IV Domenica di Pasqua – Anno C
At 21,8b-14; Sal 15; Fil 1,8-14; Gv 15,9-17
È pagina delicata quella del Vangelo odierno; pagina che esprime intimità prima dell’efferatezza della croce, è pagina che chiede di essere colta con la sensibilità propria di chi sa attingere a ciò che è delizioso. Ci sono espressioni di straordinaria bellezza ed intensità: «Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi. Rimanete nel mio amore». Tre volte nel giro di pochissime righe, è richiamato il verbo rimanere; è detto principalmente agli Apostoli che con Lui stanno cenando, è detto in filigrana anche a noi. Questo invito, che né immagini né simboli possono descrivere la comunione, chiede di fare di Dio la nostra dimora, lasciandoci amare da Lui, accogliendo con fede e con gioia il suo amore, che è vita e felicità indistruttibile. Gesù lo fa sapendo il costo di quell'amore che non un amore qualsiasi che potrebbe avere le facce infinite delle nostre fragilità e dei nostri interessi, no! È amore che ci viene donato ancor prima che noi potessimo cercarlo. Esso supera tutte le nostre aspettative, è più grande del nostro cuore, lo avvolge senza mai forzare il nostro consenso. A noi quindi, il compito di accoglierlo affinché guidi la nostra libertà all'amare portandoci a relazioni di comunione. Il comandamento nuovo che Gesù dà: «che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi», è significativo e anticipa ciò che avverrà soltanto poche ore dopo quella cena. Ma l'espressione nuovo non è tanto da intendersi come opposto al vecchio, il termine nuovo che Gesù usa assume un carattere diverso più dinamico: quello “dell’oggi”, di ciò che è il presente. "Amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi", è il testamento di Gesù, è la consegna a tutti di come Lui è vissuto, del perché è vissuto così e del perché ha affidato la vita al Padre, quali siano state le passioni più vere e profonde della sua presenza tra noi. È comandamento datoci da Colui che il suo oggi lo sta vivendo fino in fondo, perché far dono della vita vuol dire realizzare in pienezza quell'amore. Dio in Cristo si rivela così e ci vuole partecipi della sua vita e Gesù si rivela come Colui che porta l’umanità intera all’amicizia con Dio. Se ci pensiamo bene ogni relazione tende alla capacità di condividere qualcosa di vivo, qualcosa che si fa dono; è perché siamo infinitamente amati da Dio Padre in Gesù Cristo che possiamo amare a nostra volta; è perché Gesù abita nell'amore del Padre che con la sua risurrezione, siamo associati a questa felicità! Solo Gesù poteva dirci questo, Lui l'ha vissuto per primo nella sua persona, ha amato così fino a diventare la sua unica e definitiva passione che oggi ci consegna come testamento. Non solo, c'è anche un mutamento di rapporto e di relazione: «Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamato amici» L’amico è colui che è ammesso nell’intimità dei propri pensieri, dei propri sogni, dei propri progetti; l'amico è colui per il quale si dà la vita! Il Signore vuole stabilire con ciascuno di noi, non una relazione da salariati che obbediscono e basta, ma una relazione da amici che intervengono con gli affetti, con la passione, con il cuore, con tutto se stessi. E questo chiamare all’amicizia è aperto a tutti e a qualunque situazione; alla situazione in cui c'è un cuore ospitale e una vita che si apre, ma anche a situazioni di vita piene di limiti o segnate dalle miserie e dalle tante fatiche; anche lì esistono le condizioni sufficienti perché si verifichi l’affermazione «io ho scelto voi», e Paolo, che leggiamo in queste domeniche, ne è testimone vero. Qui davvero, comprendiamo come la chiamata nella vita di ognuno, produca poi vocazioni anche le più diverse come quelle che sono presenti anche nella nostra comunità.
Vocazioni ad essere veri laici testimoni nelle diverse situazioni di vita, quelle di sposi, di papà e mamme, ma anche vocazioni religiose o sacerdotali e anche diaconali. Sono davvero diverse e molteplici le vocazioni, ma la radice è questa ed è unica, e se cessasse di essere questa, ci esporremmo al rischio della insignificanza, dello smarrimento, e purtroppo, anche del possibile rischio di tradimento. Ecco, oggi è davvero forte questa consegna e ci fa bene coglierla così facendo memoria di quel contesto che vede vivere la freschezza di una intimità vera, e che tuttavia, si spalanca sulla croce di Gesù. È un momento del lungo congedo di Gesù al mondo, ma è congedo accompagnato dall’invito a “rimanere”. Sempre la circostanza del commiato ha lo spessore di una chiusura, qui abbiamo però un’apertura alla relazione e alla comunione con Lui. «Vi ho detto questo perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia perfetta». Dimorare nell'amore di Gesù Cristo è ricevere la sua gioia, frutto dello Spirito Santo che è l'intima unione tra Gesù e il Padre suo. Una beatitudine spirituale che sarà scolpita nel legno della sua croce e che fa pronunciare a Paolo: «Sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me» (Gal 2,20). Questa gioia non è né mediocre e né tantomeno temporanea: è perfetta e vuole essere immutabile così che il nostro cuore cerca possa trovare, attraverso i suoi innumerevoli desideri, questa gioia perfetta. Il rischio è di volerla possedere solo per sé. Quando Pietro, nell’episodio della Trasfigurazione di Gesù sul monte Tabor propone di erigere tre tende per Gesù, Mosè ed Elia, vorrebbe congelare e possedere solo per sé questa gioia indescrivibile di una tale visione del suo Maestro nella gloria; ma è la voce del Padre che lo riporta alla realtà: «Questi è mio Figlio, colui che io ho scelto: ascoltatelo» (Lc 9,35b), come a dire che la gioia è piena per tutti se si ascolta veramente e pienamente la Parola di Gesù. Allora ci entri davvero nel cuore la sua parola, e l’augurio per tutti è che diventi progressivamente parola indimenticabile, parola attorno alla quale vorremmo ogni volta costruire le condizioni belle di comunione e di condivisione. L'amore fondato in Cristo supera le divergenze, annulla le distanze, elimina l'egoismo, le rivalità, le discordie, ce lo ha ricordato Paolo. Tutti sanno che Paolo è prigioniero per Cristo e tutti si chiedono chi sia Colui che ha il potere di rendere i suoi discepoli tanto lieti. Così anche noi che ci diciamo cristiani, ci dobbiamo sentire incoraggiati a rinnovare la loro nostra testimonianza. Il dono della Pasqua che è lo Spirito del Risorto, man mano che diventa parola condivisa e annunciata non ha barriere, non ha steccati, non ha confini perché la novità del Vangelo, la buona notizia, ridisegna le relazioni ed i cuori.
