III DOMENICA DOPO L’EPIFANIA – ANNO C
Nm 13,1-2.17-27; Sal 104; 2Cor 9,7-14; Mt 15,32-38
Nutrimento, accoglienza, incontro; il desiderio nel cuore di ogni esistenza genera storia nuova, e Gesù nel suo incarnarsi, accoglie questo sogno. Le domeniche dopo l’Epifania sono sempre co-stituite da un racconto di un miracolo operato da Gesù; è mediante questi suoi segni che Gesù manifesta la sua gloria. Dopo il segno di Cana, ci viene raccontato oggi una manifestazione anco-ra più intensa per grandiosità e bellezza, segno che ha un posto decisamente speciale all’interno dei Vangeli. Tutti e quattro gli Evangelisti riportano questo miracolo e questo è indice della sua importanza. Addirittura, il racconto della moltiplicazione dei pani è proposto in Marco e in Mat-teo per due volte: una volta a occidente, in Galilea presso il lago di Tiberiade che spesso nel Vangelo è chiamato mare, luogo anche della chiamata dei primi discepoli; l’altra circostanza ve-de il miracolo della moltiplicazione dei pani a oriente nella terra della Decapoli (alla lettera le dieci città), in terra pagana. C’è dunque un riferimento simbolico in questa duplicazione del mi-racolo dei pani moltiplicati: la raccolta delle genti perdute della casa di Israele prima, e in un luogo deserto, la raccolta di tutti i popoli della terra allora conosciuta. Il racconto sottolinea an-zitutto la compassione di Dio che si incarna a condividere le nostre fragilità e la nostra umanità una solidarietà che non si ferma al solo sentimento. Dice Gesù: «Sento compassione per la folla. Ormai da tre giorni stanno con me e non hanno da mangiare. Non voglio rimandarli digiuni, per-ché non vengano meno lungo il cammino». È immagine bella; lo sguardo di Gesù si posa su ognuno e questo posarsi, permette di farsi carico delle loro storie, delle loro malattie, delle loro fatiche, fin anche della loro fame. Gesù mostra di avere una duplice passione: vive totalmente per il Padre, ma vive anche per i figli che il Padre gli consegna. Due realtà di essere che si fondo-no in un’unica espressione d’amore perché dona ai figli la stessa passione che c’è tra Lui e il Pa-dre. Questa è la parola grande del Vangelo di oggi; è lo stile di chi ospita e nel linguaggio della Bibbia “provare compassione” è sempre parola che deborda i propri confini; dice l'atteggiamen-to del mettersi accanto, dell'essere lì, coinvolgersi nel problema degli altri, è giocarsi la vita lì. La carità (l’amore), parte sempre da lì, parte da un uscire dal proprio io perché l’altro è importante per sé. La compassione è vittoria sull'indifferenza, ci porta a prendere atto della realtà e cercare la strada giusta per esercitare la carità in profondità e senza finzioni. Quando compassione e ca-rità si uniscono, l'atto che segue libera l'altro dalla schiavitù permettendogli anche di agire, ap-punto «perché non vengano meno lungo il cammino». Difronte alla folla affamata che ha ancora molta strada da fare, Gesù sa che la fame non deve essere ciò che impedisce all'uomo di vivere la propria fede e di progredire verso la salvezza, per questo chiama a sé i discepoli e mostra loro l’atteggiamento bello per incontrare l’altro. La compassione di Cristo non muove soltanto il cuo-re, ma mette in movimento anche le mani. Il Vangelo descrive un gesto molto semplice che for-se ci sarà capitato non solo di veder fare dagli altri, ma anche di farlo noi stessi. Gesù dopo aver preso i sette pani e i pesci e aver reso grazie, li spezza e li consegna ai discepoli e questi alla folla. Il miracolo è proprio lì; è nel rendere grazie a Dio di quanto si ha e poi con fiducia distribuire per mezzo di altre mani ad altri ciò che hanno ricevuto dalle mani di Gesù. Lì la compassione si fa pane. La compassione del Signore non rimane un sentimento sterile e fine a se stesso, ma diven-ta pane.
