III DOMENICA DI PENTECOSTE – ANNO C
Gn 3,1-20; Sal 129; Rm 5,18-21; Mt 1,20b-24b
Testi intensi che invitano alla riflessione su un mistero molto profondo, molto oscuro e ritenuto inquietante: il mistero del male, o meglio, il mistero della iniquità. Nella cultura moderna quan-do il discorso cade sul male, siamo portati immediatamente a pensare al male patito, quello su-bito, insomma il male passivo portato dalla malattia, dall’handicap, dalla cecità, dalla miseria, dalla fame e dalla sete, ma anche il male prodotto da altri. Su questi mali e senza eccezioni si moltiplicano i nostri lamenti, mentre invece sembra che per l’altra figura del male, la più radica-le, quella che invece ha avuto un’attenzione più insistente nella tradizione cristiana, cioè il male come il cattivo desiderio, l’iniquità interiore, l’istinto sbagliato, ebbene per quel male non si ab-bia più occhi. È Paolo che ci fornisce il quadro interpretativo delle letture di oggi: «Fratelli, come per la caduta di uno solo si è riversata su tutti gli uomini la condanna, così anche per l’opera giusta di uno solo si riversa su tutti gli uomini la giustificazione, che dà vita». Se dovessimo in-terpretare questo testo in maniera strettamente letterale, dovremmo concludere che noi siamo peccatori soltanto perché siamo figli di Adamo e siamo resi giusti grazie a Gesù Cristo che ci ha giustificati con la sua Croce; questo però è una interpretazione soltanto passiva che non am-mette l’espressione della volontà che la libertà chiede. In realtà Paolo vuole indicare che le cose hanno una verità più profonda e anche più complessa: non basta che Cristo ci abbia amati con la sua croce, è indispensabile che noi con l’esercizio della nostra libertà ci mettiamo in moto ado-perandoci per avere parte alla giustificazione che Gesù ci ha procurato. Alla base del nostro pro-cedere in qualunque modo lo si voglia guardare, c’è sempre l’espressione della libertà dell’uomo che coinvolge in positivo o in negativo, la relazione tra l’opera di salvezza di Gesù Cristo e la sal-vezza umana. Allora, perché la liturgia di questa domenica inaugura il discorso sul Male? Forse che Dio ha creato un mondo sbagliato? No, la Bibbia ci dice che: «Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona» (Gn 1,31); è l’uomo (inteso in senso lato), che con la sua libertà ha permesso questo. Lo ha fatto attraverso quel peccato così radicale che il male prodotto all’origine riesce continuamente ad attraversare tutta la storia anche oggi. La pagina di Genesi, ci guida in questo senso; non è pagina astratta, parla di qualcosa che avviene nel cuore dell'uomo e della donna di sempre, avviene dentro il nostro cammino. Non è tanto il frutto consumato ciò che ha scombussolato il tutto, il peccato delle origini è il peccato di presunzione di ottenere mangiando di quel frutto, la piena conoscenza del bene e del male; presumere orgogliosamente di diventare come Dio, nonostante l’avvertimento che Dio stesso aveva dato: «Non dovete mangiarne e non lo dovete toccare, altrimenti morirete». Il male arriva proprio da quel peccato; l’uomo e la donna conosceranno il male sulla propria pelle perché, hanno accolto il fascino in-cantatore del serpente che ha insinuato il fatto che Dio non ci vuole bene e che vuole soltanto la nostra sottomissione. Si stacca così l’uomo da Dio, si stacca dal suo Creatore e non custodisce più la sua parola. Il serpente, che fa bene il proprio lavoro, subdolamente chiama tutti a non avere il timore di Dio, che è la relazione filiale con Lui; cedere però alla tentazione del «più astu-to di tutti gli animali selvatici», porta inevitabilmente a soddisfare ogni desiderio degli occhi e della bocca: «Allora la donna vide che l’albero era buono da mangiare, gradevole agli occhi e de-siderabile per acquistare saggezza». Ma questo è atteggiamento che priva ogni libertà e rende schiavi della bramosia.
La sapienza interiore non la si acquisisce soddisfando la brama di voler sperimentare ciò che per gli occhi e la bocca è desiderabile, perché se è presente solo questa sete, si scoprirà fin troppo presto il sentiero che porta alla frustrazione rappresentata bene dalla nudità. La nudità come modalità che dice l’impresentabilità della propria vita. Adamo si nasconde perché si accorge di essere nudo dopo che aveva ceduto al desiderio di avere la conoscenza ultima del bene e del male che lo avrebbe annoverato un dio: «sareste come Dio, conoscendo il bene e il male» dice il serpente. Il testo di Genesi nella sua semplicità di racconto invita implicitamente ad affidarsi sempre e da capo alla parola di Dio, Parola che sarà resa visibile, resa prossima dal Figlio di Dio che si farà uomo. Se ci pensiamo bene, questa promessa è espressa già nella maledizione al ser-pente simbolo del male: «Io porrò inimicizia fra te e la donna, fra la tua stirpe e la sua stirpe: questa ti schiaccerà la testa». Maria, la sposa di Giuseppe è la donna nella quale trova compi-mento questa promessa. Allora è davvero bella la contrapposizione che troviamo nelle parole che l’angelo rivolge a Giuseppe; quel «Non temere» detto prima a Maria, ha la caratteristica di aprire alla serenità: il male si è presentato, ma da Dio è presentata la salvezza. La nascita di Gesù Cristo, il suo porsi nettamente dentro la storia degli uomini, ha permesso di fare piazza pulita di ogni residuo turbamento nel rapporto tra creatura e Creatore. Quando si affaccia il Signore con il suo disegno imprevedibile, Giuseppe non rivendica per sé il diritto di autogestirsi, ma restitui-sce il primato a Dio. Anche noi siamo chiamati, nella nostra quotidianità, a svegliarci dal sonno così come ha fatto Giuseppe, e prendere in mano la nostra esistenza: solo facendo posto al Si-gnore sapremo crescere nella libertà di figli. Paolo, quindi, può dunque scrivere con verità che, se c’è una solidarietà nel peccato perché l’esperienza di Adamo è la condizione di ogni uomo, vi è più grande la solidarietà in cui sovrabbonda la grazia di Gesù Cristo che viene a cercare l’uomo, ogni uomo. Nicholas Cabasilas santo della Chiesa bizantina del quattordicesimo secolo ha una frase davvero illuminante su questo aspetto: «Dio spinto dal suo folle amore per l’uomo, inizia a cercarlo tra gli alberi del giardino e finisce per trovarlo sul legno della croce». Il «Dove sei?» di Dio mentre cerca Adamo, in Gesù si fa «giustificazione che dà vita», e ci permette di non na-sconderci più anche se avvertiamo tutto il peso della vergogna per la nostra indefinibile debo-lezza. Siamo chiamati ad entrare in comunione con Cristo Signore e di rimanere nel suo amore, perché è nella comunione con Lui, che si ricompongono le fratture e le distanze. Chiediamo quindi allo Spirito del Signore che ci faccia conoscere sempre più la Parola alla quale possiamo affidare la nostra vita nella certezza di guarire ogni inganno che viene dal serpente, perché solo così possiamo sconfiggere il sospetto sempre insinuato, che Dio sia il pericoloso rivale dell'uomo e della sua libertà. Dio con il suo Spirito è sempre con noi; è con noi per salvarci: perché non av-venga che anche noi ci sottraiamo alla sua presenza cercando di nasconderci dal suo sguardo ar-rivando a diffidare di Lui fino a temerlo come despota.
