V Domenica di Quaresima – Anno C
Dt 6,4a; 26,5-11; Salmo 104; Rm 1,18- 23a; Gv 11,1-53
Morte, vita. Due grandi parole, due grandi rompicapi per la nostra intelligenza e per il nostro cuore. Istintivamente rimandiamo sempre il nostro confronto con loro, ma l'episodio del Vangelo che la liturgia ci propone, viene prima delle nostre paure e dei nostri disagi. Ci permette di guardare per un momento e senza angoscia, alla vita e alla morte in un orizzonte di pace e di speranza. È Vangelo in cui si trovano pennellate su tutti coloro che entrano in scena: la folla, i discepoli, i commenti della gente; i capi dei sacerdoti e i farisei che riconoscono come Gesù stia avendo troppi consensi e per questo deve essere assolutamente fermato, e poi Marta, Maria e persino Lazzaro. È pagina dal forte intreccio di grandi doni, di grandi parole quali: «Io sono la risurrezione e la vita», insieme anche a tratti umanissimi: l’andare in quel villaggio dove c'è una casa amica per prendere a cuore lo smarrimento di Marta e di Maria che hanno perso il loro fratello Lazzaro. Tanti sono i punti che fanno di questa pagina un richiamo alla nostra vita; la condivisione commovente di Gesù, la sua solidarietà che dà forza e coraggio sostenendo nel momento dello smarrimento massimo come quello della scomparsa di una persona cara ed amata. Marta e Maria sono sorelle che a volte trovavano difficile armonizzare i loro caratteri, ma sono unite nello stesso amore per il loro fratello che giace ammalato. «Signore, ecco, colui che tu ami è malato» è un grande modello di preghiera! Sovente infatti, la vita ci mette di fronte al calvario di malattie incurabili che segnano il lento degrado di chi ci è caro, e spesso ci sentiamo travolti e limitati anche nel chiedere qualcosa a Dio; ecco, la frase usata da Marta e Maria, «colui che tu ami è malato», è preghiera che dice tutto e lo dice bene perché è indirizzata al cuore di Gesù. Ritiratosi per alcune settimane oltre il fiume Giordano, Gesù, a seguito di questa preghiera, torna a Gerusalemme nonostante il pericolo evidente: «Rabbì, poco fa i Giudei cercavano di lapidarti e tu ci vai di nuovo?». Tutto della sua persona rivela l'autenticità dei suoi sentimenti; quando Gesù arriva a Betania e «Lazzaro già da quattro giorni era nel sepolcro», per due volte Gesù si commuove interiormente. Lo fa vedendo il pianto di Maria e di coloro che l'accompagnavano, e lo fa quando ha sentito dire di sé: «Lui, che ha aperto gli occhi al cieco, non poteva anche far sì che costui non morisse?». Ma è soprattutto davanti al sepolcro dell'amico che Gesù piange, tanto che i Giudei arrivano a riconoscere: «Guarda come lo amava!». Questo è il passaggio che più ci introduce nel mistero di Gesù pienamente uomo e pienamente Dio. Gesù prova forte ribellione di fronte al male che strappa una vita e piange sulla tomba di Lazzaro, ma è anche Colui che ha detto a Marta «Io sono la risurrezione e la vita». Egli è Dio e uomo, vulnerabile e potente. Noi conosciamo Dio nel grande segno della risurrezione di Lazzaro, ma prima di questo suo ultimo lo conosciamo per la traccia che lasciano le sue lacrime: senza le lacrime di Gesù, Lazzaro non potrebbe tornare in vita. Le lacrime di Gesù esprimono il forte senso di frustrazione e di ribellione che ogni persona sperimenta e vive quando si approccia al dolore che la morte provoca, ma esprimono anche il ringraziamento per la preziosità del dono ricevuto nella persona dell'amico Lazzaro. Dunque, ringraziamento e insieme lacerazione profonda di un distacco. Gesù nella sua vita terrena ha conosciuto come tutti noi, il dramma della morte e della separazione, ma quelle lacrime sono lì per invitare tutti a guardare oltre la morte del corpo. Le parole «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi questo?», si dimostrano parole vere, dicono come il Dio della vita che si è incarnato a fianco degli uomini, restituirà il suo amico alla vita.
