Domenica della divina clemenza – Anno C
Dn 9,15-19; Salmo 106; 1Tim1,112-17; Mc 2,13-17
È annuncio di clemenza quello che ci raggiunge attraverso la Parola di oggi e ci raggiunge attraverso la testimonianza di chi la divina clemenza l’ha invocata, sperimentata o la vive in prima persona quale realtà che gli attraversa la vita. Daniele ha come un gemito che attraversa gli smarrimenti di un popolo che si era allontanato dal suo Dio: «Signore, ascolta! Signore, perdona!». Il profeta avverte di essere dentro una storia più grande di lui, storia che tocca inesauribili volti e situazioni, e percepisce la possibilità di poter affidare quella invocazione accorata “ascolta e perdona”, alla misericordia di Dio. Si fa strada nel cuore di un intero popolo l’apertura alla fiducia di ricevere il dono del perdono di Dio misericordioso, ma si fa strada anche la consapevolezza che tutti possono osare con Dio, gridare a Lui «Signore, ascolta! Signore, perdona!» mentre si è nello smarrimento, o anche più semplicemente essere voce delle fatiche di tanti, del buio di tanti, del dolore di molti. È dunque nella storia e nella sua concretezza che l’esperienza viva della divina clemenza diventa luogo. Lo racconta Paolo quando scrivendo a Timoteo dice: «Rendo grazie a colui che mi ha reso forte, Cristo Gesù Signore». È testo che ha un improvviso e dolce cambiamento rispetto ai suoi scritti: la riflessione e l’annuncio di Paolo diventa preghiera. Si raccoglie in una lode a Dio che conferma l’azione del Signore nella sua storia. Il dato sorprendente è la constatazione di come Gesù abbia voluto affidare il ministero apostolico di annunciare la clemenza e la misericordia di Dio, ad un peccatore, un bestemmiatore, un persecutore violento dalla vita sbagliata che agiva per ignoranza e lontano dalla fede. Per questo può sottolineare che nella sua vicenda «la grazia del Signore ha sovrabbondato», un dire che se anche si vive la condizione di una lontananza più estrema, l’opera divina se accettata, si rivela un vero e fecondo dono di Dio. La vicenda personale di Paolo è preziosa per lui e per noi, conferma infatti l’azione di grazia del Signore nella storia di tutto il popolo di Dio e nella storia di ciascuno. È una conferma che la preghiera dell’uomo non parte tanto dal dogma o dalla teologia, quanto piuttosto come la preghiera arriva proprio perché parte dal riconoscimento della propria storia, cioè dall’esperienza concreta che ognuno fa dell’azione di Dio. È stato così per Paolo che ha riconosciuto la propria vita cambiata non tanto per merito proprio, quanto per l’abbraccio e la forza di Gesù Cristo, ed è stato così per Levi. È nella storia, nella sua concretezza che l’esperienza viva della divina clemenza diventa luogo. Come per Paolo anche Levi ha nome e volto, non è situazione di popolo o di comunità in cammino come quella intravista nella prima lettura, è una storia precisa, unica e irripetibile. Il Signore Gesù che esce di nuovo lungo il mare è annotazione che ci dà la percezione della ricerca; non solo Gesù è in cammino, ma il suo sguardo cerca, e pur avendo attorno a sé «tutta la folla», il suo sguardo cade su Levi che si trova al banco delle tasse imprigionato in una spirale che gli aveva fatto guadagnare l’etichetta di pubblicano, esoso esattore di imposte. Amico dei romani i dominatori stranieri, truffatore, forse anche ladro, per Levi sembra non esserci speranza; ormai la sua vita è indirizzata senza che ci sia possibilità di cambiamento. Ma proprio quando sembra non esserci più nulla da fare, incrocia lo sguardo penetrante di Gesù e ascolta la parola: «Seguimi».
