Domenica delle Palme – Anno C
Is 52, 13-53,12; Sal 87; Eb 12,1b-3; Gv 11,55-12,11

PalmePerché i re dovrebbero rimanere senza parole secondo la profezia di Isaia? Da dove viene questo stupore? Viene dalla scoperta dell'innocenza e dell'esaltazione del Servo sofferente. Improvvisamente, davanti a questa persona così orribilmente sfigurata nei suoi lineamenti, gli uomini si rendono conto del loro crimine. C’è come un’esplosione di verità che fa seguito alle parole: «trafitto per le nostre colpe, schiacciato per le nostre iniquità». Il Vangelo secondo Luca ci presenterà il centurione, che dopo aver assistito alla morte di Gesù Cristo, dice: «Veramente quest'uomo era giusto» e le stesse «folle che erano accorse a questo spettacolo, ripensando a quanto era accaduto, se ne tornavano percuotendosi il petto» (Lc 23,47-48). È lo spettacolo della Croce e Giovanni rifacendosi alla profezia di Zaccaria (12,10) ci dice: «Volgeranno lo sguardo a Colui che hanno trafitto», (Gv 19,37). La Parola di Dio viene a prenderci sempre là dove siamo per condurci ad altri orizzonti. Allora è bello scoprire come, secondo la profezia del Servo sofferente, l'odio, il risentimento saranno superati, ma non solo questo, i persecutori infatti non vengono distrutti ma convertiti da ciò che vedono. Inoltre, una volta sollevato ed esposto sulla croce dalla furia omicida di questi persecutori, Cristo attira tutti a sé (cfr Gv 12,20) diventando la soglia della salvezza, la soglia della giustificazione. Non è sufficiente quindi girarci dall’altra parte e allontanarci da Lui battendoci il petto, ma dobbiamo sostare e alzare lo sguardo verso Colui che non ha né apparenza né bellezza. È Lui il segno della salvezza e questo ritorno a Cristo è già risurrezione, perché si riconosce in Lui la sovrabbondanza di vita e di amore che le tenebre non possono più nascondere. Anche solo con l’esperienza spirituale più modesta saremo in grado di cogliere come Lui, e solo Lui, sappia indicare orizzonti di pensiero e di azione liberi da dogmatismi, pesantezze, fondamentalismi, superficialità e mondanità. Per questo che l’elemento centrale di ogni comunione con il Signore Gesù Cristo è l’obbedienza della Croce, la sola, severa e austera via del vero Amore, lì la Vita che è Amore totale conduce alla vita. La carità, anche la più minima e alla portata di tutti, permette ogni giorno di riuscire a non emettere giudizi o condanne sulle fragilità che la condizione umana vive. Siamo invitati a guardare Lui, la sua persona, a ripensare i suoi gesti, riascoltare le sue parole. È atteggiamento questo che non appesantisce il passo, non addormenta il cuore perché lo sguardo è fisso su di Lui, su Gesù (Eb 12,2). È solo guardando a Lui che ritroviamo le convinzioni, le possibilità, le risorse per ripresentarci alla sua sequela. Guardiamo sì le nostre debolezze, le nostre povertà, le nostre nudità, ma lo facciamo avendo presente che è sempre possibile il nostro riscatto. Allora può sembrare paradossale che all’inizio della Settimana Santa, la settimana per eccellenza che ci porta al cuore dell’esperienza di salvezza e al senso del nostro vivere, al centro del Vangelo ci sia un profumo. È un Vangelo che però ha una sua cornice che evidenzia diversi atteggiamenti; quello dei Giudei che arrivati a Gerusalemme per la Pasqua, sono come persone assalite dalla bramosia di vedere quel Gesù che compie cose straordinarie. Lo aspettano nel luogo più istituzionale quale è il Tempio, e dicono tra loro: «Che ve ne pare? Non verrà alla festa?». Aspettavano poi Gesù, con desiderio grande e insieme dissimulato, anche i sacerdoti e gli scribi; non per vederlo, né per ascoltarlo, ma per farlo tacere. E c’è anche Marta sorella di Maria e Lazzaro che aspetta ed è preoccupata di fare e fare tante cose. Lei procede indaffarata per far trovare tutto pronto per la cena che vede la presenza di un Ospite illustro. Anche Giuda che è uno dei discepoli di Gesù, ha da dire sul gesto che Maria compirà e riguardo al nardo dice: “Si poteva vendere per darlo ai poveri”.

