ASCENSIONE
At 1,6-13a; Sal 46; Ef 4,7-13; Lc 24,36b-53

AcensioneNei testi di questa domenica, ma in generale in tutte le letture che ci hanno accompagnato in queste domeniche di Pasqua, si avverte bene come le titubanze, le gioie, le commozioni, si va-dano continuamente intrecciando fra di loro ed è bello che sia così perché crea tensione. La mol-teplicità di sentimenti e di reazioni, fanno cogliere evidenti segni che qualcosa di nuovo sta in-cominciando, che sta prendendo forma proprio a seguito dell’evento della Pasqua del Signore Gesù. Il mistero dell’Ascensione al cielo di Gesù Cristo certifica questo nuovo stato delle cose. Gli Apostoli stavano ancora guardando il cielo e «due uomini in bianche vesti» si presentano e dichiarano loro che Gesù tornerà. Solo allora gli Undici capiscono che debbono fare ritorno a Ge-rusalemme; andranno in quella sala al piano superiore che è rimasta per tutti indimenticabile; quel luogo degli inizi, il luogo del ritrovarsi insieme, il luogo della condivisione del pane spezzato da Gesù, ora diventa luogo di preghiera, di riflessione e di attesa: presto sarà loro chiesto di ca-larsi nella storia che si sta aprendo. La sala al piano superiore è il tempo dell’attesa. In un bel li-bro dal titolo “L’invocazione di Giobbe. Una risposta ad Auschwitz”, l’autore Enrico Garlaschelli, ha una frase felice: «Trovarsi nella traccia di Dio […] Nella traccia: dunque tenere fissa questa speciale assenza, il tempo dell’attesa»; il contesto dello scritto ha come filo conduttore la rifles-sione sulla presenza del male e lo fa seguendo la domanda fondamentale di Giobbe che chiede conto a Dio di questa presenza, ma questa è frase che ci prende. «Tenere fissa questa speciale assenza», è davvero il tempo dell’attesa: i discepoli, tutti i discepoli e dunque anche noi oggi, non possono disperdere il dono del Volto di Gesù le cui parole scolpiscono il cuore. Ma Gesù è consapevole che portare il peso della sua assenza sarà davvero pesante, sa che sostenere la fati-ca di un’attesa molte volte rischia di schiacciare, per questo promette l’invio dello Spirito Santo. Lo Spirito Santo aiuta e sostiene nell’interpretare quella attesa, essa prende i contorni della Spe-ranza che permette di vivere quell’attesa e farla diventare solidità che armonizza il cammino e i rapporti tra i fratelli. L’Ascensione, dunque, come un dono che la Pasqua del Signore ha in serbo per i discepoli. Al di là dello stupore e dello sconcerto - e il testo del Vangelo nella sua prima parte lo evidenzia bene - quella prima comunità cristiana comincia ad essere davvero interroga-ta da questi doni totalmente inattesi che l’accompagnano alla gioia ben descritta al termine del testo. Allora, è forte per tutti l’esigenza di abitare sempre più quella stanza al piano superiore come luogo dell'intimità vera con il Signore, luogo della fraternità sincera, luogo in cui nessun frammento di Lui possa andare perso: questo è l’essere «nella traccia di Dio”. Dunque, non più continuare a guardare il cielo cercando di catturare come fermo immagine l’ascesa di Cristo al Padre, ma continuare a guardare il cielo perché il farlo ci comunica una percezione di infinito, un luogo che abbraccia e custodisce perché luogo che non ha né tempo né impedimenti. C’è un cie-lo aperto sulle nostre teste, un cielo squarciato che dice come la distanza tra cielo e terra non è più così abissale. L’Ascensione di Gesù al cielo, dice il testo di Paolo agli Efesini, riporta i prigio-nieri a casa; da quel cielo lo sguardo amorevole di Dio continua ad accompagnare la nostra vita e i nostri passi. Allora il nostro guardare il cielo non sarà dovuto al fatto che vogliamo fuggire la concretezza che la vita oggi ci chiede di vivere, ma perché è lì che riteniamo di avere un riferi-mento a Lui, al suo sguardo, al suo cuore, al suo amore.

È il Suo modo di stare con noi non più con la sua presenza fisica, ma con lo Spirito Santo che continuamente ci rimanda a Gesù, a quello che ha detto, a quello che Lui ha fatto, alle strade percorse, agli incontri da Lui avuti, alle situazioni serene vissute con gli amici, ma anche alle si-tuazioni che hanno visto tristezza e pianto. È la memoria dello Spirito che dice come la vicenda di Gesù non è mai conclusa, per questo la nostra relazione con Lui, Gesù Cristo, prende la forma di una modalità nuova e vera. “Rimanere” per ricevere lo Spirito che viene dall'alto e che sostie-ne la nostra vocazione qualunque essa sia. Questo è un trasparente segno di rinnovamento e Paolo se ne fa interprete parlando della molteplicità dei carismi che sono dati in dono e che prendono le forme più varie. Dice Paolo: «Ed egli ha dato ad alcuni di essere apostoli, ad altri di essere profeti, ad altri ancora di essere evangelisti, ad altri di essere pastori e maestri, per pre-parare i fratelli a compiere il ministero, allo scopo di edificare il corpo di Cristo». È la solidità dell’esperienza di comunione fraterna che lo Spirito aiuta a crescere a permettere il continuo annuncio alla storia e al mondo che il Signore Gesù è risorto da morte ed è asceso al Padre e che farà ritorno. Questo è quanto l’Ascensione sta sostenendo, da quell’evento la vita della comuni-tà cristiana sta sostenendo cammini personali di uomini e di donne, di giovani e di adulti che hanno la consapevolezza della relazione nuova. Questo è il tempo propizio per avere uno sguar-do capace di illuminarsi di compassione sincera. È la fede che ci è stata trasmessa dagli Apostoli che, con l’aiuto e il sostegno dello Spirito, non si sono lasciati travolgere dalla tempesta scatena-ta dalla Pasqua di Gesù e hanno saputo custodire nel proprio cuore parole e gesti di quell’incredibile avventura con Lui. È una festa diversa questa dell’Ascensione, è festa che coro-na la Pasqua e per questo non la possiamo mettere in secondo piano; essa, infatti, al di là della costosissima esperienza del distacco fisico da Gesù, sviluppa un presente che si avvera sempre più come promettente. Lo Spirito Santo permette anche a noi di interiorizzare quell’esperienza di vita con Gesù che solo gli Apostoli hanno potuto vivere in prima persona; permette che quell’esperienza diventi forza e risorsa capace di dissetare, capace di essere segno anche per la vita di altri. Questi sono i doni belli appena accennati che la liturgia oggi ci pone davanti; diven-tino davvero oggetto di preghiera per ciascuno di noi. Nel tempo che va dall'Ascensione alla Pentecoste, chiediamo ogni giorno il dono dello Spirito Santo, per noi, per le nostre comunità, per coloro che sono chiamati a guidarci. Signore continua a benedirci, continua ad accompa-gnarci, ci sentiremo meno soli, meno sfiniti nella fatica; continua a benedirci Signore e la strada ci farà meno paura, e il nostro cuore si sentirà accarezzato dalla Tua parola.

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