IV Domenica di Avvento – Anno C
Is 4,2-5; Salmo 23; Eb 2,5-15; Lc 19,28-38

IVAvventoNon è distante l’approdo del Natale e la chiamata a metterci in ascolto si fa sempre più densa e forte. Nell’ingresso di Gesù in Gerusalemme che per sé è parola tipica della Domenica delle Palme che apre la Settimana Autentica, vogliamo cogliere una lettura di senso. Cammina davanti a tutti solo chi sa dove andare, chi ha ben chiara la meta, chi è risoluto nel raggiungere il traguardo che si è proposto. È dunque ingresso, quello di Gesù in Gerusalemme, che è letto nell’Avvento, si fa segno che racchiude qualcosa che in sé rimanda ad altro. La vita di Gesù è piena di gesti simbolici che propongono qualcosa che va oltre l’avvenimento stesso e che mostra una ricchezza di significato che non può essere contenuto in quell’unico momento. Collocata nella vicinanza del Natale, la pagina dell’ingresso in Gerusalemme, dice il desiderio di Dio di abitare la città degli uomini, e il suo “porre la tenda” come leggeremo nel Vangelo della notte di Natale, non ha nulla di diverso dal nostro abitare l’esistenza umana. L’entrare di Dio nella città degli uomini ha il significato di celebrare la prossimità di Dio alla nostra vita, la vicinanza, il gesto solidale e amico di chi non rimane sulle sue posizioni mantenendo le distanze, ma si contamina con la storia degli uomini, con il dramma della terra, con l’angoscia, la speranza, ma anche la fiducia, la gioia, l’attesa di uomini e donne in cammino che poi è quella di tutti noi. Ecco allora che il significato acquista un valore smisurato e davvero bello. Rimane pur sempre ed in modo inconfondibile un testo di Pasqua, ma interiorizzato nel cuore dell’Avvento, non ci devìa dal percorso che conduce al Natale, anzi, comincia a farcene toccare la densità dell’umiltà del gesto. Di trionfale il testo non ha proprio nulla, neppure la cavalcatura, ma vuole essere apertura ad una iniziale comprensione del dono e della grazia che il Signore vuole dare mettendosi al fianco e nella stessa storia di uomini e donne immersi nella fatica del cammino, e questo genera conforto, alimenta il desiderio dell’incontro con Lui. Del resto, già il testo di Isaia, anche se la pagina è meno nota di altre, prepara e ha nella sua parte finale il tema del venire. È palesemente presente sullo sfondo il continuo annuncio di un venire e di un germogliare del dono di un Germoglio che prenderà forma e diventerà albero ospitale. Nella sua parte finale, a comprova del Suo venire, il testo mostra immagini care al popolo ebraico; immagini che sono presenti agli albori del suo essere popolo costituito, riunito e condotto a liberazione: L’Esodo. La nube di giorno e il fuoco nella notte, dicono che è il Signore a condurre il cammino del suo popolo che esce dall’Egitto, è il Signore ad essere prossimità stabile e permanente del popolo che si è messo in movimento. È un’uscita dalla schiavitù accompagnata e mai il cammino di liberazione è stato un salto nel buio perché vigilato e protetto dalla presenza solidale di Dio. Isaia ci dice che quei segni inconfondibili, la nube e il fuoco, continueranno a scandire anche il cammino di quel popolo disperso ed esiliato formato dai «superstiti d’Israele», che saranno ricondotti alla loro patria. Sono immagini belle che danno certezza di una vicinanza amica, una presenza solidale che giorno e notte accompagna la strada dei suoi figli, tutti, anche per ognuno di noi. È parola preziosa, parola che ci fa constatare con stupore: “Come ombra, c'è Colui che mi guarda e accompagna i miei passi”. L’ombra ci segue sempre, ci accompagna, è parte di noi, non la si può annullare come non si può annullare la presenza silenziosa e amica di Dio. Ecco che allora quell’entrare del «germoglio del Signore» vuole dire certezza di una presenza che vuole tenerci sempre per mano e accompagnare i nostri passi, e questo accompagnare apre ad un ulteriore passaggio che ci aiuta a gustare bene il passo della Lettera agli Ebrei.