In quella frase, Gesù riassume il credo nella vita eterna dovuta alla risurrezione della carne e questo credo è portatore di pace e di speranza per tutti: la morte infatti, è un sonno dal quale ci risveglierà (Gv 11,11). La vita nuova è Gesù, è vita già offerta, già donata a coloro che ripongono in Lui la loro fede e questa vita passerà attraverso la morte in croce, affinché Lui, il Figlio di Dio che ci fa vivere prima, ci farà vivere anche dopo (cfr 1 Cor 15,20-24). «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!» è la frase usata da Marta e Maria quando incontrano Gesù. Sono parole di attesa come altre che si trovano nella Bibbia e particolarmente in alcuni Salmi; sembrano rivestirsi di un rimprovero per un silenzio o una ipotetica assenza di Dio che provoca la domanda: "Dov'è il loro Dio?” (Sal 114,2), ma invece, sono parole di preghiera. Se la libertà di Marta e Maria spinge a raccontare all'Amico il loro smarrimento e la loro angoscia, la stessa libertà permetterà loro di accettare parole vere che vanno oltre ogni speranza umana e oltre ogni sofferenza. Betania è questo, Betania è luogo di parole vere come sono veri i gesti di chi si fa vicino e prossimo: «Lazzaro, vieni fuori!». In fondo, il chiamar fuori era già espressione dell’Esodo: è al popolo dell'Alleanza che Dio dice “vieni fuori” liberandolo dalla schiavitù d'Egitto. E questa parola continua a risuonare nella storia, ad intrecciarsi con il cammino di uomini e di donne, famiglie di popoli, di lontani e di vicini. “Vieni fuori”, come un dire: non sei fatto per rimanere lì, schiavo della morte che il peccato porta con sé, sei fatto per convergere verso Colui che è vita. Sei fatto per questo, “Vieni fuori” c’è un Esodo da completare con la Pasqua che il Maestro farà. Davvero non c’è tomba che possa trattenere un eccesso d’amore così grandioso e commovente. Anche noi siamo investiti ed interessati in tutto ciò ed è bello vedere come le posizioni dei presenti descritte nel Vangelo, siano un po’ anche le nostre. C’è chi prende posizione in modo superficiale, chi in modo vero, chi si commuove e chi ancora non capisce, chi invece ha già deciso di rimanere nel buio delle tenebre. Ognuno di questi attori, ha un tratto suo, un modo suo, un linguaggio suo, e questo credo sia una maniera davvero bella per gustare molto da vicino questa pagina e sentirla sempre più ritagliata anche su noi. Lo scrittore e teologo anglicano Clive Staples Lewis autore del ciclo di romanzi "Le cronache di Narnia", ha scritto un romanzo dal titolo: "A viso scoperto” che andrebbe meglio ri-titolato, come fa Edoardo Rialti “finché non abbiamo un volto”; l’autore dice che non possiamo entrare nella relazione con Dio e con gli altri senza avere la libertà di scoprire il volto. Lui scrive che abbiamo perso in una certa misura il senso della nostra identità, di chi siamo, di chi siamo chiamati ad essere. Il nostro volto è come coperto da un sudario come se fosse in una forma di morte e questo sudario fa da maschera per proteggerci dagli altri facendoci apparire per quello che non siamo. Forse questa è la maschera delle nostre ambizioni o forse abbiamo iniziato il nostro cammino pieni di ideali e generosità, ma poi li abbiamo smarriti e quindi i nostri piedi e le nostre mani sono come legati da fasce che vogliono nascondere. Allora avvertiamo anche noi il bisogno di ascoltare la voce di Gesù che ci dice: “Vieni fuori”. Solo così troviamo il coraggio di vivere in pienezza la vita che ci viene offerta, e scoprire la gioia di sentire dire dal Signore anche di noi: «Liberatelo e lasciatelo andare». Questo è il regalo che ci viene per questa quinta tappa del nostro camminare verso la Pasqua del Signore. Parola umanissima e sincera; parola che si intreccia con il dolore, con lo sgomento e la ribellione, ma ha insieme una incontenibile gioia; vede pianto e sorriso, vede gratitudine e oscurità del cuore, ma sappiamo con certezza che la morte, che sembra davvero azzerare ogni altro sentimento, non avrà l’ultima parola.
