II Domenica di Pasqua – Anno C
At 4, 8-24; Sal 117; Col.2,8-15; Gv 20,19-31

PaceAVoiDal vedere al credere; è la traversata che la parola del Signore chiede di operare in questa seconda domenica di Pasqua in cui il Vangelo emerge con tutto il suo splendore. «La sera di quel giorno, il primo della settimana» può sembrare soltanto annotazione cronologica, ma non lo è. «La sera di quel giorno» è il giorno della Risurrezione, il primo dopo il sabato e da subito, "quel giorno" è entrato nel cuore della prima comunità cristiana come fatto totalmente inaudito. Anche per noi, "quel giorno" è entrato nel nostro cuore perché dal Signore veniamo convocati tutti insieme per incontrarlo e fare esperienza di fraternità. Ma cosa succede nel Cenacolo quella sera? Succede che gli Undici, abitati da dubbi e pieni di domande, si lasciano incontrare dal Risorto e ricevono dal Signore un abbraccio tale che sarà il tornante della loro vita. Ecco la grazia che ci viene consegnata da questa pagina: se la sua Parola entra nella tua vita, nella vita di tutti i giorni anche nel tuo dubbio, nelle tue domande, se permetti a questa Parola di entrare nella tua storia, la tua storia cambia e diventi apostolo. È in questo contesto che si inserisce Tommaso. La figura di Tommaso mette a nudo qualcosa che in realtà è patrimonio comune con gli altri Discepoli e noi: la fatica a credere. La notizia della Risurrezione portata dalle donne è accolta dai discepoli con il dubbio e la fatica di credere: «Non avevano infatti ancora compreso la Scrittura, che egli cioè doveva risuscitare dai morti» (Gv 20,9); solo dopo che Gesù si è mostrato loro con i segni della Passione, per loro non sarà più così. Ma Tommaso era assente alla prima apparizione del Risorto e continua sul percorso fatto di domande e dubbi: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo». Tuttavia, penso che la sua affermazione copra un altro atteggiamento interiore che è un po' la posizione in cui ci ritroviamo tutti: il motivo fondamentale del nostro vivere è l'amato. Le nostre sofferenze, le nostre gioie non riusciamo a viverle senza il riferimento a Lui perché l’energia, la nostra forza, la nostra mente, il nostro vivere sono là. Questo è il cuore della vicenda di amore: tutta la storia vissuta insieme, con i suoi alti e bassi, genera un mondo ricco e complesso che riguarda quelle persone, ma questo è anche il cuore di tutta la Bibbia. La Pasqua in tutta la sua complessità di azioni entra così nella vita di tutti, ma paradossalmente in Tommaso, discepolo che poco prima aveva detto «Andiamo anche noi a morire con lui» (Gv 11,16), la Pasqua genera dubbio, e Tommaso diventa un po' l’immagine di tutti noi. Per credere, per riconoscere il Signore, è necessario che Gesù operi quanto fatto precedentemente con gli altri Apostoli: mostrare loro le mani e il costato, riportare gli Apostoli e in loro anche noi, a quella storia d’amore, a quel sacrificio versato sulla croce. Tommaso, con quella frase detta ai suoi amici, è come se dicesse protestando, “se io non ritrovo quelle piaghe di Colui che mi ha amato così, non me ne faccio niente, io rivoglio Lui, rivoglio la Persona che mi ha fatto vivere e sperimentare quello che nessun altro mi ha fatto provare". Sì, sicuramente si proverà emozione e il brivido di vedere qualcosa di straordinario, ma poi? Allora nel cammino che dal vedere porta al credere, Tommaso ci insegna che è l’amore che guida, è l’amore che muove, è l’amore che ti porta a riconoscere e a credere e questa non sarà fede euforica o scontata, ma fede sofferta. Tommaso è così, lui è ritenuto un po’ l'icona di chi dubita, ma è di fatto, è colui che ci mostra come ci sia sempre la possibilità che il cuore si apra e non rimanga paralizzato.

Io vorrei augurare che Tommaso diventi l'amico di tutti, l'amico vero di casa perché ritengo che sia difficile anche per noi abitare costantemente il dono della Pasqua senza mai essere sfiorati dal dubbio. Quando subiamo distacchi da persone che amiamo, o viviamo momenti drammatici della vita, è difficile non essere sfiorati dal dubbio. La perplessità, la fatica del credere convive con il cammino della fede, ma è importante che il cammino lo si faccia. Qui Giovanni però non usa il termine fede, ma usa la parola credere; credere infatti dice di un cammino, di un passo che si compie perché si ci vuole mettere in ricerca, si va a vedere, si vuole toccare con mano, ma credere dice anche l'implorazione per farsi aiutare. Per questo ci viene consegnata l'altissima professione di fede che Tommaso fa verso il Risorto: «Mio Signore e mio Dio!». Il Signore ospita il dubbio di Tommaso e lo accompagna come Maestro, Colui che vuole insegnare a custodire la preziosità dei suoi doni, e accompagna tutti coloro che si mettono in ricerca. Gesù infatti invita Tommaso a mettere la sua mano e toccare i segni della Passione, e lo fa senza che ci sia risentimento per il dubbio, ma chiamandolo alla conversione. Lì si scioglierà la titubanza di Tommaso e lì sarà riportato lungo la strada della fede. Anche nei nostri confronti il Signore chiede di avvicinarci il più possibile per vedere i segni dei chiodi, così che anche il nostro cuore possa aprirsi alla novità della fede. Davvero come dice Dante Gesù è «l'amor che move il sole e l'altre stelle». E tutto questo Gesù lo compie entrando in quella stanza che ha le porte chiuse e il cui clima è di paura reale dei Giudei. E il saluto del Signore è un saluto nuovo: «Pace a voi!». È la pace del cuore, la pace che riconcilia, la pace che ridà fiducia. Nel Cenacolo c’è gente quasi asserragliata e quella parola ha il sapore della gioia, della gratitudine. «Pace a voi!», Gesù la dice anche a noi sempre pieni di inquietudini nel cuore, preoccupazioni, fatiche, sofferenze; lo dice come un invito a ritrovare serenità, perché se la turbolenza, la fatica, la sofferenza, il contrasto della storia non sono piccoli, quella pace che ci dà il Risorto le vince tutte. E il segno che fa vivere quella condizione, è la purificazione del cuore: «A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati». Questo è ciò che conferisce la condizione interiore di pace. È testo davvero bello che si arricchisce ulteriormente con la frase che è per coloro che verranno dopo: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!». Siamo presenti anche noi in quel Cenacolo, noi che non abbiamo visto, ma che ci mettiamo in cammino per credere sapendo che la parola del Signore: «beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!», allontana definitivamente il dubbio. Solo riscoprendo l’amore del mistero della morte di Cristo, la nostra fede potrà essere forte e vera. Gesù è ritornato per Tommaso, è ritornato per colui che è fragile per dirgli che lui è importante. Allora una fragilità che si sente amata così, sarà capace di produrre le cose più belle. Dobbiamo trattenere la Parola che abbiamo ascoltato per far diventare realtà ciò che Gesù aveva dato come augurio: «Pace a voi». È apertura di sguardo sulla realtà, sulla bontà e sulla profondità dell’amore di Dio che continua ad essere la nostra risorsa più importante.

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