VI DOMENICA DI PASQUA – ANNO C
At 21,40b-22,22; Sal 66; Eb 7,17-26; Gv 16,12-22
È veramente un dono il testo della prima lettura perché trasuda di commozione e stupore. Un testo che non ha necessità di commento ma chiede solo un profondo ascolto. La conversione di Paolo era ormai cosa nota ai tantissimi di Gerusalemme, ma egli chiede che a raccontarla al po-polo sia lui stesso e questo nonostante la sua situazione ormai molto difficile per la sua prigio-nia. È racconto appassionato e indimenticabile perché è resoconto di vita vissuta. Con molta fie-rezza e insistenza Paolo precisa chi era e con quanto zelo osservava la legge dei padri che aveva studiato fino a diventarne maestro. Arriva a dire che il suo zelo lo ha portato a perseguitare con forza i discepoli di Gesù Cristo: «Io perseguitai a morte questa Via, incatenando e mettendo in carcere uomini e donne, come può darmi testimonianza anche il sommo sacerdote e tutto il col-legio degli anziani». Sono parole che Luca, estensore del Libro degli Atti, riporta con precisione quasi notarile, e ci saremmo aspettati che dicesse “io perseguitai questa dottrina”, ma Paolo usa il termine “Via” come esperienza del proprio cammino che è diventata esperienza di varie co-munità che ha intrapreso quel cammino avendo come via maestra il Vangelo di Gesù Cristo. L’immagine usata della “Via” diventa molto bella in grado di aiutare tutti a gustare ancora di più la ricchezza del dono che Paolo ha ricevuto. Paolo non minimizza niente di quanto ha fatto; la sua è difesa limpida perché dice il vero, ma lo dice senza astio, non ce l’ha con loro che gli sono davanti e che chiama «Fratelli e padri», e neppure con i romani che lo tenevano prigioniero. Quello che gli preme è raccontare la sua conversione con tono appassionato, ma proprio quan-do termina la sua testimonianza con il racconto del mandato ricevuto: «Va’, perché io ti mande-rò lontano, alle nazioni», quello che ottiene è un netto rifiuto: «Togli di mezzo costui; non deve più vivere!». Quella frase scatena il rifiuto degli ascoltatori i cui capi sono uomini di legge dalla pretesa di essere gli unici destinatari della Parola di Dio che non gli faceva accettare che la Parola di Dio possa essere anche indirizzata e fatta conoscere anche alle nazioni, ai lontani, ai pagani. «Togli di mezzo costui; non deve più vivere!», è la reazione di coloro che si sentono defraudati di qualcosa che ritenevano essere solo di loro proprietà. L’indurimento del cuore porta a sentirsi il solo destinatario privilegiato, quasi un padrone del dono della Parola, non fa accettare che Dio possa regalarla a tutti. Allora, l’insegnamento che si coglie ci dice che non possiamo essere veri ascoltatori della Parola, veri discepoli della Parola, se non ci liberiamo da questo egoismo. I pre-senti esplodono con la richiesta di morte perché hanno il cuore chiuso e indurito, non compren-dono che un annuncio libero che si apre a tutti i confini, «alle nazioni» dice il testo, ha benefici anche per loro. È questo un passaggio estremamente importante che dice anche l’intensità e la fatica che Paolo sta vivendo e che lo vedrà condotto a processo a Roma in cui troverà il martirio. Del dono dello Spirito che «guiderà a tutta la verità», ne parla però il Vangelo. Nelle domeniche dopo Pasqua, il Vangelo viene preso dai discorsi di addio che Gesù ha fatto ai suoi discepoli in quella stanza al piano superiore che ha visto lo svolgersi della lavanda dei piedi e l’istituzione della Eucaristia nell’ultima cena. C’è una situazione di vigilia, la Pasqua del Signore è davvero alle battute iniziali e Gesù sta preparando i discepoli alla sua morte: «Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità».
