V DOMENICA DI QUARESIMA – ANNO B
Dt 6,4a.20-25; Sal 104; Ef 5,15-20; Gv 11,1-53

Io sono la vita, io sono il passaggio dalla morte alla vita. Siamo di fronte ad una pagina potente, che provoca colui che davvero vuole seguire il Signore nella fede, forte del significato profondo di quanto è racchiuso nell’imperativo: “Lazzaro vieni fuori”. Siamo ormai alle porte della Settimana autentica e ci accorgiamo come, in queste domeniche, la liturgia ci abbia preso per mano per condurci alla verità di quella notte, la notte delle notti: la veglia di Pasqua. Ed è un essere accompagnato che ha il sapore dell’amicizia, come amicizia era sicuramente la parola chiave che regnava a Betania. Betania è il villaggio della Giudea dove vivevano Marta, Maria e Lazzaro. La loro casa era luogo di accoglienza e di amicizia per Gesù. A Betania Gesù viene accolto nella casa di questi tre fratelli, ascoltato da Maria e servito da Marta. Nella casa di Betania Maria, e lo sentiremo domenica prossima, compie quel gesto d’amore nei confronti di Gesù, quello di profumare ed asciugare i suoi piedi, gesto che anticipa l’omaggio alla salma di Gesù. Il Vangelo di Giovanni dice che «Gesù voleva molto bene a Marta, a sua sorella e a Lazzaro» (Gv 11,5). Allora Betania che per sé è tradotta come “casa del povero”, la possiamo tradurre “casa dell’amicizia”, perché in essa è sempre presente un legame di profonda amicizia, quell’amicizia che riempie il cuore, quell’amicizia che dà luce alla vita, quell’amicizia che non può essere negata neanche dalla morte.
E tuttavia, in quel clima di amicizia si inserisce il dramma: «Signore, ecco, colui che tu ami è malato» (Gv 11,3); ma Gesù non va subito, aspetta due giorni e quando arriva a Betania sia Marta che Maria, hanno quell’espressione che anche noi, nei frangenti di dolore, useremmo: “Signore, se tu fossi stato qui”.  Davvero il rischio è quello di sentire distante Dio mentre siamo nella prova e facciamo tanta fatica; sembra che Dio mai arrivi e ci sentiamo ancora più scarnificati perché l’aiuto promesso non lo avvertiamo. E ci chiediamo il perché di questo evento; affermiamo che tutti i giorni preghiamo Dio e nella nostra vita ci professiamo credenti in Lui, allora perché quando siamo nella prova, lo avvertiamo lontano, latitante, assente, quasi inesistente.

Ma Gesù a Betania ci va; in quella “casa dell’amicizia” che ora è nell’afflizione, Gesù arriva. E proprio a Maria chiusa in casa nel suo dolore, viene detto: “Il Maestro è qui e ti chiama”(Gv 11,28). Vi è una chiamata anche in questa esperienza di dolore e di morte. Il Maestro chiama perché con la sua presenza, con la sua parola vuole illuminare anche questo momento. Ha parole anche per aiutare noi, uomini dalla tecnologia avanzata, uomini di grande intelligenza, che tuttavia non riescono a fare altro che metterci una pietra sopra per censurare presto questo avvenimento che sconvolge. La risposta alla domanda dove è Dio quando noi soffriamo, la troviamo generata dalla fede. Lì solo il dubbio disperato si risolve; perché se ci mettiamo davanti al Crocifisso, la fede ci spinge oltre fino a trovare la sua risposta definitiva nell’indescrivibile, incredibile e indimenticabile mattino di Pasqua.  

Gesù non è andato a Betania a dire “Io sono colui che fa i miracoli, che ha moltiplicato i pani e i pesci, credi?”; no! Ha detto “Io sono la risurrezione e la vita, credi?”. Si Signore; questo è il miracolo vero, il miracolo al quale dobbiamo tendere; poi c’è la sua conseguenza quella di Lazzaro che esce e che prefigura, anticipa la risurrezione di Cristo. È vero, la tomba di Lazzaro, prima o poi sarà ancora occupata dal corpo di Lazzaro, ma la tomba di Cristo è vuota: la prospettiva allora diventa grande, diventa eterna. Il Signore è qui e ci chiama a credere che la nostra vita terrena è una grande possibilità per anticipare quella risurrezione che poi il Signore ci darà il giorno in cui questa esperienza terrena si concluderà.

È quindi il momento della speranza; la speranza cristiana ci dice che siamo qui, siamo nel cammino. Alla semplice attesa del futuro delle sorelle di Lazzaro, Gesù contrappone l’attesa della salvezza: la Resurrezione è già vicina, non è necessario che Marta pensi al lontano futuro. Il Signore della vita ha il potere di dare la vita anche lì dove la morte abita non solo il nostro corpo, ma anche e soprattutto il nostro cuore. Siamo uomini e donne della speranza che vedono nel buio, vedono oltre, anche se nel mezzo ci sono le lacrime, c’è la lotta, ci sono le sconfitte. Soprattutto, siamo uomini e donne che sulla parola di Gesù, vedono la vittoria.

Chiediamo oggi al Signore di riuscire ad instaurare sempre di più una bella amicizia con Lui; non un legame intermittente legato al mi va non mi va, me la sento non me la sento, oggi si oggi no. Chiediamo al Signore che riaccenda in noi l’attesa, la tensione, il desiderio di essere testimoni della sua venuta nella nostra vita, e di essere testimoni del suo gesto che ci sottrae, ci strappa al potere oscuro e terroristico della morte.

Questo sito utilizza cookie, anche di terze parti, per migliorare la tua esperienza e offrire servizi in linea con le tue preferenze. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque suo elemento acconsenti all’uso dei cookie. Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie vai alla sezione CookiePolicy