SOLENNITÀ DI PENTECOSTE
At 2,1-11; Sal 103; 1Cor 12,1-11; Gv 14,15-20

PentecosteÈ molto conosciuta l’odierna pagina di Atti che per le sue implicazioni viene letta in contrapposi-zione all’episodio della torre di Babele. Presenta subito una precisazione temporale: «Stava compiendosi il giorno della Pentecoste». È sera, ed è il tempo in cui i colori vanno spegnendosi e magari prende corpo il pensiero di ciò che la giornata ha permesso di vivere magari tra alti e bassi. E tuttavia quella sera sarà diversa per i Dodici che si trovavano in quella stanza al piano superiore assieme a Maria (At 1,14). È sera illuminata da un evento inaspettato: un turbinio di vento e «lingue come di fuoco» che si posarono sopra gli Apostoli. Nella Bibbia vento e fuoco hanno una grande forza simbolica. Essi sono portatori di qualcosa che libera e spazza via, che riaccende e fa ripartire, che fa riprendere il vigore ad una fiamma che sembrava struggersi e consumarsi. L’essere pieni di Spirito Santo è avvenimento che supera ogni capacità di compren-sione umana e quell’avvenimento fa terminare il tempo dell’attesa agli Apostoli e alla primissi-ma Chiesa nata dalla Pasqua di Gesù. Lo Spirito Santo dilaterà con la forza irresistibile del «ven-to impetuoso» la loro attività di testimonianza che addirittura arriverà a parlare «in altre lin-gue», tanto che sono raggiunte tutte le etnie presenti in Gerusalemme, così che, con una sola voce, proclameranno le «grandi opere di Dio». È questa la grandiosa prospettiva inaugurata dal-la Pentecoste: essere riunificati nell’unico Amore dall’unico Spirito che guida tutta l’umanità. Ar-riva dal cielo e se non lo accogliamo, non entra in noi; se però ci apriamo a quel respiro che è la forza che Dio ci dà, la nostra vita sicuramente cambierà. La Pentecoste, la discesa dello Spirito Santo ci regala il movimento opposto alla Babele che ha conosciuto la dispersione e l’incomunicabilità. Il «vento che si abbatte impetuoso» e che sembra disperdere tutto, di fatto unifica la comprensione di tutto. È il miracolo della Pentecoste, e oggi, questo miracolo è ancora necessario perché anche oggi si moltiplicano le situazioni di Babele. Quando le parole sono solo le nostre, l’incomprensione si fa strada e rischia di allargarsi sempre più annidandosi anche tra i legami più consolidati e belli. Lo dice bene Paolo ai cristiani di Corinto; lui dice che se crediamo e professiamo Gesù Cristo, non siamo più in balia di noi stessi, ma siamo sotto l’azione dello Spi-rito. Paolo sta scrivendo ad una comunità turbolenta, difficile, piena di vita e di vitalità, ma an-che piena di difficoltà, di contrasti, di disunioni. Le parole che indirizza a quella comunità sono parole di costante richiamo a vivere la ricchezza dei doni (carismi li chiama) come compito non sovrapponibile a quello dell’altro. Ognuno deve poter impegnare il proprio dono (carisma) affin-ché la comunità ne benefici e si mantenga viva. È vero, quello era certamente il momento inizia-le e perciò caratterizzato da una situazione di grazia e di creatività particolarmente vivace, ma è aspetto questo che non ci deve far ripiegare su noi stessi adducendo come giustificazione il fatto che non viviamo più nel momento magico come quello degli inizi, ma semmai, avvertiamo il pe-so e l’affaticamento di una strada che ci ha logorato. La Pentecoste non ci consente di ragionare in questo modo triste e quasi rassegnato, perché il Signore continuamente attraverso lo Spirito, i doni ce li dà. Chiediamoci dunque qual è il dono che possiamo mettere in comune affinché la nostra casa, la nostra famiglia, la nostra comunità oggi possa ricevere anche quel piccolissimo apporto di amore, di verità, di gratuità sincera, di cuore accogliente, di misericordia. Qual è il ge-sto, il passo o lo stile che possiamo avere per riuscire a vivere bene con chi ci sta vicino. Sono queste le domande che oggi Paolo ci propone e le cui risposte le dobbiamo invocare come dono dello Spirito. Poi, la riflessione dell’Apostolo Paolo è molto più ricca e teologicamente più pro-fonda, ma sullo sfondo sta questo amore che guida alla fraternità.