Vuol dire che gli Apostoli che hanno vissuto tre anni con Gesù ancora non possiedono tutta la verità; la verità è più profonda, è davvero qualcosa di molto più grande. Il dono dello Spirito «di-rà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future», non vuol dire che lo Spirito si tramuta in mago e indovino, no; «le cose future» che lo Spirito annuncerà loro dovranno permettere la testimonianza della fedeltà di Dio che in Gesù Cristo porta a compimento la sua promessa. È bello sapere che lo Spirito è Colui che, custodendo in noi la memoria viva di Gesù, continua a parlarci di Lui mantenendo intatta e viva ogni parola che ci ha affidato. Una presenza che vuole fare la strada con noi accompagnandosi al nostro passo, sostenendo il nostro andare. Farà stra-da con noi fino alla verità tutt'intera; e la verità tutt'intera non è una raccolta dottrinale, un in-sieme di dogmi: la verità tutt'intera è Cristo Gesù che ci ha detto: «Io sono la verità e la vita» (Gv 14,6). Dunque, una Persona prima che una dottrina, un Volto da riscoprire per relazionarsi prima che il possesso di una filosofia, di un pensiero che lo determini. Ma affinché tutto questo si possa compiere, è necessario che Gesù viva pienamente la sua Pasqua che farà gioire coloro che vogliono sbarazzarsi di Lui e lasciare gli Undici nella temporanea tristezza: «In verità, in veri-tà io vi dico: voi piangerete e gemerete, ma il mondo si rallegrerà. Voi sarete nella tristezza, ma la vostra tristezza si cambierà in gioia. La donna, quando partorisce, è nel dolore, perché è venu-ta la sua ora; ma, quando ha dato alla luce il bambino, non si ricorda più della sofferenza, per la gioia che è venuto al mondo un uomo». C’è in questa affermazione qualche cosa che va oltre lo schemino che solitamente impieghiamo per spiegare ai nostri figli che dalla fatica e dalla soffe-renza possono nascere frutti di gioia e che per questo occorre credere anche quando si fa fatica. Quello che nasce dalla Pasqua di Gesù - dopo tutti i nostri sentimenti di paura che scombusso-lano il nostro oggi fatto di urla, tristezza, delusione, nervosismo - è un uomo nuovo, ed è nuovo per sempre. Così i sentimenti di mestizia e di paura che gli Undici stanno vivendo nel loro oggi in quel Cenacolo, sono destinati a dissolversi perché l’uomo nuovo che nasce dalla Pasqua di Gesù, è destinato a non morire più. Nella frase detta da Gesù, in filigrana si può scorgere l’azione po-tente di una rigenerazione che solo la creazione nuova della Pasqua del Signore sa operare. E l’Evangelista Giovanni è lucido: questa esperienza (questa certezza) non nasce dal fatto che “ve-diamo il Signore”, che vediamo i miracoli cambiare la nostra vita, oppure che vediamo quanto questi nostri affetti effettivamente e miracolosamente tengono, no! Questa certezza si realizza perché è il Signore che torna a guardarci: «io vi vedrò di nuovo» dice. È dalla certezza della fe-deltà del Padre, che Gesù trae tutta la sua forza; Egli sa nel profondo del proprio intimo che è la sua “ora” a permettere al Signore di “vederci di nuovo”, “di ricordarci”, di essere così forte per proteggere coloro che il Padre gli ha consegnato. Questo è l’annuncio della Pasqua di oggi, non racconta l’apparizione del Risorto, racconta il cambiamento radicale di vita di un uomo (Paolo) che ha incontrato il Risorto; racconta la promessa di una gioia senza misura per l’uomo nuovo rigenerato dalla risurrezione di Cristo. La Pasqua ci viene consegnata nei suoi esiti, in ciò che produce là dove entra davvero come parola nel cuore di un uomo, di una donna che in tutta li-bertà si aprono ad accoglierla e a riconoscerla. Forse noi siamo ancora uomini e donne molto di-versi, molto terreni, fatti ancora d’argilla che aspettano il soffio dello Spirito che li faccia vivere (cfr Ez 37,1-10) e li faccia entrare nella verità di quello che sanno a memoria ma ancora non hanno capito. Signore tu che sei il Vivente, Tu che sei il Risorto, prendi anche noi per mano come hai fatto con Paolo e guidaci alla gioia di essere discepoli della Parola e mai padroni della Parola, solo così riusciremo ad essere veri testimoni.
