III Domenica di Quaresima – Anno C
Dt 6,4a;18,9-22; Sal 105; Rm 3,21-26; Gv 8,31-59

parola«Tu sarai irreprensibile verso il Signore, tuo Dio», il testo antico del Deuteronomio è invito alla fedeltà definitiva a Dio, è esortazione che sollecita tutti a non permettere che il proprio cuore vada ad altro ma rimanga profondamente legato al Signore prendendo le giuste distanze da tutte le forme di idolatria e da ogni possibile vanità o mondanità. Siamo aiutati a comprendere come il senso vero di un esodo, non stia soltanto nell’entrare nella terra nuova da abitare frutto e dono della fedeltà di Dio, ma più in profondità, il radicarsi sempre più in Dio che guida il cammino del suo popolo. Mosè chiede proprio questo al suo popolo quando è davanti alla terra promessa, chiede di rimanere fedele al primato di Dio e quell’invito oggi risuona anche per noi. Anche noi infatti siamo nel cammino di esodo dalla nostra schiavitù; certo, cambiano e di molto le forme di idolatria con le quali oggi il cuore dell'uomo sceglie il primato di altro rispetto a Dio, ma la vera sostanza non cambia. Quanti idoli fasulli sembrano dare valore assoluto a scelte, a luoghi, a volti, che invece valore assoluto non l'hanno; altro è avere stima e attenzione per qualcosa o per qualcuno che ci regala del bello e del buono, altro è farlo diventare primato assoluto. Ci viene chiesto di appartenere al Signore, di scegliere e fare riferimento alla sua parola, la sola in grado di condurre il cammino della nostra vita. Essa infatti, non perde mai l’attualità, perché è parola radicalmente vera, seria, che ci porta alla verità di noi stessi così che il nostro cammino di fede, possa essere veramente autentico. Non è pensabile infatti un cammino di vigilia che introduca alla Pasqua di Gesù Cristo, se non riusciamo ad incontrarlo. È quanto viene sottolineato dal Vangelo di oggi, un testo che mostra tutta la sua drammaticità per la violenza dello scontro verbale tra i Giudei e Gesù stesso. È testo ampio come lo sono un po’ tutti i vangeli del cammino quaresimale, e, a differenza degli altri Vangeli quaresimali, non vi è narrazione di alcun miracolo anche se propriamente il capitolo ha inizio con la liberazione fisica e spirituale di una donna adultera, condannata a morte mediante lapidazione (cfr Gv 8,1-11). Siamo all’interno del Tempio di Gerusalemme ed è preziosa questa sottolineatura. Il Tempio è il luogo sacro, è il luogo delle offerte, è il luogo della preghiera, è il luogo che dice l’identità di un popolo costituitosi ne cammino dell’Esodo. Nel Tempio abita Dio, ma non è sicuro che i suoi frequentatori conoscano Dio, lo avvertiamo soprattutto dal dialogo serrato che intercorre tra i Giudei e Gesù. Ai Giudei che avevano creduto in Lui Gesù dice: «Se rimanete nella mia parola, siete davvero miei discepoli; conoscerete la verità e la verità vi farà liberi». Con questa affermazione Gesù descrive il ritratto dell'uomo libero chiamandolo discepolo. Ma cosa intende con questo? Nel Vangelo secondo Giovanni, Gesù usa il termine discepolo solo tre volte: in 8,31: il discepolo è colui che rimane nella parola di Gesù; in 13,35: è colui che ha amore per gli altri discepoli; in 15,8 è colui che porta molto frutto per Dio. Essere discepolo quindi è più di una semplice confessione di fede o di un'adesione intellettuale al contenuto del Vangelo, il discepolo è colui che segue i passi del Maestro nel cammino che conduce al Padre; così facendo aumenta la conoscenza della verità e della propria libertà. La liberazione dal peccato infatti, è cosa concreta che ha effetti immediati (Gv 8,11) e non una semplice promessa. Noi non siamo in grado di liberarci da soli dal peccato che ci tiene prigionieri, abbiamo bisogno del Liberatore che ci porti alla verità del perdono, verità che chiede la consapevolezza della nostra fragilità e della propensione a cadere.

