ULTIMA DOMENICA DI GENNAIO - SANTA FAMIGLIA DI GESÙ, MARIA E GIUSEPPE – ANNO C
Sir 44,23-45,5; Sal 111(112); Ef 5,33-6,4; Mt 2,19,23

NazaretÈ testo breve quello del Vangelo, quasi un flash sulla piccola e giovane famiglia e il contesto di grandissima precarietà che la circonda. L’esperienza della famiglia di Nazareth, che era già co-minciata con un esodo non voluto da loro (Mt 2,13), adesso vede vivere la situazione inversa di un ritorno altrettanto precario. Giuseppe torna su invito dell’angelo quando il re Erode è morto; torna ma non vuole dimorare in Giudea per timore di Archelao figlio di Erode e va a stabilirsi in Galilea a Nazareth. Dunque, ancora un cammino di precarietà attende quella famiglia, cammino che mette in evidenza come le cose più fondamentali quali la terra, la casa e la possibilità di abi-tare nella pace, rimangono lontano e solo sullo sfondo. Poi il nulla, il Vangelo termina qui; sem-bra essere testo di racconto come se fosse solo cronaca, e tuttavia, appare con evidenza che è testo che parla anche ai nostri giorni. Descrive la condizione di precarietà e di provvisorietà che ancora oggi segna la vita di tantissime famiglie che per motivi più diversi, devono lasciare la propria terra senza sapere se vi potranno fare ritorno e soprattutto senza sapere quali opportu-nità potranno raccogliere per avere una vita sufficientemente dignitosa. Il Vangelo ci mostra come quella famiglia abbia fatto la strada e sopportato la fatica di tutti; ci mostra come quella famiglia abbia dovuto fare i conti la paura che l’ha spinta a cercare rifugio lontano in terra stra-niera, e adesso che da quella terra straniera sta facendo ritorno, sperimenta ancora la precarietà di chi non si sente accolto neanche nella propria terra. Il Signore Gesù non ha avuto una corsia privilegiata nel suo incarnarsi, si è proprio inserito nella vita e nella storia dell’intera umanità fa-cendoci comprendere come il Vangelo sia Parola estremamente vicina a tutti. Ma vi è un’ulteriore sottolineatura che il testo evidenzia: il silenzio. Se percorriamo bene e con calma queste poche righe di Vangelo, ci accorgiamo che è un testo pieno a tal punto di silenzio che sembra fin quasi di percepire il rumore dei passi compiuti da quella famiglia. È Vangelo che rac-conta, ma lo fa sussurrando senza quei suoni eclatanti perché il silenzio contorna sempre la vita dei poveri. Sembra addirittura che quel silenzio che avvolge il cammino e il peregrinare della Famiglia di Gesù, continui ancora oggi ad avvolgere i miseri costretti a vivere la provvisorietà. Questa è la famiglia di Gesù che il Vangelo oggi ci presenta, una famiglia che conosce i tempi del-la prova, i tempi del distacco, i tempi dell’andare altrove, i tempi dei ritorni che tuttavia sono segnati dalla paura, ma alla fine, e questo è un altro punto su cui fermarsi, conosce finalmente anche i tempi della ferialità nella casa di Nazareth. La casa di Nazareth però non è solo e sempli-cemente un luogo, è un clima, un modo di stare insieme, è il radicarsi di quella famiglia dentro la storia e le attese di chi già abita quella terra. Il loro è un sistemarsi in modo umile e povero fa-cendo però crescere Gesù nel clima di amore sincero; Lui si è consolidato nell’umiltà e semplici-tà proprio all’interno della storia del proprio paese in quella terra di Galilea. A Nazareth il Figlio di Dio entra con attenzione nella concretezza del quotidiano; il “Dio con noi” santifica ogni feria-lità, ogni fatica e riposo, ogni dolore e ogni gioia, ogni amore ed ogni timore. L’esodo di Dio ver-so l’uomo e il suo mondo ci dice il Vangelo, è iniziato affinché si possa compiere l’esodo dell’uomo verso il mondo di Dio. Oggi siamo chiamati a scoprire che nel nostro camminare, la famiglia di Nazareth è presente e ci accompagna ponendosi come nostro riferimento.


