorato sulla figura e la persona di Ge-sù. Alla luce di tutto questo sembrerebbe che la pagina di Paolo sia fuori argomento, in realtà questa passione profonda che Paolo manifesta, è data dal fatto che lui si sente totalmente ap-partenente al popolo della promessa, ma nello stesso tempo soffre enormemente perché il pas-so verso il Signore Gesù, il popolo di Israele ancora non riesce a compierlo. Lui è uomo total-mente preso dalla parola di Dio, e la parola di Dio ha sempre parlato di promessa per Israele, co-sì che Paolo arriva a dire una frase che è tra le più sofferte ma anche tra le più belle: la sua di-sponibilità ad essere anàtema, cioè separato da Cristo a vantaggio dei suoi fratelli consanguinei secondo la carne. Soffre per la distanza che si sta ponendo tra lui stesso e Israele che vuole ri-manere radicato nella sua posizione che non permette l’apertura a quest’ultimo passo nuovo e inatteso che Dio ha compiuto in Cristo Gesù. Allora pur che questi “fratelli consanguinei secon-do la carne” arrivino a compiere quel passo di avvicinamento a Gesù, Paolo è disposto ad essere lui anàtema, cioè separato da Cristo. Un testo di insuperabile profondità che ha un misto di sa-pienza e di cuore, di affetti e di lungimiranza; testo che insegna davvero ad accogliere i doni del Signore che sono immensamente più grandi di quelli che noi potremmo osare chiedere. Chi ha lo sguardo rialzato, chi riesce davvero a guardare con questo respiro il cammino della propria storia, riesce a vedere i segni di un Dio provvidente e buono che non ha dimenticato le promes-se antiche. Paolo questa gioia la coltiva profondamente nel proprio cuore e la indica ai propri fratelli di elezione. Allora il compimento delle profezie operato da Dio nella persona di Gesù Cri-sto, sfata davvero tutti i nostri pregiudizi e ci fa cogliere come il nostro cammino abbia la con-sapevolezza che il dubbio potrà anche assalire e avvolgere la nostra esistenza specialmente quando si vivono debolezze e fatiche, quando si è messi di fronte al dolore, di fronte alla morte o di fronte all’umiliazione dei piccoli e dei semplici e all’apparente trionfo dei grandi e dei poten-ti, ma non è mai un segno inquietante. È piuttosto un segno di verità che aiuta la speranza, per-ché più che rovinare la fede, impedisce la fede ovvia, vieta le risposte superficiali, proibisce di accontentarci e addormentarci. Nella fede c’è sempre tanta luce quanta basta per camminare, ma anche tanta oscurità quanta basta per dubitare. Lo è stato per Giovanni Battista che si è tro-vato segnato dal silenzio della prova della prigione, lo è per noi ancora oggi che siamo in attesa. Il volto bello di Dio è proprio lo scandalo di un Dio che si fa prossimo a noi; scandalo nel senso bello della parola perché sorprende e smonta tutte le nostre certezze; scandalo su cui vorrem-mo sempre inciampare per essere aiutati a rialzarci, come lo è stato per Giovanni Battista uomo profondamente vero. Se abbiamo domande aperte di questo genere, il nostro cuore si rigenera, guadagna freschezza, si apre alla voglia di pregare ancora e l’azzardo della Misericordia nella Sua gratuità incondizionata verso tutta la vicenda umana.