Solo Gesù, il Dio fatto uomo (Io Sono), dando la sua vita sulla Croce, può liberarci! Questo è ciò che Gesù intende e non si ferma qui. Ci dona la sua Parola che chiede di disfarsi di tutte le maschere e precetti artificiali non dati da Dio, per essere così nella relazione con Lui in modo libero che porta a compiere un balzo nel cammino della vita. Il Vangelo però ci segnala che alla parola di Gesù, segue la risposta tagliente e definitiva dei Giudei “Siamo già liberi”; essa preclude ogni possibilità di incontro e di relazione. Sembra quasi che, di tutta l’antica esperienza di fede dei padri, abbiano solo la preoccupazione di garantire la verità della loro origine: Abramo. Una verità di discendenza che alimenta il modo infondato di vivere di chi si affida solo ad essa; una verità che crea illusioni di appartenenza e conferisce loro certezze che tuttavia sono vuote ed inconsistenti: «Il padre nostro è Abramo». In fondo, è viva la pretesa di dire che, proprio perché sono etnicamente discendenti di Abramo, la salvezza è per loro un diritto acquisito, gli appartiene. Questa è la menzogna che rende schiavi di sentirsi appoggiati su altri senza giocare la propria libertà di discernere e di ambire alla verità. Gesù continuamente adopera il termine ascoltare; la Parola nella quale il discepolo è chiamato a dimorare non è altro che accogliere nel proprio cuore ciò che Gesù dice ciascuno mediante la sua rivelazione «Io Sono». Questo fa scaturire il desiderio profondo e la sete per ogni sua parola che sappia riempire di senso e di valore la nostra vita facendoci mettere alla sequela di Colui che è la vera «via, verità e vita» (Gv 14,6). Allora, la frase di Gesù che fa da ingresso alla sua disputa con i Giudei, diventa davvero una grande apertura, è dono, è grazia. Al Tempio non si va per imporre una pretesa, si va per ascoltare la parola di grazia e per accogliere il dono del perdono. Il modo con cui si abita il Tempio, deve essere un modo umile e non dettato dalla sicurezza della appartenenza, un modo quasi silenzioso e sommerso dove ci mettiamo nelle mani del Signore e da Lui ci lasciamo plasmare (Lc 18, 9-14). Il linguaggio di Gesù è davvero acqua che scorre limpidissima e chi si dichiara destinatario della salvezza solo perché reclama l’eredità di Abramo, non può ristorarsi alla sua sorgente; non può riconoscere Gesù come il compimento dell’antica promessa. Le parole di Gesù scuotono i suoi interlocutori, fanno accendere un dibattito violento che produce il tentativo di lapidarlo con pietre dello stesso tempio. Qui si avvera quanto ascoltato domenica scorsa: «i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità», per questo si nasconde alla loro vista e sceglie di uscire dal Tempio come conclusione definitiva, tragica, ma forse anche aspettata. È un lasciare che mostrerà la verità di tutto il suo cammino che avrà come punto più alto della vera adorazione a Dio nella morte in croce su quel colle fuori le mura della città santa. Davvero quei Giudei che il testo dice «avevano creduto», non vogliono percepire il vento nuovo che abita le parole di Gesù. La Samaritana, che era ritenuta eretica lo ha fatto, i Giudei presenti alla discussione con Gesù, che dicono di essere eredi della fede di Abramo, no! È pericolo che esiste anche per noi se continuiamo a ridurre la religione a una sorta di assicurazione sulla vita, o più semplicemente, ad una sorta di benedizione dell'esistente che però non porta al vero incontro con il Figlio che ci fa tutti figli perché: «lo schiavo non resta per sempre nella casa, ma il figlio vi resta sempre».

Questo sito utilizza cookie, anche di terze parti, per migliorare la tua esperienza e offrire servizi in linea con le tue preferenze. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque suo elemento acconsenti all’uso dei cookie. Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie vai alla sezione CookiePolicy