Sono tutte esperienze o modi di essere che anche noi portiamo dentro dimenticandoci che quello che dà senso alla nostra vita è Gesù, il quale giudica come esperienza autentica della vita, il gesto di Maria. Maria è l’espressione del cuore; è vero, il cuore è un po’ il folle di casa per certi aspetti, ciò che ci rende così vulnerabili tanto che può chiederti di perdere la vita, ma dall’altra apre orizzonti inesplorati che dicono relazione, dicono dono, per questo Maria è al centro del Vangelo. Lei compie gesti tenerissimi di attenzione alla persona di Gesù. Anche lei aspettava Gesù, ma per cosparge i suoi piedi con un unguento costosissimo e così profumato che il Vangelo ci dice: «tutta la casa si riempì dell’aroma di quel profumo». Senza profumo tutto diventa arido. Allora è importante scoprire cosa sta vivendo Maria: Maria vive la propria vita come innamorata. O la vita è un innamoramento, oppure si tende semplicemente a sopravvivere che non è mai vivere. Chi sopravvive cerca semplicemente di portare a casa quello che gli serve per la giornata, non ha grandi attese, sarà persona che si perde in chiacchiere e che giudica; non si accorge che facendo così svuota dall’interno la propria esistenza. Il profumo che aleggia in tutta la casa e che nasce dallo spreco del costosissimo nardo racconta paradossalmente l’esperienza dell’innamorato di chi vive la propria vita nella dimensione della gratuità. Maria è colei che gratuitamente si pone nei confronti di Gesù non badando a spese o a calcoli, e i suoi gesti favoriscono relazione profonda che genera pace nel cuore e fa ripartire per servire poi anche i fratelli. Quello spreco racconta come il fare chiarezza di sé, porti profumo (2 Cor 2,15). Maria cosparge i piedi di Gesù con puro, vero, autentico nardo e questo ci dice che se non siamo autentici, veri, il nostro dono non sarà autentico, la nostra stessa vocazione non è reale, non è vera. Chi ama davvero non misura, è disposto a fare pazzie! La vocazione, qualunque essa sia, è come innamorarsi: si sogna, si ama, si crede al bello, si vuole diventare felici. Maria ci mostra che per seguire Gesù non bisogna avere misura nell’amore perché il profumo è ciò che scaccia il cattivo odore. È davvero interessante notare come il Vangelo di domenica scorsa già anticipava il gesto dell’unzione di Maria, e riportava le parole di Marta che per un verso oggi si mostrano come profetiche: «Signore, manda già cattivo odore: è lì da quattro giorni». È evidente come l’esperienza della morte sia legata al cattivo odore; il profumo invece lega la nostra esperienza di vita alla gratuità d’amore di Gesù. Egli seminerà l'inaspettato che è fatto di parole e gesti nella nostra storia personale e questi sono profumi di misericordia. Poco dopo l'unzione di Betania infatti, Gesù stesso laverà i piedi dei suoi discepoli in un analogo atto di amore e di umiltà. Il mistero della nostra salvezza è accettare il suo amore assoluto e incondizionato e permettergli di avvolgerci interamente. Il mistero della dannazione è dato dalla possibilità, che nel profondo del cuore umano esiste sempre, di rifiutare totalmente l'abbraccio dell'amore divino fino a dire quel "No" finale che abbiamo conosciuto da Giuda. È l’esperienza della vita e la libertà obbliga alla scelta; se lasciamo spazio all’incontro con Gesù assaporando prima di tutto la tenerezza di questa relazione, sarà poi possibile recuperare tutto il resto. I poveri, che comunque avremo sempre con noi, si serviranno bene solo perché il gesto diventa gesto di persona che vuole avvicinare, vuole incontrare, e questo cambia la vita al povero, ma cambia la vita anche a noi, perché genera dentro di noi quel profumo che continua ad espandersi.

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