VI Domenica Dopo l’Epifania – Anno C
Is 56, 1-8; Sal 66; Rm 7, 14-25°; Lc 17, 11-19
Gesù è in cammino verso Gerusalemme luogo della sua Pasqua; Gesù non si ferma mai in un posto a lungo, continua a camminare. Possiamo affermare che questo suo camminare forma la cornice del Vangelo di Luca che sarà contorno e spessore di tanti incontri che lasciano il segno. È così Gesù Cristo incontra e vive la nostra umanità sempre piena di sofferenze. E proprio perché è cammino, è naturale che sia fatto con calma nell’avanzare; l’impazienza, la fretta non è nelle sue corde e qui troviamo un primo insegnamento: se si vuole incontrare il Signore, non si possono vivere le giornate in modo frenetico fino a consumarle. Una delle frasi ricorrenti che spesso capita di sentir dire è il non aver tempo. Gesù col suo modo di camminare insieme ai suoi discepoli, ci invita a rallentare per avere tempi che permettano l’incontro con Lui. In questa cultura che preferisce avere dei frettolosi consumatori non solo di cose, ma anche di esperienze, di relazioni, non è facile riuscire a recuperare il senso del cammino lento. Questo è un po’ quello che sta come sottofondo nella pagina di Vangelo, poi la guarigione dei dieci lebbrosi, che è un testo conosciuto e che ha come filo conduttore l’ingratitudine di quei nove che non tornano a ringraziare per la guarigione avuta, in realtà nasconde anche altre considerazioni sul modo di rapportarsi tra loro di quei dieci lebbrosi di cui fa parte anche un Samaritano. È vero, la lebbra cancella ogni distinzione, ogni differenza. In quel gruppo di lebbrosi non c’è più distinzione fra Ebreo o Samaritano, ci sono soltanto persone profondamente minate nel corpo dalla malattia, che li rende malati in decomposizione, tutti uguali. Sono uguali agli occhi del Padre che li guarda con compassione, sono uguali agli occhi del Figlio Gesù che accoglie la loro invocazione chiedendo loro di andare a presentarsi ai sacerdoti. È invito a compiere un cammino per certificare una guarigione non ancora avvenuta: il Vangelo infatti, sottolinea come la guarigione avvenga quando loro sono per strada. Se il passo è lento, l’amore, quello vero, giustifica la fretta dell’invito fatto da Gesù di andare a presentarsi ai sacerdoti. Da qui prende il via il dramma della divisione. Subito dopo le parole di Gesù i dieci si incamminano e si trovano guariti, ma nove lebbrosi non tornano a Gesù; essi hanno come unica preoccupazione il farsi reinserire nella società con la certificazione legale che solo il sacerdote può dare. Per loro Gesù è stato solo un guaritore; lo hanno chiamato maestro è vero, ma il loro vero obiettivo non era tanto quello di accostarsi a Gesù, quanto di recuperare la loro salute. Il Vangelo mostra come in loro non vi sia traccia alcuna di commozione per l’amore ricevuto con la guarigione, di più, quel gruppo reso compatto dalla stessa malattia, adesso si scopre diviso a seguito della appartenenza alla sfera religiosa. Il samaritano, il maledetto perché fuori dallo schema religioso ebraico, colui che stava giocoforza all’interno del gruppo dei dieci, guarito anche lui, non fa più parte di quel gruppo. Possiamo immaginare che a guarigione avvenuta, siano stati gli stessi ex lebbrosi ad averlo cacciato via. La loro guarigione non sarebbe valsa a nulla se trovati in compagnia di un samaritano, sarebbero stati ritenuti ancora impuri dal sacerdote e non riammessi nel loro villaggio. Si liberano di colui che è stato loro compago di malattia nel tempo di sventura, e, per tornare ai propri affari, si liberano anche del Guaritore che gli ha donato la salute. Il Samaritano vive il dramma di vedersi guarito che non sa dove andare; se i nove lebbrosi guariti hanno un tempio a cui recarsi, il Samaritano no, torna dunque da Gesù. Lui non sa neanche chi sia veramente Gesù e tuttavia gli rende lode, lo benedice perché sa che la sua guarigione è venuta da Lui.
Torna dunque indietro e Gesù vede in questo pagano annunciato maledetto dai Giudei, quel raggio di fede nascente che già la prima lettura ci ha proposto. Il Samaritano opera una conversione verso l’unico Tempio in grado di accoglierlo: il Signore Gesù, per questo lo loda a gran voce. In questo suo tornare Luca fa trasparire sottilmente come il Tempio definitivo e nuovo sia Gesù Cristo! È Gesù il luogo di Dio su cui la lode ha senso e forza! Che Gesù sia il Tempio, la sola terra santa dell’incontro con Dio, Luca lo fa intravedere dalle stesse parole di Gesù: «Non si è trovato nessuno chi tornasse indietro a render gloria a Dio, all’infuori di questo straniero?». Il samaritano quando ha constatato che nell’obbedienza era stato guarito non ha puntato il cuore solo ed esclusivamente sulla sua guarigione e su se stesso pur assaporando la legittima gioia di essere di nuovo e pienamente un uomo ed un uomo libero; si è ricordato di Colui che è stato l’artefice della sua guarigione: si è ricordato di Gesù ed ha capito che è Gesù il luogo in cui si incontra quel Dio che rende gli uomini a sua immagine. È Gesù il luogo in cui si loda Dio! Allora capisce che è bello tornare sui suoi passi per scoprire l’opera di Dio: lui non è quel maledetto come tutti gli hanno sempre insegnato e detto, ma qualcosa di molto diverso, è benedetto da Dio, dal Padre. Lui va oltre le separazioni e le differenze, ha uno sguardo che essendo sguardo di amore, considera indistintamente tutti come propri figli. Dieci sono stati purificati, uno solo è salvato. Il Vangelo ci dice che si può essere guariti anche a seguito di miracoli, ma si corre il rischio di essere solo sanati e non salvati se il rapporto con Dio è soltanto funzionale. Non è vero che basta la salute anche se essa è davvero importante, c’è bisogno di salvezza anche per l’anima e il Samaritano è l’unico del gruppo che ottiene salvezza. Quanto è difficile guarire dall’ingratitudine, forse è più facile guarire dalla lebbra che non dall’ingratitudine. Il Vangelo ci mostra come sia sempre presente il pericolo che una volta guariti si ristabiliscano le distanze, e si pongano di nuovo gli steccati. Siamo invitati ad avere la consapevolezza di questo male profondo che portiamo nel cuore, questa inquietudine che a volte può essere veramente difficile da smascherare perché nascosta da una falsa guarigione. Quei nove ex lebbrosi hanno dove andare, hanno una sinagoga, hanno un sacerdote; il samaritano no, ma torna sui suoi passi per arrivare al vero Sacerdote e Tempio. La nostra preghiera si alzi per chiedere e ottenere pietà, ma non una pietà miracolosa nel senso che il Signore ci risolve i problemi subito, ma una pietà che ci chiede di metterci in cammino così da prendere consapevolezza della guarigione profonda che Dio opera in noi. Il Signore ci salva sì, ma ci salva chiedendoci di metterci in gioco, la nostra non può mai essere passività, ne va della nostra libertà. Dio, proprio perché ci ama profondamente ci rispetta; sa che possiamo fare un percorso, sa che possiamo fare un cammino e sa che possiamo metterci in gioco fino in fondo.
