II Domenica di Quaresima – Anno C
Dt 6,4a;11,18-28; Sal 18; Gal 6,1-10, Gv 4,5-42
«Ascolta Israele» è la grande consegna che il testo del Deuteronomio ci trasmette oggi per invitarci non solo all’ascolto di quanto ci dice il Signore, ma anche ad accogliere la Parola di Dio scrivendola nel proprio cuore così da farne dono anche ad altri per essere un'unica appartenenza. È appello a lasciare che la Parola del Signore illumini questo lungo percorso di vigilia alla Pasqua del Signore Gesù Cristo, e insieme, ci colloca davanti ad una apertura di libertà: «Vedete, io pongo oggi davanti a voi benedizione e maledizione». Sono quindi luce e scelta che danno senso al nostro cammino; siamo chiamati cioè a scegliere che strada intraprendere: se quella della benedizione che ci fa ospitare la Parola perché la si ama, la si cerca, la si invoca per viverla scrivendola nel proprio cuore, oppure operare la scelta di dare credito ad altre parole che non sono di Dio sapendo fin da ora che esse porteranno al nulla perché tutto inevitabilmente andrà a spegnersi. E questo insegnamento è riconoscibile anche nel testo di Paolo pur con termini diversi. Paolo sta davvero animando la fatica della sua comunità inevitabilmente attraversata da segni di stanchezza; la comunità cristiana della Galazia (oggi porzione di territorio della Turchia) vuole sì vivere lo stile, le prospettive, i linguaggi e gli intenti di chi ha incontrato il Vangelo, ma ha necessità di sentirsi spronata soprattutto a mettere in atto la correzione fraterna e l’aiutarsi a vicenda portando gli uni i pesi degli altri. Sono parole che fanno guadagnare lo stile, la sensibilità, lo sguardo della sequela, che non è atteggiamento di giudizio, ma incoraggiamento a riprendere un cammino che a volte si interrompe. Dice Paolo che la Parola del Vangelo chiede di essere ospitata affinché si possa creare realmente il collegamento tra la vita vissuta e ciò che si crede e si cerca. E anche se i cambiamenti sono faticosi e a volte non del tutto appariscenti, tuttavia lo stile, il clima, la sensibilità fanno intuire come la benevolenza accresca la capacità di condivisione fraterna che davvero diventa risorsa che aiuta. Ma il brano che si pone come spartiacque di una vita che può cambiare davvero, è il Vangelo. Il brano della Samaritana è una delle scene più straordinarie che Giovanni ci racconta; qui viene rivelato a tutti il mistero del dono di Dio. È una icona che parla ancora prima che parlino le parole perché si ha la percezione di essere già dentro come spettatore presente al fatto, ma spettatore atteso dal Signore. La scena è semplice; è giorno pieno e il caldo di mezzogiorno si fa sentire; Gesù che era in cammino verso la Galilea e doveva attraversare la Samaria (Gv 4,3-4), siede stanco ai margini di un pozzo. Lui non domina, non si impone, è in attesa ed è solo, il Vangelo infatti, ci dice che «I suoi discepoli erano andati in città a fare provvista di cibi». A quel pozzo e in quell’ora lenta del giorno, arriva una donna samaritana per attingere acqua e Gesù le dice «Dammi da bere». La richiesta di Gesù coglie di sorpresa la donna Samaritana perché la donna in quella società era tenuta alla periferia di ogni avvenimento ed era fuori luogo anche il solo rivolgerle liberamente la parola. Se poi aggiungiamo il fatto che, a causa dell'odio che esisteva tra ebrei e samaritani, gli ebrei non potevano neanche accettare un bicchiere d’acqua dai samaritani perché contraevano l’impurità legale che li escludeva dalla società religiosa e civile, per questo il fatto assume maggiore rilevanza. Nasce da questa contrapposizione la domanda: «Come mai tu, che sei giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana» della Samaritana. È qui che si sviluppa un dialogo finissimo carico di rispetto. Tra lei e Gesù. Lei si sente provocata e si protegge come può avvenire per tutti coloro che sentono su di sé occhi di giudizio, ma trova parole di nuovo significato: “la mia acqua è diversa”.