E così come è stato del tutto inatteso il passaggio di Gesù sulla sua strada, immediata è stata la sua risposta ospitando Gesù alla sua tavola dove tutto il suo “mondo” - il mondo di Levi - è presente e viene coinvolto nell’accogliere Gesù come ospite. È vicenda davvero singolare questa: viene visitato lo scandaloso mondo dei pubblicani. Gesù è al centro di un contenzioso; pubblicani e peccatori si avvicinano talmente a Lui da sedere a tavola insieme e gli scribi dei farisei lo accusano di accogliere i peccatori e mangiare con loro. Il punto da chiarire riguarda la persona stessa di Gesù. Perché Lui non condanna chi commette il peccato inchiodandolo al suo passato come ogni pio ebreo era chiamato a fare? Semplicemente perché Gesù non venuto per allontanare, ma per accogliere la vita di chi si presenta a Lui con umiltà; per questo quei pubblicani e peccatori non sono più folla indistinta che lo circondano, ma persone che hanno nome e volto che aprono la loro vita al Signore. Si mostrano nella verità di quello che sono, creature per nulla perfette con difetti e fragilità bisognose di conversione, e da Gesù sono amati e accolti nella semplicità e nella concretezza di un cibo condiviso. È atteggiamento davvero inaspettato per la religiosità di quel tempo (ma forse anche dei nostri tempi); in quella casa di fronte agli indugi, alle mormorazioni, ai sospetti di chi si riteneva puro, c’è la gioia di sentire le parole di Gesù che danno fiducia: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati». Paradossalmente è il giudizio degli scribi che dà risalto alla clemenza di Gesù: «io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori». Anche le situazioni più smarrite, più distanti che fanno ritenere del tutto improbabile l’incontro, possono essere gli spazi reali dove toccare con mano l’amore e la misericordia di Dio. I peccatori vengono audacemente e fermamente paragonati ai malati che devono essere guariti e non condannati per la loro infermità! Il Vangelo mostra chiaramente come ci siano due diversi “sguardi” sulla vicenda umana. Da una parte lo sguardo degli scribi dei farisei che “vedendo” Gesù mangiare con i pubblicani e i peccatori, colgono in questo una trasgressione e motivo di giudizio che allontana; e dall’altra, c’è lo sguardo del Signore Gesù che «Passando, vide Levi, il figlio di Alfeo», e gli dice: «Seguimi», lo avvicina. Siamo invitati a cambiare il nostro punto di vista per entrare nello sguardo e nella sapienza salvifica di Gesù che accoglie tutti e che di tutti riesce a far emergere la verità interiore. La riscossione delle tasse da parte dei Romani è scomparsa da tempo, ma Matteo, più conosciuto con questo nuovo nome che con quello di Levi, continua ad accumulare dividendi con i suoi scritti poiché è diventato una delle dodici colonne della Chiesa. Questo è ciò che accade quando si segue prontamente il Signore, è Lui stesso a dirlo: «Chiunque avrà lasciato case, o fratelli, o sorelle, o padre, o madre, o figli, o campi per il mio nome, riceverà cento volte tanto e avrà in eredità la vita eterna» (Mt 19,29). Tutta l'umanità ha bisogno del Medico Divino. Siamo tutti peccatori. Come dirà san Paolo «Tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio, ma sono giustificati gratuitamente per la sua grazia, in virtù della redenzione realizzata da Cristo Gesù.» (Rm 3,23-24). L’esperienza viva dell’amore di Dio, è sentiero reale, è dono che il Signore continua ad esprimere al suo popolo; chiediamoci dove abbiamo fatto esperienza dell’amore del Signore, così riusciremo anche noi a cogliere lo stupore e riuscire a pregare con le parole del salmo: «Rendete grazie al Signore perché è buono, perché il suo amore è per sempre». Questo è il linguaggio che dice la Divina Clemenza; non è teoria, ma realtà dell’amore del Padre che in Cristo Gesù si consegna come grazia e dono agli uomini in cammino. È situazione sulla quale nessuno avrebbe scommesso, neppure Levi, ma è situazione viva da sperimentare e vivere come luogo di incontro vero con Dio.
