SS. CORPO E SANGUE DI CRISTO – ANNO C
Gen 14, 18-20; Sal 109; 1Cor 11, 23-26; Lc 9, 11b-17

FateliSedereAGruppiScende la sera su quella giornata che ha visto la folla seguire Gesù; Gesù stesso avverte la ne-cessità di far ristorare quegli uomini e quelle donne il cui ultimo pasto era ormai lontano dato che avevano camminato a lungo per unirsi a Lui per ascoltarlo e la soluzione prospettata dagli Apostoli sembra essere ragionevole e possibile. La Galilea, infatti, non è regione vastissima e i villaggi e le campagne non sono inaccessibili, ma Gesù ha in mente altro. ha in serbo di dare qualcosa che il cibo annuncia, ma che allo stesso tempo lo supera, qualcosa che la folla non riu-scirà a trovare nelle vicinanze, qualcosa che passa necessariamente attraverso i suoi discepoli; ecco il perché della sua richiesta: «Voi stessi date loro da mangiare». Nel racconto di Luca, a dif-ferenza degli altri Evangelisti, sembra proprio che questo poco sia il pasto dei Dodici e del loro Maestro, ma lo cedono abbandonando così la loro ultima sicurezza e Gesù prende il poco che i suoi Apostoli possono presentargli, li benedice e spezzandoli «li dava ai discepoli perché li di-stribuissero alla folla». È allora che quel poco diventa sovrabbondante: «Tutti mangiarono a sa-zietà e furono portati via i pezzi loro avanzati: dodici ceste». È però affascinante notare come l’agire di Gesù sia preceduto dalla richiesta: «Fateli sedere a gruppi di circa cinquanta circa»; è stretto collegamento alla stipulazione dell'Alleanza sul monte Sinai in cui Mosè dovette impara-re a organizzare il popolo: vivere insieme, ascoltare insieme, camminare insieme. Il popolo fa un percorso condiviso, impara ad avere una guida, ad accettare la mediazione della guida offerta dal Signore, a gioire insieme. A mani vuote gli Apostoli sono ora più liberi. Sono agili nell'orga-nizzare la moltitudine, nel farli sedere. Quelli che si erano tenuti lontani dalla folla, eccoli ad at-traversarla ed amarla. Discutono, rassicurano, creano collegamenti, piccoli gruppi, comunione. E se là fu la mensa della Parola (il dono della Legge): «Tutti i comandamenti che il Signore ha dato, noi li eseguiremo!» (Es 24,3), quella sera in Galilea Gesù dona, ad una folla organizzata e attra-versata da coloro che più ha associato a se stesso - gli Apostoli - la mensa del Pane. Ma quella folla da dove veniva? Dalle città e i villaggi in cui erano passati i Dodici che Gesù aveva mandato in missione (cfr Lc 9,1-8); lì i Dodici avevano annunciato la buona notizia e operato guarigioni ovunque. Dopo il loro viaggio, tornarono da Gesù che li voleva portare in disparte in un luogo isolato, ma le folle che cercavano Gesù, a poco a poco, si erano unite. Questo è il cardine su cui si appoggia il gesto di Gesù; coloro che Gesù vuole nutrire con l'aiuto dei suoi Apostoli, sono co-loro che si sono mossi aprendosi alla speranza di un nuovo modo di vivere. Il loro orizzonte non è più il nulla della morte, ma la vita eterna e come forza motrice, non il semplice rispetto della legge come era prospettato loro dai capi dei Farisei, ma l'ardente esigenza di essere amati e perdonati. Davvero splendida quella sera, ma la nostra memoria ci conduce però ad un’altra se-ra in cui lo spezzare il pane anticipa il sacrificio della Pasqua di Gesù Cristo; è l’istituzione dell'Eucaristia che il Signore dona alla sua Chiesa. Ci lasciamo guidare da Paolo che dice: «Ho ri-cevuto dal Signore quello che a mia volta vi ho trasmesso». È nel segno della fedeltà che l’Apostolo trasmette ciò che anche a lui era stato rivelato. Nel Cenacolo lui non poteva essere presente, e tuttavia trasmette fedelmente gesti e parole che Gesù stesso, in quella indimentica-bile cena nell'imminenza della sua passione ha utilizzato. Il linguaggio nuovo dell'Alleanza eterna è: «nel mio sangue». L’Alleanza nuova è dichiarata nel corpo e sangue di Gesù che diventa spa-zio di comunione che non verrà mai meno: «Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28,20).

