VI Domenica dopo Pentecoste – Anno C
Es 24,3-18; Sal 49; Eb 8,6-13a; Gv 19,30-35
Un patto non è semplicemente un contratto o un impegno; nasce da un progetto ed indica una méta di cui l’intesa stabilisce i confini, le condizioni e il punto di partenza. Non può mai essere unilaterale, presuppone la corresponsabilità e la partecipazione, richiede coinvolgimento, interessi comuni, passione per la méta. Non è quindi secondario riandare con la mente al patto di alleanza che Dio stabilisce con il suo popolo sul monte Sinai e che Gesù estende a tutta l’umanità mediante il suo sangue versato sulla croce sul colle fuori le mura di Gerusalemme. Il patto allora diventa memoria e richiama ciascuno agli impegni consapevolmente assunti al momento della sua stesura. La storia ci ha detto che l’alleanza celebrata sul monte non ha retto; anche se tutto il popolo aveva proclamato la sua disponibilità: «Quanto ha detto il Signore, lo eseguiremo e vi presteremo ascolto», non sono bastati i sacrifici con il sangue dei capri e non è bastata la legge scritta sulla pietra per cristallizzare l’alleanza tra Dio ed il suo popolo. È significativo infatti il fatto che il popolo si prostri davanti ad una statua di un vitello del d'oro (cfr Es 32) solo perché Mosè tardava a scendere dal monte. L’alleanza mediante una legge scritta sulla pietra non ha toccato il cuore di quel popolo. Non basta il sacrificio esteriore, non basta la legge scritta sulla pietra, non basta la dichiarazione verbale per stringere una alleanza, occorre la pratica fedele della parola annunciata. La legge infatti, è manifestata soltanto nel giorno in cui la si osserva, per questo che la legge di Dio non può essere notificata, promulgata attraverso soltanto dichiarazioni verbali, ma può essere resa intima (fatta propria), soltanto se la incidiamo nei cuori. La Lettera agli Ebrei è molto esplicita a questo riguardo; l’autore dice che con la nuova alleanza, Dio ha dichiarato antica la prima alleanza celebrata sul monte Sinai: «Se la prima alleanza infatti fosse stata perfetta, non sarebbe stato il caso di stabilirne un’altra». L'autore mette in risalto come sia stata forte l'infedeltà del popolo di Dio; il distanziarsi del popolo dalla chiamata originaria ha portato alla conseguenza di non essere più famigliari di Dio. L'alleanza è diventata nuova, ha superato quella antica non tanto perché dica altre cose, quanto perché ci aiuta ad accogliere, e quindi a vivere con profondità molto maggiore, ciò che la Lettera agli Ebrei ci dice: quella cioè che non è più una parola scritta su tavole di pietra che riceviamo, bensì una parola che si iscrive nel cuore perché parole udite e messe in pratica da Gesù fino al completo dono di sé in croce. Sappiamo per esperienza che differenza intercorre tra parole scritte, per le quali magari proviamo anche venerazione, e parole udite e messe in pratica da Colui che si fa Dono. Allora si incomincia ad intuire la ricchezza non solo di queste pagine, ma anche la ricchezza del dono ricevuto. «Chi ha visto ne dà testimonianza e la sua testimonianza è vera». Giovanni vede un significato spirituale in quel «È compiuto!». La verità spirituale della morte di Gesù è il compimento della profezia dell'agnello pasquale che perfeziona e rende eterna l’alleanza fra Dio e l’umanità. Giovanni descrive con grande solennità un gesto aspro e crudele, i soldati spezzano le gambe per accelerare la morte dei condannati, ma arrivati a Gesù videro che era morto e tanto per sincerarsi un soldato trafisse il costato di Gesù con una lancia. Dal suo costato trafitto «subito ne uscì sangue e acqua» segno dei sacramenti del Battesimo e dell'Eucaristia e segno del popolo nuovo che da quell’alleanza nasceva. L'alleanza diventa allora, dono ricevuto e non semplicemente dono annunciato.
Il testo di Giovanni è come l'adempimento del preannuncio lontano dei profeti: «Riverserò sopra la casa di Davide e sopra gli abitanti di Gerusalemme uno spirito di grazia e di consolazione: guarderanno a colui che hanno trafitto» (Zc 12,10). Gesù trafitto è dunque l'icona della volontà di Dio che vuole entrare nel cuore degli uomini. La legge non è accolta attraverso un imperativo, ma è resa intima attraverso il documento dell'amore radicale; ed è soltanto volgendo gli occhi a Colui che è stato trafitto, che la contemplazione del Crocifisso imprime nel cuore l'intenzione di Dio. Si deve cioè accettare un Dio che facendosi piccolo, perdente, sconfitto, metta in fuga l’immagine di un Dio immenso, onnipotente, che vince a colpi di miracoli. Quella immagine è stata per sempre messa in fuga il Venerdì Santo. Non si fa Pasqua, non si accoglie il dono dell’alleanza, se non passando da questa sconfitta di Dio. Non si dà resurrezione del Signore se non a partire dalla sua morte. Esiste la fede cristiana solo guardando questo cuore aperto, unico specchio del volto autentico di Dio. Gesù diventerà fonte quando gli apriranno il costato, da lì uscirà sangue ed acqua, la sua morte diventa vita. Mi sembra allora che da questa liturgia ne usciamo con due verbi che non dobbiamo mai tralasciare; due aspetti che dicono come la nostra vita sia davvero in sintonia con quanto il Vangelo ci chiede: contemplare e attingere. Contemplare per avere gli occhi fissi su questo cuore aperto. Il resto è superficie, è distrazione, è curiosità come lo fu il vitello d’oro ai piedi del Sinai. Nel costato trafitto c’è tutto Dio con il suo infinito amore e c’è anche tutto l’uomo con la sua capacità di ferire, di torturare, ma la Pasqua ci dice: l’amore ha la meglio. E poi dobbiamo attingere. Lì c’è una fonte; è aperta, è inesauribile, da quella fonte si attinge lo Spirito Santo. È una specie di oceano da cui prendono il via le piogge che irrigano e danno vita. Da quel costato si attingono i sacramenti che sono i colori della vita che la Pasqua ci dona. Essi illuminano tutte le situazioni della vita umana: il nascere, il crescere, il nutrirsi, l’ammalarsi, il morire. Vi sono molti patti di cui fare memoria e che rischiamo di dimenticare: sono quelli scritti con la vita, con la fedeltà, con la passione di tutti i genitori ed educatori; ma il patto che continua a sostenerci, l’unico patto di alleanza che rimane in eterno, è Gesù che reclinando il capo dice: «È compiuto!». Il Signore non viene mai meno al suo patto e ci sostiene sempre nel fare la nostra parte! L’alleanza dunque esige il fondamento di una legge che sia scritta nel cuore. E nel cuore la legge è scritta attraverso la testimonianza di Gesù che: «Avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine» (Gv 13, 1), come ci dice Giovanni a introduzione del racconto della cena. L’esigenza di attingere ogni domenica a questa sorgente d’amore che è l’Eucaristia, ci faccia imparare cosa vuole dire il Signore quando ci dice: «Misericordia io voglio e non sacrificio» (Mt 9,13).
