Domenica della Divina Maternità di Maria
Is 62,10-63,3b; Sal 71; Fil 4,4-9; Lc 1,26-38a

DivMatMar«Chi è costui che viene da Edom, da Bosra con le vesti tinte di rosso, splendido nella sua veste, che avanza nella pienezza della sua forza?». La profezia di Isaia dice l’imminenza del dono che Dio ha in serbo per tutti e lo fa anticipando la visione di una Vita donata nel sangue: «Sono io, che parlo con giustizia, e sono grande nel salvare». Lì la tradizione spirituale della Chiesa ha letto l’annuncio della salvezza mediante la Pasqua di Cristo. È dunque questo l’anticipo del regalo che siamo chiamati a custodire. Ma vorrei però sottolineare i due aggettivi che si trovano immediatamente prima di quella profezia; si dice: «E tu sarai chiamata Ricercata, “Città non abbandonata”»; due aggettivi - ricercata e non abbandonata – che sono preziosi per comprendere meglio il regalo del Natale che ci viene dal Signore e che il profeta ci ha anticipato. “Non abbandonata” è termine che comunica da subito a tutti lo stato di non essere più soli; il Signore viene per mettersi accanto, per riscattare la nostra vita travagliata. Il Natale è il dono della presenza del Signore accanto a noi nei passi difficili della nostra vita, e per farlo anzitutto ci cerca. Ricercata allora, diventa espressione ancora più efficace, più intensa, più ricca. Dice che Dio pensa a te, ti cerca e ti attende la dove fai più fatica (pensiamo all’esilio del popolo ebraico che stava per concludersi descritto da Isaia); sei persona cara a Lui e per questo viene. Viene per invitare alla comunione vera, una relazione profonda con Lui che sempre ci cerca quando noi ci allontaniamo; Egli ci ha redento proprio perché la nostra dignità possa tornare pienamente a quella dell’origine prima del peccato di Adamo. L’esilio (non solo quello del popolo ebraico) è una esperienza che crea il gelo delle distanze, è esperienza triste di estraneità, è sradicamento dalla propria terra e dalle proprie radici, e allora questo invito ad avvicinarci – che è un po’ il tema che sta sullo sfondo al testo di Isaia - suona davvero come un valore gioioso e intenso, anche se la distanza a noi potrebbe continuare a sembrare così immensa da gelarci il cuore. Ma è Dio che l’abbrevia con il suo venire; è qui che prende corpo l’esperienza inaspettata e incredibile del Natale cristiano: altro che dimenticati da Dio. E l’esortazione di Paolo: «Fratelli, siate sempre lieti nel Signore, ve lo ripeto: siate lieti», ci vuole spronare a lasciarci coinvolgere. Il linguaggio di Paolo è famigliare, le immagini sono immediatamente comprensibili; ci dice che «Il Signore è vicino!» e l’amabilità che riceviamo in dono da Lui, adesso la dobbiamo regalarcela gli uni gli altri. È pagina di profondo augurio, è pagina che ha un suo candore ed anche una sua immediatezza; la vicinanza del Signore, la presenza tra noi del Signore, incrementa la gioia e la pace che travalica i confini di questi giorni, perché la gioia non la si può comprare; la gioia appartiene al cuore e solo dal cuore può sgorgare e anche questo è dono del Natale che si prospetta sempre più vicino. Non riusciamo infatti a restare insensibili alla sorpresa davvero clamorosa narrata dal brano di Vangelo. Luca ci dona la perla dell’Annunciazione che è testo sempre caro anche se non immediatamente comprensibile; è testo talmente conosciuto che ha acceso l’arte di pittori e di scultori. La distanza tra la totale povertà di quel contesto e la infinita grandezza di Dio, è enorme, ma ancora una volta è Dio che l’abbrevia. Non ci sono testimoni, il fatto avviene in una povera casa del paese (città per il Vangelo) povero di Nazareth; nulla che abbia il tono della celebrità, e tantomeno dello sfarzo. Eppure, la ricchezza del dono incalcolabile di cui parla l’angelo Gabriele, è agli antipodi della povertà; non riusciamo ad immaginare l’affacciarsi di Dio più umile e più discreto di questo, eppure il linguaggio che l’angelo Gabriele utilizza con Maria, parla della ricchezza del “regno di Davide” forte e solido; regno che è promesso “alla casa di Giacobbe”.

