IV DOMENICA DI PENTECOSTE – ANNO C
Gen 4,1-16; Sal 49; Eb 11,1-6; Mt 5,21-24

FraternitaÈ di poche righe il Vangelo odierno, ma è pagina incisiva; presenta una richiesta radicale rispetto alla coerenza che noi abbiamo tra il nostro dire di credere e la nostra vita un po’ scombinata. Addirittura, saremmo propensi a dire che il messaggio che il Vangelo ci chiede di vivere, potreb-be essere vissuto solo dai santi. Tuttavia, pur essendo Parola alta e radicale, è Parola che è capa-ce di parlare a tutti perché essa non esclude ma include; il Signore chiede a tutti di superare la mentalità degli Scribi e Farisei che si dicono giusti perché osservano la legge: «se la vostra giu-stizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli», (Mt 5,20) aveva detto Gesù subito prima del passo che oggi la liturgia ci propone. È rischio reale anche per noi; pensiamo al nostro andare a Messa alla domenica, può essere inteso come adempiere il precetto festivo (dunque la legge), e non incontro con Gesù che la relazione chiede. E se questo atteggiamento fosse vero, anche per noi, come per gli Scribi e Farisei, la forma soddisfa il conte-nuto, ma questo aspetto è soltanto la forma esteriore la legge che rimane in superficie se non viene calata nel cuore. Non è tanto la formalità della legge rispettata a metterci nella condizione di sentirci a posto con la coscienza, il Signore Gesù vuole scendere più in profondità; ci chiede di essere davvero prossimi agli altri e non tanto perché non abbiamo mai ucciso (che è verità sa-crosanta), ma perché difendiamo quella vita da qualsiasi forma di giudizio. Chi si adira, chi dice stupido, chi usa il termine pazzo nei riguardi del proprio fratello (e questo accade molto fre-quentemente), anche se è preso dall’ira verso il proprio prossimo, usa il criterio del giudizio e il giudizio per sé è azione che diventa inappellabile. Gesù invita ad avere sempre il riguardo per l’altro, invita a chiedere il dono della fraternità ed avere come base, come pilastro la legge dell’amore, della carità. E se il capitolo cinque del Vangelo secondo Matteo si apre con Gesù che enuncia le beatitudini, lo stesso capitolo si chiude con queste parole: «Siate voi dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste» (Mt 5, 48). Si spiega allora il perché delle affermazioni di Gesù; si spiega come l’essere soltanto rispettoso della formalità risolve solo il problema este-riore così che la facciata risulti pulita come puliti sono i «sepolcri imbiancati» (Mt 23,27). La gente che ci osserva si domanda quale sia la coerenza tanto sbandierata di figli dell’unico Padre per cui andiamo a batterci il petto in chiesa, se poi quando usciamo continuiamo ad essere uo-mini e donne che non solo non guardano l’altro, ma l’altro addirittura lo evitano. È l’azione lega-le che giustifica o è l’attenzione al cuore che chiede il bene? Se il nostro pilastro a cui ancorarci rimane il rispetto del formalismo credente, il rischio è che non si misurerà più con il cuore. Gesù ci chiede di non lasciare ad altri la decisione che è solo nostra, chiede di aprire il nostro cuore al-lo spazio di Dio e Dio nel nostro cuore parlerà di Sé, perché è lì che incontriamo la verità del no-stro percorso. «Avete inteso che fu detto […] ma io vi dico», questa è la radicalità che mette in moto la rivoluzione cristiana; Gesù Cristo il cuore libero, non ha bisogno di regole scritte, perché è capace di grandezza d’amore che riscatta l’uomo dalle proprie prigionie, compresa quella legge che diventa – se non è vissuta come legge d’amore – una legge schiavizzante.

Per questo la liturgia oggi ci presenta un’altra parola che continuamente risuona dentro la storia di sempre; è parola che segue la domanda di Dio «Dove sei?» che abbiamo incontrato domenica scorsa. È parole che assume carne e sangue e si trasforma nell’interrogativo: «Dov’è Abele, tuo fratello?». Caino è cosciente di aver alzato la mano contro il proprio fratello fino ad ucciderlo, per questo risponderà: «Non lo so. Sono forse io il custode di mio fratello?». La pagina di Genesi mette in evidenza il primo omicidio della storia ad opera dell’uomo. Sembra di rivedere e di ria-scoltare, nel noto racconto di Caino e Abele, la preistoria della nostra violenza. «Dove è tuo fra-tello», è domanda rivolta anche a noi proprio perché anche l’altro è figlio amato da Dio. Noi ri-schiamo di essere in quella condizione anche se non arriviamo a tanto, solo per il modo con cui cerchiamo di soffocare dentro di noi la voce dell'altro. Agendo così, spezziamo quel sottile filo rosso che ci collega all'Altro (cfr Mt 25,45). Possono essere i sentimenti di invidia, di gelosia, di odio, di rancore, l’inaccettabilità di essere ritenuto inferiore all’altro o l’insofferenza di fronte ad una maggiore fortuna che vediamo assegnata ad un altro che avvertiamo non essere parte del nostro cammino. Quante volte ci viene come naturale rispondere come ha risposto Caino sem-plicemente per scrollarci di dosso la responsabilità di situazioni o drammi che provochiamo au-mentando di molto il senso del dramma che continuamente attraversa la nostra storia. Lì, in quei frangenti ci accorgiamo che anche noi condividiamo con Caino quel sentimento di vaga-bondaggio che ci porta ad esse il "senzatetto sulla terra". È questo il senso vero e drammatico di vuoto che sperimentiamo ogni volta che trattiamo male l’altro o non lo ascoltiamo seriamente; lì, in quell’andare, cogliamo il dramma del peccato per aver usato male parole contro il proprio fratello, lì di riflesso comprendiamo il nostro peccato di mancanza di carità. Sembrerebbe allora che non vi sia rimedio, ma la pagina di Genesi ci mostra come il giudizio che Dio ha espresso su Caino, ha in sé una primizia. Il suo allontanarsi è accompagnato da un gesto che è dono: un sigil-lo di riconoscimento che custodisce. Anche a fronte di un gesto così spregevole e grave compiu-to da mano d’uomo, Dio non abbandona nessuno alla perdizione, mette un sigillo di riconosci-mento perché anche lui è figlio, e questa è la forza di questa pagina. Ecco come il linguaggio pro-fondo di questa domenica che ha come sfondo il dramma dell’omicidio del proprio fratello, por-ta a parlare invece del sogno di Dio che vuole vedere fraternità tra i suoi figli. È linguaggio che chiede di orientarsi su percorsi nuovi che solo lo Spirito del Risorto ci fa vedere. Allora l’interrogativo «Dov'è tuo fratello?» innesca un’altra e più profonda domanda: possiamo davve-ro “uccidere” nostro fratello se contempliamo nel suo volto lo stesso volto di Colui che è salito in croce per noi? Se diventasse vera questa prospettiva avremmo davvero la risorsa di fraternità che apre a condizioni di futuro da costruire insieme.

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