L’autore si chiede come sia possibile che il Signore ci faccia dono di una presenza così e per di più nella forma in tutto simile alla nostra: «Che cos’è l’uomo perché di lui ti ricordi o il figlio dell’uomo perché te ne curi?». È il richiamo al salmo 8, e lo stupore palese di una giovane Chiesa che ormai ha cominciato il suo percorso dopo la Pasqua del Signore (la Lettera agli Ebrei è una omelia che ha preso a circolare nelle nascenti comunità cristiane), constata con fede la verità di quella Pasqua: «Poiché dunque i figli hanno in comune il sangue e la carne, anche Cristo allo stesso modo ne è divenuto partecipe». Carne e sangue è l’espressione più grande per dire che il Figlio di Dio è proprio divenuto come noi in una totale solidarietà anche nell’aspetto che ci caratterizza come segno della nostra fragilità, quella appunto della morte. Anche il Signore ha voluto prendere su di sé la morte per essere in tutto simile a noi, ma con un di più che a noi non è permesso quello di: «ridurre all’impotenza mediante la morte colui che della morte ha il potere, cioè il diavolo, e liberare così quelli che, per timore della morte, erano soggetti a schiavitù per tutta la vita». Dunque una solidarietà che non si ferma alla sola vita umana, ma una solidarietà che strappa tutti dal dominio della morte introducendo il germe della vita che non ha tramonto; tutto ha dato, non ha tenuto per sé le distanze Lui che era Dio. È testo davvero contemplativo che ci fa vedere più da vicino il dono dell’Incarnazione del Signore Gesù. «Che cos’è l’uomo perché di lui ti ricordi o il figlio dell’uomo perché te ne curi?», sono dunque parole di stupore che danno respiro, che davvero fanno cogliere come la nostra sia storia attraversata veramente e profondamente dal Dono immenso che non vuole rimanere ai margini. Dio in Gesù Cristo entrando nella città degli uomini si fa prossimità e questa è chiamata alla famigliarità più vera che permette di entrare come figli in rapporto autentico con il Padre. Noi dobbiamo interrogarci lungo tutto il cammino di Avvento che ancora ci rimane da percorrere, sulla verità della nostra personale relazione con il Signore e questo è un primo passo che può aiutare per eventuali correzioni di rotta. L’altro passaggio vero che dobbiamo affrontare è la condivisione, l’invito cioè ad essere uomini e donne solidali con la storia e il cammino di altri uomini e donne del nostro tempo: «Il Signore ne ha bisogno». Per essere vera e reale la salvezza operata dal Signore occorre che anche noi operiamo in questo senso con la materialità di piccoli ma significativi gesti. «Il Signore ne ha bisogno», vuole dire che anche noi agiamo per lenire e alleviare, una operosità che dica la solidarietà di persone che stanno accanto e che sostengono. Quanto ci incoraggia la parola di oggi in questo itinerario di avvicinamento al Natale del Signore e di attesa di Lui; ma, quanto di queste parole raggiungono ciascuno di noi nella situazione in cui ciascuno di noi è, che cosa ci dicono, quale è il nostro preparare la strada, cosa è il nostro avvicinamento al Signore e come lo possiamo immaginare, come lo possiamo decidere e vivere? Abbiamo iniziato l’ascolto, ma poi è bene che questa parola ci accompagni sempre nei prossimi giorni per meditarla ancora meglio; farà davvero chiarore sul nostro cammino di Avvento affinché possa diventare per noi luce e linguaggio di Vangelo, così da condividere sempre meglio le tantissime parole, gesti, simboli e passi di Gesù e non essere «soggetti a schiavitù per tutta la vita».

Questo sito utilizza cookie, anche di terze parti, per migliorare la tua esperienza e offrire servizi in linea con le tue preferenze. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque suo elemento acconsenti all’uso dei cookie. Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie vai alla sezione CookiePolicy