Infatti, anche in contesti poveri, anche in contesti ritenuti sguarniti di qualsiasi reciprocità, quando ci si mette in gioco con la ricchezza dei doni ricevuti dal Signore, la vita cresce, qualcosa germina, qualche situazione diventa più vivibile e più bella e questo è bello e importante ricono-scerlo come dono e come grazia. In cristiano non è colui che dice solamente “ama! ama!” - per parafrasare altre parole del Maestro - ma è colui che passa la propria esistenza nell'amore e per l'amore dell'altro. Del resto, le parole del Vangelo rimangono via sicura: «Se mi amate, osserve-rete i miei comandamenti». Non possiamo leggere, meditare e ricevere nella nostra vita queste parole di Cristo, senza avere la consapevolezza che gli Apostoli le hanno ascoltate nell'intensità delle ultime ore terrene di Gesù. Sono parole meditate e fatte proprie nella luce che i momenti vissuti permettevano loro a partire proprio da quello che loro ritenevano essere il fallimento della croce; ma dopo l’entusiasmo della Risurrezione sono stati guidati dallo Spirito nella com-prensione di quei misteri, e lo Spirito ha rinvigorito la loro predicazione e la loro fede fino alla testimonianza del martirio. Gesù ci dice che è proprio quando osserviamo il suo comandamento dell’amore fraterno, che riusciamo a dimostrare il nostro amore verso di Lui. È rovesciata la cau-sa/effetto: non si parte dall’obbedienza passiva, si parte dall’amore che è esperienza attiva, si parte dalla gioia che si genera nell’incontrare il volto del fratello che rimanda a Gesù Cristo. Os-servare i suoi comandamenti, quindi, significa avere amore gli uni degli altri; è questa la condi-zione maestra che prepara il dono dello Spirito, anzi, che educa addirittura ad invocare il dono dello Spirito. E nell’amare non saremo soli e orfani perché ci sarà di aiuto «un altro Paràclito» (Gv 14,16) che ci farà amare il Padre nel Figlio Gesù Cristo. È Vangelo quindi che chiede di essere vissuto concretamente nella nostra ferialità, e per farlo abbiamo continuamente la necessità di invocare il dono dello Spirito che terrà vivo in noi, tutto ciò che ha detto il Signore, la memoria di ciò che ha fatto guidandoci alla verità tutta intera. E Gesù ci promette che è dono che «sarà in voi» per sempre! Allora lo Spirito Santo, è davvero il Dio in noi e con noi, una delle definizioni di amore più preziosa perché è presenza nella nostra storia. Pensiamo a quanto sia vera questa af-fermazione; quando amiamo una persona all'improvviso scopriamo che quella persona vive to-talmente dentro di noi; il nostro pensiero è continuamente per lei perché sempre presente nei nostri desideri, nelle nostre decisioni. Con Dio è ancora più forte e più reale; Egli non è solo nel pensiero e nell'intenzione in noi, ma poiché Egli è spirituale, Egli vive veramente in noi, secondo il Suo Spirito. Davvero Dio desidera abitare le nostre vite. Questo aspetto per gli Apostoli non deve essere stato facile da comprendere perché Gesù era presente materialmente con loro. Non era facile capire che Dio poteva essere "più" presente di quello che vedevano con gli occhi, toc-cavano con le mani, ascoltavano con le orecchie. Lo capiranno solo ricevendo lo Spirito Santo. «Vieni, Santo Spirito, riempi i cuori dei tuoi fedeli e accendi in essi il fuoco del tuo amore», sia sempre la nostra invocazione.

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