Troviamo lì il fondamento che dà sostegno alle nostre povere situazioni perché è lì che il Signore regala la pace per vivere bene la ferialità dei nostri giorni. Nazareth accade così, non c’era l’intenzione di stabilirsi lì, ma lì è caduta la scelta che si rivelerà la più opportuna anche per noi. Nazareth, luogo che non ha nessuna notorietà, diventa il paese in cui quella famiglia vive per trent’anni il succedersi di giorni in un contesto di povertà in cui però si apprende l’umanità del vivere con gente che sta accanto. Oserei dire che è il primo miracolo in assoluto ed è miracolo grande questo, me ne convinco sempre di più quando avvicino questi testi di narrazione dell’infanzia di Gesù. Trent’anni spesi nel silenzio e nella ferialità più totale. L’abitare i nostri luoghi, i luoghi miseri della vita è l’inconfondibile stile di Gesù; Lui non è altrove, abita la nostra terra, abita la nostra povertà, la nostra condizione umile, abita davvero tutto questo ed è per questo che l’annotazione finale del Vangelo, merita davvero una sosta. Gesù Cristo uscirà da quella esistenza di Nazareth, non come una persona sfiduciata in preda ad una depressione per-ché proveniente da luoghi incolori e anonimi, no! Lui uscirà da quella esperienza come un uomo risuonante di vita e di passione, uomo dallo sguardo che penetra; uscirà come Colui che non di-ce parole vuote, ma consegna parole di vita eterna (Gv 6,68). Allora anche una condizione di vita che chiamiamo feriale per il suo anonimato, può essere abitata senza che venga meno la tensio-ne profonda del desiderio di vivere e senza che i piccoli confini che conosciamo, rimpiccioliscano il cuore e precludano sguardi che riescano ad andare oltre. Quante volte questo aspetto l’abbiamo avvertito profondamente vero. Quante volte abbiamo incontrato gente bella che ama la vita, ama il piccolo della vita, ama lo scorrere dei giorni consueti, ama le fatiche e le attese, ama i sogni. Se lì dove vivi diventa davvero casa e trovi il clima della casa e alimenti questo cli-ma e ne sai davvero gioire, allora è davvero possibile che non si diventi persone intristite e sco-raggiate, persone stanche di una vita monotona, perché si sempre cogliere la gratitudine, la fi-ducia, il desiderio di amore. Noi non sappiamo quasi nulla della vita e della casa di coloro che sono insieme a noi, ma siamo persuasi che quando diventa comune la convinzione di avere la vicinanza solidale di Dio, siamo poi in grado di affrontare la vita anche nei suoi passaggi ardui e difficili. Ci accorgiamo che ci è vicino qualcuno che ci dà pace, che fa emergere il meglio di noi stessi, gli uni con gli altri. È il senso della benedizione che raccogliamo dal testo del Siracide e che accompagna il succedersi delle generazioni, e questo è anche il senso annunciato da Paolo. Sia davvero forte per tutti il lasciarsi interrogare su ciò che abbiamo di più caro, e diventi anche spazio in cui si ravvivi il desiderio, si riaccenda un fuoco, si riscaldi un clima di famigliarità vera, di schiettezza sincera e di condivisione che sa preservare il presente e sa porre le basi per un fu-turo a chi lo proseguirà dopo di noi. Signore, facci trovare casa nella vita, faccela abitare bene la casa, e sia casa che dia senso vero proprio perché spazio abitato anche da te Signore. Allora im-pariamo ad amarla Nazareth, perché ci piace pensare che quella casa Signore, tu l’hai amata e portata sempre con te nel tuo cuore.

Questo sito utilizza cookie, anche di terze parti, per migliorare la tua esperienza e offrire servizi in linea con le tue preferenze. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque suo elemento acconsenti all’uso dei cookie. Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie vai alla sezione CookiePolicy