L’Eucaristia afferma che il futuro della Chiesa nata dalla Pasqua di Gesù Cristo, non può essere incerto; la Chiesa potrà anche vivere stagioni esaltanti oppure stagioni di fatica perché compo-sta da uomini e donne che hanno fragilità e miserie, ma la verità dell’annuncio: «Ogni volta, in-fatti, che mangiate questo pane e bevete al calice, voi annunciate la morte del Signore, finché egli venga», è proclamazione che la Pasqua del Signore continuamente conduce a salvezza, e in-sieme, è annuncio che orienta profondi sentimenti di attesa. Questo è il senso della solennità di questo giorno, e noi riconosciamo, in quel pane spezzato, il Signore stesso, il Crocifisso Risorto che si fa nutrimento per coloro che vogliono vivere ed essere figli e figlie del Padre. Noi amiamo questo Dono che si fa incredibile via del Signore per venire a tutti e a ciascuno di noi, nella gloria della sua vittoria sulla morte e sul peccato. E mi sembra bello fermare la nostra attenzione sull’episodio che il Libro della Genesi ci presenta: l’incontro tra Abramo e Melchisedek. Abramo è l'uomo dell'alleanza con Dio che lo ha chiamato ad essere benedizione per tutte le persone. Vive come un nomade spostandosi con le sue mandrie, e gli succede di tutto. Un giorno sulla via del ritorno dalla spedizione messa in atto per riprendersi ciò che a lui era stato rubato da alcuni signorotti di quelle regioni, gli viene incontro il re di Salem, Melchisedek, re e sacerdote dell'Al-tissimo e, stranamente, Abramo senza conoscerlo accetta volentieri la sua benedizione dandogli in offerta un decimo di quello che ha recuperato. Chi gli viene incontro è portatore di un miste-ro: il suo nome non è usuale, non è indicato come si usava fare in Medioriente figlio di; il suo nome lo possiamo solo tradurre "re della giustizia" e Salem, la sua città, la si può tradurre come "pace". Abramo si unisce all'offerta che Melchisedek fa al Dio Altissimo perché riconosce che le sue azioni, anche se si sforza di vivere secondo l'alleanza con Dio, rischiano sempre di essere un po' carenti. La Lettera agli Ebrei intravede in Melchisedek, il preannuncio della figura di Cristo (cfr Eb 7,3). Il sacrificio impareggiabile del Figlio prediletto permetterà a coloro che vogliono es-sere suoi fratelli e sorelle, di poter consegnare fiduciosi i propri atti sempre incerti, ed essere pu-rificati contribuendo così, nonostante la loro iniziale inadeguatezza, a costruire la comunione eterna degli uomini con Dio e tra di loro. È un episodio fugace che sembra essere solo un inter-mezzo nella lunga storia di Abramo, ma è bello avvertirlo come rivolto a tutti noi. Evidenzia la necessità di mettere sempre nelle mani di Dio per mezzo di Gesù Cristo, tutto quanto il nostro essere anche se proviene da imperfezioni e fragilità, perché Cristo purifichi il nostro cuore dall'orgoglio, dalla paura, dall'avidità e ci sproni a servire la giustizia e la pace per il bene del fra-tello che ci è accanto. Tutte le nostre azioni possono essere abitate dalla giustizia se però ci fac-ciamo innalzare nell'unico atto totale di Cristo che si arrende alla Croce affinché da peccatori quali siamo, possiamo diventare suoi fratelli e sorelle e aprirci alla vita per sempre nella pienez-za di Dio. Signore continua a nutrirci nel nostro cammino con questo pane di vita che sei Tu, perché se il crepuscolo sembra prevalere, la luce della Tua risurrezione preannuncia già l'alba di un giorno senza fine. Abbiamo bisogno di Gesù e di ciò che Egli ci dona nella sua Eucaristia affin-ché la nostra vita nelle sue opere quotidiane, possa veramente servire tutta l'opera di Dio.

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