Le sue, sono parole che vorremmo riassaporare e custodirle come fa un innamorato per le parole della sua innamorata. Sono parole da custodire nel cuore perché dicono l’affacciarsi di Dio nella storia dell’uomo. Il Suo è un bussare, un farsi strada attraverso i segni più feriali e concreti della vita, e nei luoghi tra i più poveri. Notiamo come ci sia una attenzione finissima nella narrazione semplice e sobria di Luca, non si evidenzia nessun imbarazzo in questa giovane ragazza che si sente guardata; c’è piuttosto l’amabilità di uno sguardo che la fa sentire vicina, cercata e amata. È un affacciarsi che chiama per nome, usa parole che immediatamente incidono nella vita perché è parola che diventerà palpito, si farà vagito fino a diventare sguardo di un Bambino. È la grandezza del mistero del Natale, che presenta però anche un altro aspetto che chiede di essere custodito: la consapevolezza, o meglio lo stupore della libertà che ogni creatura ha di fronte al suo Creatore. Maria ha programmato, immaginato il suo futuro di promessa sposa di Giuseppe; vive dentro di sé questa visione di un futuro legato ad un nome, ad un volto, ma l’annuncio dell’angelo che le prospetta una sua maternità al di fuori del matrimonio ormai deciso, la prospettiva del futuro immaginato, quasi coccolato che era legato a quel volto tanto caro, cambia radicalmente. Colui che bussa è il Signore che chiede il suo consenso. Quello che sempre mi sorprende (ma penso sorprenda tutti), è sapere dove Maria abbia trovata la forza di dire di sì a Colui che scombinava totalmente la sua vita. Lei però, fin da bambina aveva imparato a sperare, ad attendere; aveva imparato a riconoscere le meraviglie di Dio nella storia del popolo ebraico e adesso sa che, se Dio bussa è per qualcosa di straordinariamente grande e lo si fa entrare. Questi sono i momenti in cui la famigliarità con la parola del Signore apre il cuore a Dio fin tanto da lasciar sconvolgere anche il futuro immaginato (come solo i fidanzati sanno fare) con Giuseppe. È il Creatore, è il Signore e il Signore non lo si fa aspettare. È un Vangelo che mette in crisi per tanti aspetti, ma nello stesso tempo comunica una confidenza, una semplicità che davvero toccano, perché questo è avvenimento di casa, avviene in casa e avviene in una situazione del tutto feriale. Quanto detto dalla parola dell’angelo però accade nei fatti rivelandosi di una immensa grandezza. Il Figlio di Dio viene tra noi, si fa carne in un bambino che poi crescerà fino ad essere persona che nella sua piena e totale libertà compirà il suo cammino e darà volto e storia alla redenzione, ma la partenza avviene così. La beatitudine di Maria però è la stessa beatitudine di chi ascolta. Certo, la sua è una storia singolare e irripetibile, ma è anche storia esemplare, un modello che aiuta la vita di tutti, affinché tutti possano essere in grado di dire il loro sì ed accogliere lo Spirito di Dio. È Vangelo che invita tutti a preparare il cuore per dire: “Ecco la serva o il servo del Signore, voglio che la mia vita sia risposta piena alla tua voce che chiama e, giorno per giorno, riuscire a vedere anche solo per un po’ il cammino compiuto”. Allora, se il termine “sorpresa” aiuta ad entrare in tutte e tre le pagine, rimane comunque un termine davvero povero per riuscire a comprendere fino in fondo questa dinamica che il Vangelo ci ha presentato. Accettiamolo con stupore questo dono umile e clamoroso, che nel silenzio introduce nella storia la presenza di Dio e la introduce nella forma con cui si avvia qualsiasi vita: il nascere di un Bimbo l’Emmanuele, il « Dio con noi» (Mt 1,23).

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