IV Domenica di Quaresima – Anno C
Es 17,1-11; Sal 35; 1Ts 5,1-11; Gv 9,1- 38b

CredoSignoreCi eravamo lasciati domenica scorsa con l'annotazione finale del Vangelo che diceva: «Gesù si nascose e uscì dal tempio», oggi il Vangelo ci narra che il suo uscire dal tempio è per incontrare, nei crocicchi animati, persone che da sempre sulla strada vive e intreccia relazioni; la guarigione del cieco dalla nascita è appunto relazione che prende forma in uno scenario così. Il racconto in sé ha diversi momenti e siamo in grado di percepire come i protagonisti si trincerano dietro il loro punto di vista sulle cose, sulle relazioni e sulla pratica religiosa. Come per la donna di Samaria incontrata due domeniche fa, anche le persone che via via si incontrano nel dipanarsi di questo racconto, sono segnate da preconcetti di ogni genere; ma mentre la Samaritana ha saputo cambiare il suo pensiero e conseguentemente il suo atteggiamento verso Gesù, il Vangelo ci dice che solo il cieco dalla nascita avrà accesso alla luce, mentre tutti gli altri a partire dai farisei che si credono i detentori della luce, rimarranno prigionieri della loro cecità. È dunque testo che mette in evidenza il tema vero che sottostà all’incontro tra Gesù e il cieco nato: la fede. C'è vera luminosità nel cambiamento radicale della vita di quel malcapitato, e non solo a motivo della guarigione inattesa e commovente che lo riempie di gioia, ma a motivo della fede che via via permea sempre più la sua persona. Giovanni non insiste tanto sul miracolo (soltanto pochissime righe), insiste sulla bellezza di crescita nella fede che quell'uomo, cieco dalla nascita, acquista dall’incontro con il Signore Gesù che non conosceva, ma che lo porterà a dire con profondità di fede: «Credo, Signore!». «Passando, il Signore Gesù vide un uomo cieco dalla nascita», l’incontro non si dà automaticamente, occorre che il Signore ci cerchi e noi a nostra volta ci lasciamo trovare così che possa posare il suo sguardo anche sulla nostra pochezza. L’incontro con il cieco nato avviene proprio perché Gesù è in cammino, è uscito dal tempio e per questo può ospitare l’altro, può farsi carico della creatura che ha la propria dignità e il proprio valore. Non accetta che su di lui e sul suo stato si apra una tavola rotonda; anche se è nella cecità che dice separazione, quella persona vale, tant'è che il suo farsi carico è fatto primariamente di gesti e di un invito ad andare a lavarsi alla piscina di Siloe. Il cieco è persona che nella sua notte dovuta alla cecità dalla nascita, ha imparato fin troppo bene cosa fosse il disprezzo: «Sei nato tutto nei peccati». Lui probabilmente aveva anche pianto e invano, e anche se aveva potuto sperimentare la generosità di altre persone, tuttavia, era ritenuto di un altro mondo, quello delle tenebre. Quanto deve essere stato penoso per quell’uomo in quelle condizioni, recarsi alla piscina di Siloe, e tuttavia va, si fida anche perché probabilmente la sua speranza di guarire adesso si fa davvero molto forte. E dopo aver guardato la condizione di chi rimane imprigionato nella sua disabilità, il racconto sposta l'attenzione del lettore sulla condizione dei farisei secondo i quali tutto ciò che accade va giudicato avendo come misura il rispetto delle regole religiose. Infrangere le consuetudini, disobbedire ai precetti pseudo legali e mettere in discussione le prescrizioni stabilite dalla Legge, esclude chi non le rispetta perché infrangendole si offende Dio. A loro giudizio il cieco è un peccatore, la sua guarigione è sospetta perché chi lo ha guarito è sospetto ed è un peccatore pubblico perché volentieri trasgredisce la legge del sabato. Ma anche tra i farisei vi sono alcuni che non sembrano essere di questa opinione, rimangono sì turbati e indagano sui genitori. La pressione del potere religioso è forte, soprattutto in un contesto in cui il religioso e il sociale sono strettamente legati. Sfidare il potere religioso significa rischiare l'esclusione sociale.


I genitori hanno paura di tutto ciò, per questo abbandonano la discussione dicendo che il figlio è guarito ma non sanno come e occorre chiedere a lui che è abbastanza grande per rispondere da solo. Non vogliono che accogliendo la novità quel miracolo si rivolti contro di loro e questo è l'aspetto che ci conduce al confronto decisivo, quello tra i farisei e il cieco guarito. È un dialogo serrato e anche violento come sempre i farisei sanno fare. Agli occhi dei farisei, il cieco è un peccatore dalla nascita al quale vogliono far riconoscere che quell'uomo chiamato Gesù – che il cieco non ha ancora visto – è un peccatore. Non si smuovono dalle loro posizioni, gli fanno dire e ripetere quello che è successo, ma il cieco guarito ha l'audacia e l'umiltà di confrontarsi con le loro contraddizioni e la loro cecità. Il suo è un crescendo di affermazioni che disarmano la loro pretesa conoscenza ultima che fa riferimento a Mosè, alla Legge e alle sue prescrizioni. Si appellano alla loro profonda conoscenza della Legge che li fa reputare in grado di saper giudicare senza errori ciò che è bene e ciò che è sbagliato. La loro è pretesa da notaio religioso. Sulla bilancia che usano mettono le vite di due persone: colui che ha vissuto fin qui la sua vita nella disgrazia di un'infermità ritenuta da loro come legata ad un peccato che però non sanno specificare, e Gesù anch'esso peccatore perché non rispetta il sabato. Ma Gesù è l'Uomo che passando ha la capacità di guardare come Dio ha guardato l'uomo e la donna creati a sua immagine e somiglianza destinandoli alla luce gloriosa della comunione con Lui. Gesù è colui che compie le opere del Padre; considera l'uomo e la donna come i destinatari permanenti della predilezione del Padre; li ama nella loro dignità di creature qualunque sia la loro condizione sociale o le loro infermità fisiche o morali. Per questo il brano si conclude con l'incontro tra il cieco ormai guarito e il suo Benefattore. La guarigione del cieco nato non è dunque segno del perdono di un peccato che lo ha fatto nascere così, perché se così fosse, avrebbero ragione i farisei; la guarigione è piuttosto la rivelazione della bontà di Dio, la manifestazione del disegno di Dio che si compie negli eventi e nelle situazioni della nostra vita sempre limitata, fragile e sofferente. Di più; il cieco nato non ha nome e questo fa sì che ognuno si possa identificare in lui. Anche noi siamo invitati a recarci alla piscina di Siloe, «l'Inviato», perché anche noi – chi più, chi meno – ci troviamo avvolti nelle nostre tenebre umane o nelle nostre “notti spirituali”. Lì il Signore ci apre gli occhi; chiedendoci di camminare verso Siloe, Il Signore Gesù, ci invita ad immergerci nella sua grazia che è «sorgente di acqua che zampilla per la vita eterna». (Gv 4,14). La Quaresima è questo, è cammino verso la Pasqua; ci dà la forza di compiere quel tragitto verso la luce come ha fatto il cieco nato. Solo così possiamo dire anche noi: «E chi è, Signore, perché io creda in lui?», e sentirci dire: «Lo hai visto: è colui che parla con te». Sperimentare cioè che anche una vita disperata attraversata da una lunga notte, nel Signore Risorto, potrà tingersi di nuova luce nei colori dell’aurora vera!

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