È un’acqua che può dissetare l’arsura di quello che lei ha dentro, è acqua capace finalmente di irrorare il suo deserto, la sua aridità, è dunque acqua che disseta per sempre. Quanto ne avremmo bisogno anche noi, perché il dolore è arsura, perché la vita senza valore di chi corre all’impazzata cercando solo il consenso su di sé è arsura, è aridità. “Io ho questa acqua” le dice Gesù che mai ha atteggiamento di giudizio; semmai pone la possibilità di riconoscere che la propria vita la si può impostare diversamente ed è palpabile lo stupore sempre crescente di questa donna che vede la possibilità di scompaginare quelle abitudini che le costano tanta fatica. A causa della sua vita divisa con diversi uomini che la donna di Sicar sceglie di andare al pozzo in un’ora in cui non è probabile incontrare altri. Lei ha un passato tormentato, forse trattata soltanto come strumento di piacere dagli uomini, si ritrova ad essere un relitto, una donna profondamente ferita nel suo intimo, ma è a lei che il Signore rivelerà il suo segreto. Gesù non entra rozzamente nella vita di lei, ma le esprime rispetto, delicatezza e discrezione sorprendenti; Gesù invita a cercare qualcosa di più grande della semplice acqua che ogni giorno riesce a portare via e che non basterà a spegnere la sete e lei si sente attesa e la sua fiducia crescere. Non avverte l’indice puntato su di sé, semmai il tono che lei avverte, è il tono di chi sprona a cercare la verità nella sua vita affinché il suo andare al pozzo tutti i giorni non sia un andare nel nascondimento portando su di sé il peso dell’umiliazione. Gesù invita a cercare qualcosa di più grande della semplice acqua che ogni giorno riesce a portare via e che non basterà a spegnere la sete e il dialogo è così inaspettato e sconcertante che quella donna, andata al pozzo per procurarsi l’acqua, non attinge nemmeno l’acqua lasciando tutto. Il vero pellegrinaggio è mettersi in ascolto della parola che ci libera: «Se tu conoscessi», e noi per conoscere, dobbiamo fare l’esperienza dell’incontro. Allora è bello vedere come lei si sia sentita talmente nuova che nello stupore e nella gioia, abbandona anche lo strumento che più le serviva per la sua vita quotidiana: la sua anfora. Davvero quando si arriva al termine di questo brano di Vangelo, anche noi insieme alla donna samaritana, diventiamo destinatari della rivelazione di Gesù: «Sono io, che parlo con te». Gesù ci dice “Io quest’acqua sono pronto a dartela”, ma tu sei pronto a lasciare un passato vuoto per cominciare a riempire la tua anfora con l’acqua viva che è il senso vero della vita? «Era circa mezzogiorno» dice il Vangelo e noi, al nostro pozzo ci arriviamo stanchi, carichi di fatiche e di fragilità, ma il Signore è lì che ci attende per restituirci possibilità di vita infinitamente più belle e tali, da indurci a lasciare l’unica cosa da noi ritenuta necessaria da mantenere: la nostra anfora. Il sentirsi aspettati affascina perché è una delle esperienze più belle della vita e lo scorrere del Vangelo ce la fa assaporare. È testo questo che invita a mettere in dialogo la Parola del Signore con la nostra vita; siamo invitati a pregarlo affinché si possano aprire spazi bellissimi nei quali anche noi sentiamo vera la parola di Gesù che ci dice “guarda che se fai un passo così, poi non sarà necessario che tu vada a Gerusalemme o sul monte, ma adorerai il Padre in spirito e verità”, come a dire che sarà la nostra vita ad essere una adorazione continua. Siamo attesi per essere messi nella libertà di andare aldilà delle nostre fragilità, per consentirci di fare verità con la nostra vita. Quel pozzo e quel villaggio rappresentano per noi oggi la nostra comunità nella quale siamo inseriti, ma il Signore non ha timore di mettersi lì ad aspettarci affinché anche noi possiamo fare verità nella nostra vita. Signore sei grande.