La Misericordia fa in modo che la nostra capacità di ascolto e di condivisione possa creare spazi nuovi e forme nuove di vicinanza e di fraternità, così che altre mani spezzino il pane. E questa è l’esperienza magnifica che fa dire a Paolo: «Dio ama chi dona con gioia». Il suo brano tratto dalla Seconda Lettera ai Corinzi fa parte dell’esortazione a collaborare alla colletta che Paolo aveva organizzato per i cristiani di Gerusalemme; Paolo raccomanda ai cristiani di Corinto di dare quel-lo che vogliono ma di darlo con gioia. Se uno dà misurando i ringraziamenti o la possibile grati-tudine di ritorno, compie sì una bell’azione, ma quell’azione rimane fine a se stessa, perché manca di charis, l’affetto, l’amore, la volontà di incontrare. Il linguaggio di Paolo è tipico di chi vede una fioritura in quella comunità; qualcosa di bello che nasce, cresce, e trova un suo sbocco e un suo riferimento, nell’altro anche se è distante. Anche questo è dono; penso che se ripren-diamo in mano con calma questo testo, non ci sfuggirà il riferimento alla parabola del seminato-re (Mc 4,1-12) che getta il seme. Qui, dice Paolo, il seme gettato, adesso fiorisce in una forma di carità sincera, di dedizione e di attenzione, di sguardo e cammino e questo costituisce davvero un dono. E anche se questa esperienza non ci mette al riparo dalla critica e dalla derisione sem-pre presente nel modo di vedere comune, tuttavia, questa esperienza sa portarci fuori dall’ossessione del nostro io verso quella terra promessa dove scorrono latte e miele, che altro non è se non lo spazio della gratuità, del dono, della compassione che si fa pane. Paolo sprona tutti affinché il servizio della nostra elemosina sia come una liturgia; non deve rispondere sem-plicemente alla soluzione di qualche necessità emergente, ma deve servire a risvegliare in tutti la riconoscenza verso il Padre. La nostra carità deve poter parlare di Dio che si fa vicino; il nostro perdono, il nostro servizio reciproco, la nostra accoglienza, deve essere il segno che parla ai fra-telli di Dio che si fa prossimo a tutti in Gesù Cristo; deve poter essere come la moltiplicazione dei pani che arriva a tutti e tutti sfama. E quando la ragione e la fede si lasciano illuminare dalla luce divina, la nostra carità è più sincera e disinteressata e libera anche l’altro. Libera perché permette di camminare insieme come gli esploratori che la prima lettura ci presenta. Mosè manda uomini a esplorare la terra di Canaan su invito di Dio. Sono quarant’anni che il popolo vaga per il deserto e sembra abbia perso la speranza di arrivare alla terra promessa. L’invio di uomini da parte di Mosè accende la speranza del popolo infiammato dai racconti esagerati degli esploratori che erano tornati. L’esagerazione della speranza è indispensabile per scuotere il popolo dalla rassegnazione e dalla mediocrità del presente. Sembra che il Signore attraverso quel racconto voglia dire an-che a noi oggi: dovete sperare di più, non dovete sperare semplicemente di cavarvela e di tirare avanti, dove-te sperare nella promessa di Dio. Come il miracolo di Gesù è esagerato, gli esploratori tornano dalla terra promessa «con un grappolo d’uva, che portarono in due con una stanga»; questo è l’invito a passare il nostro deserto verso la terra dell’abbondanza e dell’amicizia nella gratitudine. La pa-rola oggi ci guida a vigilare affinché il nostro sia il riconoscere Lui come il Maestro che ha scelto di avere cura di noi, che si pone a fianco sulla nostra stessa strada per accompagnare i nostri cammini. Oggi, per volontà di papa Francesco, è domenica della Parola di Dio; sempre abbiamo bisogno di nutrirci e di sentirci nutriti dalla Parola di vita che viene seminata in tutti i terreni. Siamo noi quei terreni, e dobbiamo pregare di avere la forza e la costanza di farla germogliare affinché la bellezza e i colori della carità contornino la nostra esistenza e anche noi possiamo ri-spondere alla domanda «Quanti pani avete?».
