V Domenica di Pasqua – Anno C
At 4,32-37; Sal 132; 1Cor 12,31-13,8a; Gv 13,31b-35
Siamo nel cuore del tempo pasquale, ma la liturgia ci riporta a quella sera così particolare e così intima. Quella sera Gesù compie un gesto che magari rischia di passare sotto silenzio: prende un pezzo di pane lo intinge nella salsa pasquale e lo porge a Giuda. Era il gesto più riguardevole che il capofamiglia, nella cena pasquale, faceva nei confronti della persona più amata e l’evangelista Giovanni dice che dopo aver preso il boccone dell’amicizia, Giuda uscì da quel Cenacolo ed era notte. È in quel contesto che Gesù regala il comandamento nuovo: «Come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri». Nel Cenacolo abitato dall’intimità e dal caos, nel Cenacolo abitato dal servizio (cfr Gv 13,1-15) e dal tradimento, in quel Cenacolo abitato da amicizia e da gelosia, Gesù dice «Vi do un comandamento nuovo». Già domenica scorsa abbiamo incontrato l’invito fatto da Gesù ai suoi discepoli ad amarsi come Lui li ha amati e dicevamo che il termine nuovo assume un carattere diverso e più dinamico: quello “dell’oggi”; è nel presente di ognuno, infatti, che è chiesto l’avverarsi di quell’invito. Ma oggi possiamo aggiungere qualcosa in più; solo quando Giuda è uscito per mettere in opera il tradimento, Gesù può dire di averci amato! È lì che prende inizio la sua Passione, la sua Pasqua. L’amore di Dio non è pura emozione o sentimento di un momento; l’amore di Dio è azione continuativa e ha la fedeltà che porta al Calvario. È agape, termine greco che non ha corrispondenza in italiano e Gesù è il supremo testimone perché solo Dio ha la chiave di questo. Non vi è per Lui ricompensa terrena, ma per noi tutto si fa davvero grazia e dono senza limiti. La fede comincia lì, comincia con quel ricevere. Non siamo noi ad amare Dio, è Dio che ama noi, scriverà Giovani nella sua prima lettera (cfr. 1Gv 4,10), ed è verità che ci viene mostrata dal cuore squarciato di Gesù, un cuore che ha inscritto nel suo profondo questo comandamento come unica disposizione.
Non è qualcosa di esterno e di imposto quanto azione congenita che lo Spirito Santo - Spirito di amore e di unione tra il Padre e Gesù stesso - alimenta come ragione di vita affinché l’umanità sia redenta. Tutto viene da lì e tutto per noi diventa grazia. L’invito ad amare fatto da Gesù in quel momento che Lui chiama di glorificazione e che sembra avere l’aspetto di una sconfitta per l’umiliazione di un tradimento, è invito che mai si sarebbe potuto aspettare e tuttavia irrompe e avvolge per la sua bellezza. Non è chiesto di rispettarsi e basta, di non far del male a nessuno come tanti di noi ancora oggi usano per quietare la propria coscienza; Gesù ci dice: se volete essere miei discepoli, questo è ciò che dovete fare: “Amatevi come io vi ho amato”. È su questo che si gioca la verità della nostra fede. È consegna che dalla Croce prenderà corpo rivestendo di identità nuova la comunità dei discepoli: lì quel «Come io ho amato voi», prende un sentire nuovo. Il confronto che chiede il termine "come" utilizzato da Gesù, diventa incandescente, diventa fuoco che arde perché è dagli avvenimenti del Calvario che i discepoli capiscono come Lui ama “sino alla fine”. La Sua è Pasqua che convoca, raduna; è dono che ricompone le nostre fratture, le nostre distanze, le nostre dispersioni e Paolo si fa interprete di quella consegna che chiede di diventare lo stile nuovo della comunità che vive della Pasqua del Signore. È testo famoso che di solito viene letto ai matrimoni, ma Paolo non stava scrivendo a una coppia, scriveva alla comunità cristiana di Corinto che faticava a rimanere unita. L'inno alla carità di Paolo, è più di una descrizione di virtù, è forza; è la forza vivificante dello Spirito Santo che ci conduce nel futuro mentre siamo chiamati sin d'ora, appunto in quell’”oggi” che dicevamo, a costruire la comunità in cui abbiamo responsabilità gli uni degli altri.
Ecco perché l'amore non può accontentarsi dell'apparenza, dell'artificio o della superficialità dei sentimenti; la carità non tollera il risentimento, la gelosia, l'orgoglio o l'ingiustizia, né tanto meno l’odio. Paolo si sente sicuro nell’affermare - anche con frasi sconcertanti - e senza esitazione che: «se anche possedessi tanta fede…se avessi la profezia…se parlassi tutte le lingue e conoscessi tutti i misteri, ma non avessi la carità, non sarei nulla». L'importanza dell'amore (carità per Paolo), è detto in pochissime parole: l'amore è vero, è giusto, è paziente, sopporta tutto e confida in tutto. Ecco! Tutto è condensato così: l'amore fa andare fino alla fine di se stessi, fino alla fine del dono di sé. E questo accade anche se è davvero difficile a praticarsi, soprattutto quando ci affidiamo solo alle nostre forze dimenticando di chiedere aiuto al Padre che è vera fonte di ogni amore. Allora se riconosciamo che questa è la nostra risorsa più vera, perché non lasciarci davvero misurare dalla carità? Perché nelle nostre relazioni, nei nostri rapporti, in ciò che facciamo o del come condividiamo con altri la fatica del cammino della vita o della fede, non ci lasciamo guidare dalla frase di Paolo: «[Se] non avessi la carità sarei come bronzo che rimbomba o come cimbalo che strepita». Per questo Paolo ricorda ai Corinzi, e oggi anche a noi, che i carismi e i doni ricevuti, non sono nulla senza che la carità ce li faccia giocare a vantaggio dei nostri fratelli. Qui è davvero utile e bello rileggere il testo di Paolo avendo come sottofondo l’intera vita di Gesù: chi meglio di Lui ha sopportato tutto, ha sperato in tutto fidandosi totalmente della volontà del Padre? Per questo il suo amore è presente nel cuore di tutti coloro che preferiscono la «via più sublime» a tutte le altre: quella dell'amore che è esodo da sé e dono per gli altri. Paolo ci insegna che occorre sempre e da capo tornare alla vicenda di Gesù per scoprire come quella vicenda porti alla luce la verità nascosta della nostra vita, dei nostri pensieri e dei nostri cuori. "La carità non avrà mai fine", dice Paolo; se vissuta con pienezza essa è forte come una diga che si oppone all'infrangersi di poderose onde che, anche in questi momenti così difficili e drammatici, tentano di rompere. Oggi è il tempo della fede e della speranza, ma è l'amore, l'agape, il cemento che rafforza e che: «Tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta».
